Dopo la nascita della figlia: crisi, distanza dalla compagna e rapporto teso con la nonna.
Ho 40 anni e la mia compagna 34.Ci conosciamo a fine 2023 e nella primavera 2024 iniziamo una bella relazione; di comune accordo decidiamo di avere un figlio.
A settembre 2024 lei rimane incinta e a maggio 2025 nasce nostra figlia.
La gravidanza e i primi mesi sono stati positivi: ci siamo preparati e abbiamo vissuto l’arrivo della bambina con entusiasmo e amore.
Estate 2025 In quel periodo noto un atteggiamento freddo e invasivo della madre nei miei confronti e un legame molto forte e a tratti oppressivo tra lei, mia compagna e la bambina, con la presenza costante della nonna anche alle visite pediatriche e nelle decisioni.
A Natale la madre della mia compagna propone di trascorrerlo con lei, la bambina e il figlio, escludendomi; il Natale viene quindi passato separatamente.
Ritengo che il passato familiare molto conflittuale della madre (divorzio traumatico e contenziosi legali) influisca su queste dinamiche.
A ottobre 2025 andiamo a vivere insieme nella mia casa in campagna; la relazione prosegue con qualche tensione che considero normale dopo la nascita di una figlia.
Gennaio 2026 sempre qualche litigio, con la bambina di otto mesi, avviene un episodio grave:quando mi dice che il giorno dopo sua madre terrà la bambina tutto il giorno, chiedodi decidere insieme e mi rendo disponibile.
Lei reagisce in modo violento: urla, mi strappa la bambina dalle braccia, lancia oggetti, esce sul terrazzo in inverno con la bambina in pigiama e poi va via di casa dalla madre.
Io, esasperato, la insulto e le dico che se fosse uscita non sarebbe tornata.
Nei tre giorni successivi non vedo mia figlia.
Quando riusciamo a parlare, lei mi insulta e mi accusa di essere violento, cosa che nego fermamente, e decide di restare dalla madre dopo aver parlato con la sua famiglia.
In una telefonata interviene anche la madre, dicendomi di aver già vissuto situazioni simili.
Da mesi noto segnali che mi fanno pensare a una possibile depressione post partum: assenza di rapporti da tre mesi, insonnia, stanchezza, agitazione e forte apprensione verso la bambina.
Quattro giorni prima della crisi mi aveva detto che mi amava.
Diecigiorni prima di uscire di casa avevamo prenotato e pagato un viaggio insieme, rendendo per me la rottura improvvisa e incomprensibile.
Torna a casa solo per prendere quasi tutta la sua roba, accompagnata da madre e fratello.
Riesco poi a rivedere mia figlia e a stare con lei da solo.
La comunicazione tra noi è ormai interrotta e non c’è mai stato un confronto calmo dopo la sua uscita di casa.
La madre ha contattato anche mia madre chiedendo informazioni su un avvocato per la tutela della bambina.
La mia compagna dice di non volere guerre legali ma di aver bisogno di tempo.
Sono molto amareggiato e soprattutto preoccupato per ilbenessere di mia figlia; riconosco di poter avere avuto delle mancanze, ma percepisco un controllo totale da parte della mia compagna e un rapporto estremamente invasivo tra lei e sua madre, con la coppia completamente messa in secondo piano.
A settembre 2024 lei rimane incinta e a maggio 2025 nasce nostra figlia.
La gravidanza e i primi mesi sono stati positivi: ci siamo preparati e abbiamo vissuto l’arrivo della bambina con entusiasmo e amore.
Estate 2025 In quel periodo noto un atteggiamento freddo e invasivo della madre nei miei confronti e un legame molto forte e a tratti oppressivo tra lei, mia compagna e la bambina, con la presenza costante della nonna anche alle visite pediatriche e nelle decisioni.
A Natale la madre della mia compagna propone di trascorrerlo con lei, la bambina e il figlio, escludendomi; il Natale viene quindi passato separatamente.
Ritengo che il passato familiare molto conflittuale della madre (divorzio traumatico e contenziosi legali) influisca su queste dinamiche.
A ottobre 2025 andiamo a vivere insieme nella mia casa in campagna; la relazione prosegue con qualche tensione che considero normale dopo la nascita di una figlia.
Gennaio 2026 sempre qualche litigio, con la bambina di otto mesi, avviene un episodio grave:quando mi dice che il giorno dopo sua madre terrà la bambina tutto il giorno, chiedodi decidere insieme e mi rendo disponibile.
Lei reagisce in modo violento: urla, mi strappa la bambina dalle braccia, lancia oggetti, esce sul terrazzo in inverno con la bambina in pigiama e poi va via di casa dalla madre.
Io, esasperato, la insulto e le dico che se fosse uscita non sarebbe tornata.
Nei tre giorni successivi non vedo mia figlia.
Quando riusciamo a parlare, lei mi insulta e mi accusa di essere violento, cosa che nego fermamente, e decide di restare dalla madre dopo aver parlato con la sua famiglia.
In una telefonata interviene anche la madre, dicendomi di aver già vissuto situazioni simili.
Da mesi noto segnali che mi fanno pensare a una possibile depressione post partum: assenza di rapporti da tre mesi, insonnia, stanchezza, agitazione e forte apprensione verso la bambina.
Quattro giorni prima della crisi mi aveva detto che mi amava.
Diecigiorni prima di uscire di casa avevamo prenotato e pagato un viaggio insieme, rendendo per me la rottura improvvisa e incomprensibile.
Torna a casa solo per prendere quasi tutta la sua roba, accompagnata da madre e fratello.
