Farmaco naturale e di sintesi: un confronto di estrema, concreta attualità

Farmaci di origine naturale e farmaci innaturali: dalla nascita del metodo scientifico al ruolo dell'industria farmaceutica.

Prof. Bruno Silvestrini Data pubblicazione: 03 marzo 2021

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Il dibattito sul confronto tra farmaco d’origine naturale e farmaco sintetico non è affatto banale. Per meglio dire, diventa banale quando contrappone semplicisticamente gli uni agli altri in base alla loro origine, ma non lo è affatto se lo si considera nelle sue reali dimensioni, che sono scientifiche ed economiche, oltre che etiche.

Dalle superstizioni al metodo scientifico

Per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, va puntualizzato che qui non si tratta di mettere in discussione le basi e i presupposti scientifici del farmaco di sintesi. Altrimenti si tornerebbe alla superstizione, alla barbarie e all’oscurantismo dell’epoca premoderna, quando molti farmaci d’origine naturale erano già disponibili, ma ciononostante la medicina era inerme nei confronti della grande maggioranza delle malattie.

farmaci di sintesi

Allora l’umanità era periodicamente falcidiata dalle epidemie, il parto era un’avventura dall’esito incerto, la mortalità infantile era elevata. Gli interventi chirurgici non avevano il supporto degli anestetici, generali e locali, e degli antinfettivi, per non parlare degli immunomodulatori. La durata media della vita era inferiore di diversi decenni a quella oggi raggiungibile in un paese sviluppato.

La svolta è stata dovuta al progresso scientifico, frutto del lavoro paziente e spesso oscuro di intere generazioni di scienziati. Essi non hanno solo chiarito il funzionamento del nostro organismo e le cause di molte malattie, ma prima ancora hanno definito i principi e i criteri del metodo scientifico, che segnano il confine tra diceria e ragionevole certezza, tra notizia aneddotica e dato documentato in modo da renderlo controllabile e ripetibile.

Scorbuto e carenza alimentare

In questo senso la medicina moderna nasce con l’illuminismo sia come metodo sia, seppure in maniera ancora circoscritta, con alcune delle sue prime, grandi applicazioni. La terapia anticarenziale inizia nel 1700, con Lind, che non si accontenta dell’ipotesi che lo scorbuto, una malattia allora devastante e spesso mortale, dipenda da una carenza alimentare, ma verifica la validità di questa intuizione attraverso uno studio clinico controllato, nel quale paragona gli effetti di diversi cibi su gruppi omogenei di marinai.

Li arruola presumibilmente senza chiederne il consenso, come oggi non sarebbe consentito, ma la sua è una sperimentazione nello stesso tempo conoscitiva e terapeutica, un carattere quest’ultimo che, almeno in parte, supera le remore etiche. Forte del risultato ottenuto, che dimostra la correlazione tra lo scorbuto e la carenza di un fattore protettivo presente soprattutto negli agrumi, Lind si presenta alla Regina Vittoria ed ottiene il corrispettivo dell’attuale certificato di registrazione dei medicinali. Da allora il barile di succo d’agrumi fece sempre parte della dotazione della flotta britannica, migliorando la salute dei suoi equipaggi.

Il vaiolo e la nascita dei vaccini

Questa è la differenza tra la diceria, o la stessa nuda ipotesi, e il dato scientificamente documentato. I vaccini nascono nel 1700 con Jenner. A quei tempi era già noto che il vaiolo lascia in chi l’ha superato uno stato d’immunità, che impedisce di contrarlo una seconda volta. Jenner nota che il medesimo fenomeno si manifesta nei mungitori, soggetti al vaiolo bovino, clinicamente simile a quello umano, ma meno pericoloso. L’idea della vaccinazione parte da questa osservazione, ma anche Jenner va oltre.

scoperta vaccino

Comincia con un bambino, che tratta prima con materiale purulento prelevato dalle pustole dei mungitori e, dopo qualche tempo, con materiale purulento prelevato da malati di vaiolo umano. Come aveva previsto, il secondo inoculo non attecchisce. In seguito Jenner estende la sperimentazione, in modo da dare al risultato il valore di una prova scientifica, e anche lui si batte per la diffusione delle applicazioni pratiche derivanti dalla sua scoperta.

