Cosa fare della mia vita e come trovare il coraggio di raggiungere obiettivi desiderati?

Buongiorno a tutti e grazie a chi mi leggerà e riuscirà a darmi qualche spunto.

Come da titolo vorrei capire meglio come essere una persona funzionale lavorativamente.


Sono laureata in biologia (laurea presa in 4 anni) e poi in seguito ho conseguito la magistrale in Nutrizione (questa in 2 anni con 110/110).
Avevo fatto una tesi sperimentale in laboratorio, un tirocinio in azienda alimentare dove però mi hanno fatto fare inserimento dati praticamente quindi sono uscita senza competenze acquisite.
L’ambiente era abbastanza pressante e le stesse nutrizioniste mi dicevano che non avrei voluto lavorare là.
Onestamente penso che il motivo per cui mi dicevano queste cose era perché non mi ero dimostrata abbastanza capace.

In seguito ho cercato una nutrizionista nella mia città dove poter fare un tirocinio volontario.
Era molto lontano da casa mia ma non mi importava perché avevo impiegato fatica a trovarlo e non mi interessava la difficoltà logistica.
Terminato il tirocinio la nutrizionista mi parlava anche di un eventuale collaborazione una volta iscritta all’albo ma io avevo deciso di seguire il mio ragazzo all’estero.
Lui aveva trovato un’opportunità fuori dall’Italia e io volevo seguirlo.
E intendo letteralmente in quanto adesso siamo fuori dall’Italia e io lavoro come barista, quindi senza grandi prospettive.
Ed é colpa mia in quanto sono io in primis a non avere ben idea di cosa fare nella vita.

Guardandomi onestamente dentro vorrei lavorare come nutrizionista ma il dubbio che mi uccide é se saró abbastanza capace.
In più ho un problema con la fatica a lungo tempo senza sapere se otterró un risultato.
Ad esempio vorrei preparare l’esame di Stato ma prima di tutto penso ok e se studio e non riesco a superarlo?
Anche se sono consapevole che si può rifare questa incertezza, questo possibile fallimento/caduta/ostacolo di percorso mi blocca.
In più penso che anche se riuscissi a superarlo poi magari non troverei lavoro quindi finirei comunque a lavorare come barista.
Problema é che non sono contenta di lavorare come barista.

Oltretutto penso che penso troppo, costruisco castelli di sabbia nella mia mente che, magari o magari no, non si verificheranno mai.
Ma non ho fiducia in me, nelle mie capacità che onestamente a livello conscio penso di avere ma che non sento di avere.
Non mi sento capace anche se penso di esserlo.
E in più mi comporto anche come una persona non capace di esistere, funzionare ed essere un adulto affidabile con la testa sulle spalle.


Al momento convivo col mio ragazzo fuori dall’Italia, non ci troviamo bene qui dove siamo e vorremmo tornare indietro o andare in Spagna e questo dipenderebbe anche dal suo lavoro.
Io però vorrei essere una parte trainante dell’equazione invece mi pongo come: ok andiamo dove ti conviene.


Non sento di avere gli strumenti per affrontare la situazione.
Grazie ancora a chiunque risponderà e mi scuso per il lungo messaggio.
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 58 5
Gentile,

il suo messaggio è molto ricco e, al di là della fatica che esprime, restituisce anche un elemento importante: una buona capacità di osservarsi con lucidità. Non è poco, ed è già una risorsa.

Quello che emerge non è tanto una mancanza di capacità, quanto una difficoltà a trasformare le sue competenze in un movimento concreto e continuativo nel tempo. Il suo percorso di studi, portato a termine con ottimi risultati e nei tempi, è un dato oggettivo che parla di impegno, costanza e possibilità. Eppure, questa evidenza sembra non tradursi in un senso interno di fiducia.

Qui si intravede un nodo centrale: la distanza tra ciò che sa di essere sul piano razionale e ciò che sente di essere sul piano emotivo. È una condizione frequente, in cui la persona riconosce le proprie capacità, ma non riesce ad affidarsi ad esse quando si tratta di esporsi davvero.

Il tema che descrive rispetto allo studio per l’esame di Stato è molto significativo. Non è tanto la fatica in sé a bloccarla, quanto l’idea di investire energie senza la garanzia di un risultato. Questo tipo di pensiero introduce una richiesta implicita molto alta: potersi muovere solo quando l’esito è sufficientemente prevedibile. Ma la realtà lavorativa e, più in generale, la vita adulta funziona in modo diverso: richiede di tollerare una quota di incertezza e di rischio.

Il paradosso è che, nel tentativo di proteggersi dal possibile fallimento, finisce per restare in una posizione che lei stessa riconosce come non soddisfacente. In altre parole, evita un rischio attivo (provare e non riuscire), ma rimane dentro un rischio passivo (restare ferma in una condizione che non la rappresenta).

Un altro aspetto rilevante riguarda il modo in cui si colloca nella relazione di coppia. Il fatto che si definisca come una persona che segue e non come una parte trainante sembra rispecchiare lo stesso schema: una difficoltà a legittimare i propri desideri e a investirci, con la tendenza a delegare all’altro la direzione.

Quando dice non mi sento capace anche se penso di esserlo , descrive con molta precisione questa frattura interna. In questi casi, il lavoro non è tanto convincersi di essere capaci, ma iniziare a fare esperienza concreta di sé in azione, anche in modo imperfetto. La fiducia, infatti, raramente precede l’azione: più spesso è una conseguenza di piccoli passaggi ripetuti nel tempo.

Forse può essere utile spostare leggermente la prospettiva: non chiedersi se sarà in grado di diventare una buona nutrizionista, ma se è disposta a fare il primo passo coerente con questa direzione, accettando che non tutto sia sotto controllo. Preparare l’esame di Stato, in questo senso, non è solo un obiettivo professionale, ma anche un’esperienza emotiva: confrontarsi con il dubbio, la fatica e la possibilità di non riuscire, restando comunque nel percorso.

Ciò che lei chiama pensare troppo sembra avere anche una funzione protettiva: anticipare scenari negativi per evitare di esporsi. Tuttavia, questo meccanismo, nel tempo, rischia di diventare più limitante che utile. Imparare a riconoscerlo quando si attiva può aiutarla a non lasciarsi guidare automaticamente da queste anticipazioni.

Non si tratta quindi di diventare improvvisamente una persona funzionale , ma di iniziare a costruire, passo dopo passo, un modo di stare nelle scelte più aderente a ciò che desidera, tollerando una quota di incertezza che è inevitabile, ma anche trasformativa.

Resto a disposizione se desidera approfondire questi aspetti.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
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