Riesco poi a rivedere mia figlia e a stare con lei da solo.
La comunicazione tra noi è ormai interrotta e non c’è mai stato un confronto calmo dopo la sua uscita di casa.
La madre ha contattato anche mia madre chiedendo informazioni su un avvocato per la tutela della bambina.
La mia compagna dice di non volere guerre legali ma di aver bisogno di tempo.
Sono molto amareggiato e soprattutto preoccupato per ilbenessere di mia figlia; riconosco di poter avere avuto delle mancanze, ma percepisco un controllo totale da parte della mia compagna e un rapporto estremamente invasivo tra lei e sua madre, con la coppia completamente messa in secondo piano.
Gentile,
leggendo il suo racconto si sente tutta la confusione, l’amarezza e la paura che sta vivendo, soprattutto come padre. Quando scrive che la rottura è stata improvvisa e incomprensibile e che oggi è soprattutto preoccupato per il benessere di mia figlia , emerge chiaramente che il dolore non è solo per la relazione, ma per la sensazione di essere stato messo fuori da qualcosa di fondamentale.
La nascita di una figlia è un evento potentissimo e, anche quando tutto sembra andare bene all’inizio, può far riemergere equilibri familiari molto profondi. Lei descrive un legame molto stretto tra la sua compagna e la madre, che col tempo è diventato invasivo e ha lasciato la coppia sullo sfondo. Questo, per un partner, può essere vissuto come una progressiva esclusione, soprattutto quando riguarda decisioni sulla bambina.
L’episodio che racconta di gennaio è grave e carico di tensione da entrambe le parti. Senza entrare in attribuzioni di colpa, è evidente che lì si è superato un limite emotivo, e che da quel momento non c’è più stato spazio per un confronto calmo. È comprensibile che lei oggi si senta disorientato: fino a pochi giorni prima c’erano progetti condivisi, poi una frattura netta, senza parole chiarificatrici.
Quando accenna ai segnali che le fanno pensare a una possibile sofferenza post partum, mostra attenzione e preoccupazione, non ostilità. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere che il suo vissuto di padre e di uomo non può essere messo tra parentesi. Il rischio, in situazioni come questa, è che tutto venga letto solo attraverso una lente, quella della protezione madre bambina, lasciando lei senza voce.
Forse oggi il punto non è chi ha ragione , ma come si possa riaprire uno spazio di comunicazione mediata, che tenga insieme due cose: il benessere della bambina e la possibilità, per lei, di restare un padre presente senza vivere sotto un clima di sospetto o controllo. Da soli è molto difficile farlo, soprattutto quando entrano in gioco famiglie d’origine e timori legali.
In questo momento delicato, potrebbe essere utile pensare a un supporto esterno, psicologico o di mediazione familiare, non per aggiustare qualcuno, ma per creare un contesto protetto in cui le emozioni possano essere nominate senza esplodere. Anche questo è un modo per prendersi cura di sua figlia.
La situazione è complessa e dolorosa, ma il fatto che lei riesca a raccontarla con questa lucidità è già un segnale importante.
Un caro saluto.
leggendo il suo racconto si sente tutta la confusione, l’amarezza e la paura che sta vivendo, soprattutto come padre. Quando scrive che la rottura è stata improvvisa e incomprensibile e che oggi è soprattutto preoccupato per il benessere di mia figlia , emerge chiaramente che il dolore non è solo per la relazione, ma per la sensazione di essere stato messo fuori da qualcosa di fondamentale.
La nascita di una figlia è un evento potentissimo e, anche quando tutto sembra andare bene all’inizio, può far riemergere equilibri familiari molto profondi. Lei descrive un legame molto stretto tra la sua compagna e la madre, che col tempo è diventato invasivo e ha lasciato la coppia sullo sfondo. Questo, per un partner, può essere vissuto come una progressiva esclusione, soprattutto quando riguarda decisioni sulla bambina.
L’episodio che racconta di gennaio è grave e carico di tensione da entrambe le parti. Senza entrare in attribuzioni di colpa, è evidente che lì si è superato un limite emotivo, e che da quel momento non c’è più stato spazio per un confronto calmo. È comprensibile che lei oggi si senta disorientato: fino a pochi giorni prima c’erano progetti condivisi, poi una frattura netta, senza parole chiarificatrici.
Quando accenna ai segnali che le fanno pensare a una possibile sofferenza post partum, mostra attenzione e preoccupazione, non ostilità. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere che il suo vissuto di padre e di uomo non può essere messo tra parentesi. Il rischio, in situazioni come questa, è che tutto venga letto solo attraverso una lente, quella della protezione madre bambina, lasciando lei senza voce.
Forse oggi il punto non è chi ha ragione , ma come si possa riaprire uno spazio di comunicazione mediata, che tenga insieme due cose: il benessere della bambina e la possibilità, per lei, di restare un padre presente senza vivere sotto un clima di sospetto o controllo. Da soli è molto difficile farlo, soprattutto quando entrano in gioco famiglie d’origine e timori legali.
In questo momento delicato, potrebbe essere utile pensare a un supporto esterno, psicologico o di mediazione familiare, non per aggiustare qualcuno, ma per creare un contesto protetto in cui le emozioni possano essere nominate senza esplodere. Anche questo è un modo per prendersi cura di sua figlia.
La situazione è complessa e dolorosa, ma il fatto che lei riesca a raccontarla con questa lucidità è già un segnale importante.
Un caro saluto.
Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941
Questo consulto ha ricevuto 1 risposte e 2 visite dal 02/02/2026.
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