Per inciso, in questo caso il primo esperimento è condotto su un minore, incapace di esprimere un assenso libero ed informato. Vi è inoltre implicito, almeno inizialmente, il rischio concreto di contrarre una malattia grave, potenzialmente mortale; un rischio, peraltro, non controbilanciato come nel caso di Lind da un possibile vantaggio terapeutico immediato. Jenner, di conseguenza, è fortemente censurabile sul piano etico. Sul piano medico e scientifico il discorso è diverso, perché egli apre la strada alle vaccinazioni, che nel giro dei due secoli successivi sconfiggeranno la difterite, il tetano, la poliomielite, il tifo e altre malattie invalidanti o mortali.

Gli antibiotici

Dal male nasce il bene, come spesso avviene. Il padre degli antibiotici è Louis Pasteur (1822-1895), che nel 1800 ne descrive la secrezione da parte di alcuni organismi viventi e ne intravede le potenzialità terapeutiche. Conia per questo fenomeno naturale il termine antibiosi e ne intuisce le potenziali applicazioni mediche, anche se passerà oltre mezzo secolo prima che, con l’apporto determinante dell’industria farmaceutica, questa scoperta si traduca in applicazioni pratiche con la penicillina e, in seguito, con la lunga serie di antibiotici che salveranno milioni e milioni di persone.

Al pari di Lind e Jenner, Pasteur descrive e documenta con grande precisione le sue osservazioni, rendendole così controllabili e ripetibili.

Il progresso ha messo da parte la natura?

Gli sviluppi successivi di queste tre scoperte fondamentali si avvalgono di farmaci non solo d’origine naturale, ma anche sintetica, questi ultimi spesso, ma non sempre, rappresentati da strutture chimiche nuove. Il problema si pone, quindi, in termini diversi, ovvero se il progresso scientifico, i cui meriti non possono essere posti in discussione, non abbia da un certo momento in poi sottovalutato il patrimonio rappresentato dalle conoscenze e dagli strumenti contenuti nel grande libro della natura. Per porre il problema in termini ancora più chiari, la domanda è se la moderna medicina non abbia commesso lo stesso peccato di superbia dell’illuminismo, quando si è ciecamente affidato alla ragione dimenticandone i limiti.

Sul piano filosofico questo problema è stato sollevato da Jean Jacques Rousseau, una figura complessa, spesso contraddittoria nel fervore della polemica, ma che secondo la critica filosofica più attenta non afferma la superiorità della natura incontaminata, ma vi vede dei valori che la ragione deve illuminare e valorizzare. Questo è il punto vero della questione, cioè se i farmaci cosiddetti naturali non racchiudano un patrimonio, che la scienza può e deve valorizzare ulteriormente.

Cosa sono i farmaci naturali e innaturali

Fatte queste precisazioni, ripartiamo dall’inizio, precisando che cosa si intende, in questo contesto, per farmaco naturale ed innaturale.

farmaci innaturali laboratorio

Farmaci naturali

Un farmaco naturale ha un corrispettivo nella composizione o nel funzionamento dell’organismo. Nel caso di una malattia carenziale lo rifornisce di ciò che, con la sua mancanza, determina la malattia. Il riferimento è alle vitamine, agli aminoacidi essenziali, allo iodio e ad altri elementi ugualmente essenziali, molti dei quali sono probabilmente tuttora sconosciuti. Rientrano in questa categoria anche gli ormoni, come l’insulina, che sono d’origine endogena, anziché alimentare, e che l’organismo malato non è più in grado di produrre.

Nel caso delle malattie infettive sono naturali sia i vaccini, che fanno leva su un meccanismo difensivo fisiologico, rappresentato dal sistema immunitario, sia il prodotto di questo sistema, rappresentato dagli anticorpi e dai loro equivalenti.

Farmaci innaturali

Un farmaco innaturale cura ugualmente l’organismo, spesso lo fa in maniera altrettanto decisiva, ma lo fa introducendovi elementi estranei alla sua composizione e al suo funzionamento. Rientrano in questa categoria gli antibiotici, per esempio.

Quelli d’origine estrattiva sono costituiti da sostanze esistenti in natura. I primi antibiotici erano prodotti da funghi, ma tra quelli successivi ce ne sono alcuni d’origine vegetale o animale. Nonostante la loro origine naturale sono innaturali per l’uomo, perché già a partire dai vertebrati il sistema difensivo rappresentato dall’antibiosi è stato sopravanzato dal sistema immunitario, che ha come limite una certa latenza della risposta, ma sotto altri aspetti è incomparabilmente più avanzato: non solo sa adattarsi alle caratteristiche specifiche di ciascun aggressore, arrivando a colpire selettivamente perfino i virus che si annidano all’interno delle nostre cellule, ma sa anche contrastarne le eventuali contromisure, quelle che con gli antibiotici si traducono nella resistenza.

Appartiene alla categoria dei farmaci innaturali la grande maggioranza dei farmaci più recenti, come gli antipertensivi, gli antiulcera, gli antidislipemici, gli ansiolitici, gli antipsicotici, gli antidepressivi e molti altri. Vi rientrano anche gli ormoni e le vitamine, che sono sostanze fisiologiche per il nostro organismo, ma perdono questa qualifica quando sono impiegati in dosi abnormi, che ne forzano e spesso ne stravolgono le proprietà originarie.

Confronto tra farmaci di sintesi e naturali

Come spesso avviene quando si propone un ragionamento che esce al di fuori degli schemi correnti, anche qui è facile essere fraintesi. È bene, quindi, ribadire che i farmaci innaturali non sono meno preziosi di quelli naturali. Sono semplicemente diversi sotto molti aspetti, a cominciare dalle modalità del loro sviluppo.

Un farmaco naturale segue un percorso già noto. Parte dalla dimostrazione che una malattia dipende dalla mancanza di un certo fattore o di una certa risposta e, quindi, li reintroduce o riattiva in maniera fisiologica. Ciononostante richiede ugualmente una sperimentazione nell’animale e nell’uomo, ma si tratta di una conferma o di un collaudo infinitamente meno gravosi di quelli richiesti per i farmaci innaturali, che configurano un intervento nuovo, gravido di incognite e di rischi.

farmaci industria farmaceutica

Qui il collaudo sperimentale è incomparabilmente più lungo, gravoso, costoso e, ciononostante, incerto. Ecco allora che il sentimento diffuso tra la gente comune, quello che porta a dare più fiducia ai farmaci naturali che a quelli innaturali, prende corpo, acquista una sua ragionevolezza, ma va riferito non a un concetto generico, ma va ben precisato e puntualizzato in riferimento all’organismo umano.

Le implicazioni di questo ragionamento a livello della sperimentazione preclinica e clinica sono evidenti. Con i farmaci naturali gran parte della ricerca conoscitiva è già stata effettuata non solo all’interno dell’organismo umano, ma anche nel contesto del percorso evolutivo del quale esso rappresenta il culmine. Si può quindi passare rapidamente alla sperimentazione terapeutica, che comporta un potenziale vantaggio diretto per chi vi si assoggetta. Questo è avvenuto non solo con il succo d’agrumi sperimentato da Lind, e quindi con tutte le vitamine e gli altri fattori anticarenziali scoperti in seguito, ma in parte con lo stesso Jenner.

Seppure con le riserve etiche cui si è fatto cenno, anche in questo caso i rischi cui sono andati incontro i soggetti sottoposti alle prime sperimentazioni erano in qualche modo controbilanciati dalla ragionevole attesa di un beneficio, rappresentato dalla protezione contro il pericolo del vaiolo, che all’epoca era una malattia diffusa e devastante.

L’obiezione che a questo punto viene spesso mossa è che, se si escludono le malattie carenziali, infettive e poche altre, per le altre mancano i presupposti per lo sviluppo di farmaci naturali, così come sono qui intesi.

È vero, ma mancano perché non ne esistono altre, oppure mancano perché non le abbiamo cercate?

A favore di questa seconda argomentazione sta il fatto che lo studio delle basi naturali delle malattie, presupposto indispensabile per la realizzazione di farmaci naturali, è stato in gran parte sostituito dallo studio di modelli artificiali delle malattie.

Per esempio, anziché cercare le cause dell’epilessia nell’uomo, che è un’impresa ardua ed incerta, si è puntato sulla riproduzione nell’animale di alcune sue manifestazioni, come le convulsioni. Questo modello sperimentale ha consentito di identificare molti farmaci attivi, che però sono anticonvulsivanti, non antiepilettici. Questi farmaci sono preziosi, è bene ribadirlo ancora una volta, ma curano una malattia, non la guariscono. Analoghe considerazioni possono essere fatte a proposito di tutte le altre categorie di farmaci innaturali.

Non possiamo, quindi, dire che non ci sono più malattie suscettibili di trattamento con farmaci naturali: è vero, invece, che non le abbiamo abbastanza cercate.

In altre parole, mentre Lind, Jenner, Pasteur e tanti altri grandi scienziati del passato erano attenti osservatori della natura, gli scienziati moderni si sono chiusi nel laboratorio, dedicandosi a modelli che della natura sono pallidi, spesso infedeli simulacri.

Il ruolo dell'industria farmaceutica

Un altro fattore che ha spinto verso i farmaci innaturali, anziché naturali, è insito nell’industria farmaceutica. Anche qui è bene sgombrare il campo da possibili equivoci, ribadendo con forza che l’industria farmaceutica è stata, accanto alla comunità scientifica, una protagonista primaria degli sviluppi di una medicina che ha inciso profondamente sulla qualità e durata della nostra esistenza.

I benefici per la popolazione

Il suo ruolo è stato assolutamente determinante per la traduzione delle scoperte scientifiche in farmaci efficaci, costanti nella composizione e negli effetti, oltre che prodotti in quantità e a costi che ne hanno esteso i benefici a fasce sempre più estese della popolazione. In qualche caso, inoltre, l’industria è stata essa stessa sede di scoperte scientifiche basilari.

Perché lo scarso interesse verso il farmaco naturale?

Questi meriti, tuttavia, non esimono dal rilevare che sotto altri aspetti il suo intervento è stato negativo o distorcente. Questo giudizio si applica in primo luogo al brevetto. Va premesso che parliamo di uno strumento indispensabile per stabilire la paternità delle invenzioni farmaceutiche e, quindi, delle implicazioni commerciali che ne derivano. Senza questo attestato l’industria farmaceutica non potrebbe investire sul farmaco, così come non lo potrebbe fare un costruttore che non avesse la proprietà del frutto del suo lavoro. Sotto questo profilo il brevetto ha un valore etico, oltre che commerciale.

Il problema non sta qui, quindi, ma nelle caratteristiche particolari del brevetto farmaceutico, il cui impianto risale al 1800, quando l’industria chimica è nata come capacità di sintesi e le scoperte erano imperniate in gran parte sulla novità della struttura chimica. Questo concetto poteva essere valido allora, ma non oggi, quando quello che conta non è più la molecola in sé, ma l’impiego che se ne fa.

Sarebbe come, per chiarire meglio il concetto, se il pregio di un computer fosse giudicata in base non alle sue prestazioni, ma al materiale dal quale è costituito; per essere più precisi, anche un nuovo materiale è importante, ma non può essere il criterio unico o basilare di giudizio.

Questa è invece la situazione vigente nel campo farmaceutico, dove il brevetto di prodotto, basato sulla novità della molecola, è molto più forte del brevetto che protegge altre caratteristiche, come l’efficacia e la sicurezza. Ne è derivata la tendenza, vitale per l’industria farmaceutica, di puntare su farmaci sintetizzati per la prima volta e, conseguentemente, innaturali per l’organismo umano.

I farmaci naturali, spesso costituiti da sostanze in sé già note, anche se proposte per impieghi nuovi, sono trascurati a favore di quelli di sintesi perché non garantiscono una proprietà brevettuale altrettanto forte. Ecco una seconda spiegazione di una situazione che, altrimenti, sarebbe incomprensibile: lo scarso interesse, da parte di un grande protagonista della ricerca, per i farmaci naturali.

Ecco, di conseguenza, i motivi della proliferazione di molecole nuove, spesso caratterizzate da cambiamenti chimici di scarso rilievo sul piano terapeutico, ma determinanti per l’ottenimento di un brevetto di prodotto. È un meccanismo perverso, del quale l’industria farmaceutica è per prima schiava, ma purtroppo sembra che pochi lo capiscano.

Mi riferisco anche a coloro che si battono contro le distorsioni dell’industria farmaceutica, ma lo fanno per motivazioni ideologiche che sono nobili, ma rimangono sterili se non si risale alle cause e non vi si pone rimedio. Considerando i vantaggi dei farmaci naturali, la loro rivalutazione costituisca un obbligo non solo etico, ma anche scientifico ed economico.

Bibliografia

  • Silvestrini B. Medicina naturale. Analisi, Riflessioni, Prospettive. FrancoAngeli Ed. 2007
  • Silvestrini B. Il farmaco moderno. Un patto esemplare tra uomo e natura. Carocci Ed. 2014

Autore

brunosilvestrini
Prof. Bruno Silvestrini Farmacologo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1955 presso università bologna.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Roma tesserino n° 14314.

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