Dal lutto fisiologico al lutto complicato
L’elaborazione del lutto è un processo molto lento per il quale non esistono medicine che possano colmare il dolore per la scomparsa di una persona amata. Come afferma Massimo Recalcati “il lutto si configura come una reazione affettiva, emotiva ad una esperienza di perdita, una perdita che sconvolge, dissesta il modo di vedere il mondo”. Il dolore evitato si mantiene e si incrementa nel tempo, accompagnandosi spesso ad apatia, rabbia, indifferenza, insensibilità agli stimoli, depressione. Occorre infilarsi nel dolore e concederselo quotidianamente, per venirne fuori.
Indice
Cordoglio e lutto: definizione e significato
La perdita di una persona cara è una delle esperienze più intense che la vita possa riservarci, penetra nella profondità della persona, sconvolge le emozioni e le sensazioni, modifica la percezione della realtà. I termini utilizzati per descrivere le reazioni che accompagnano la perdita sono due: cordoglio e lutto.
Il cordoglio, deriva dal latino cordŏlĭu (m), il cui significato letterale è “dolore di cuore”, “cuore che duole”, che ben definisce il profondo dolore provocato dal lutto, il travaglio interiore sperimentato da chi vive una perdita, che coinvolge la sfera emotiva, cognitiva, comportamentale e fisica della persona.
Il secondo termine lutto deriva dal latino luctus, “pianto”, lugere, “piangere ed essere in lutto”, si intendono sia l'insieme delle reazioni psicologiche e dei comportamenti individuali che si sperimentano a causa della perdita di una persona significativa, e un insieme di pratiche e riti esterni, di natura culturale, sociale e religiosa che vengono svolti nelle diverse culture intorno all'evento della perdita.
Di per sé non si tratta di uno stato patologico, ma se sottovalutato o non affrontato può “cronicizzarsi” e divenire fonte di grande sofferenza. Il lavoro di elaborazione nel lutto richiede dei tempi adeguati. Il tempo da solo non guarisce il dolore, ma è come si impiega questo tempo, cioè è il tipo di risposte che attiviamo davanti alla sofferenza, il fattore decisivo.
L’importanza dei rituali nel lutto
I rituali e le manifestazioni esterne sono necessarie perché le esperienze importanti della vita assumano una loro compiutezza e completezza. I riti che seguono al momento del distacco di una persona cara ci aiutano nel processo di elaborazione del lutto. Senza di essi non possono prendere avvio, se non in modo parziale, i processi psicologici che si attivano in seguito all’evento drammatico della perdita.
Il tempo del dolore e le reazioni alla perdita
Le prime risposte emotive e fisiche
Non esiste un tempo, il dolore decanta lentamente, ognuno lo vive in maniera soggettiva, ma esiste un modo per affrontarlo.
La prima reazione è di stordimento, smarrimento, shock per poi lasciare spazio al dolore, così come alle reazioni del corpo (astenia, assenza di appetito ecc.). L’uomo è naturalmente predisposto ad affrontare il processo del lutto, ma senza dubbio questo non significa che il dolore sia meno intenso. L’elaborazione del lutto è un processo molto lento per il quale non esistono medicine che possano colmare il dolore per la scomparsa di una persona amata. Come afferma Massimo Recalcati “il lutto si configura come una reazione affettiva, emotiva ad una esperienza di perdita, una perdita che sconvolge, dissesta il modo di vedere il mondo”.
Il ruolo della presenza e della compassione
Questa esperienza ci ricorda quanto gli eventi siano per noi incontrollabili: avere accanto a noi persone che siano compassionevoli e dunque riescano a “essere con” noi è un aspetto importante.
Evitare il dolore: conseguenze
Frequentemente di fronte alla sofferenza le persone tendono ad evitarla o a controllarla, cercano di allontanare i ricordi o di colmare la mancanza distraendosi, o sforzandosi di non pensare. Così facendo si ostacola l’elaborazione del dolore e della perdita, impedendo l’emancipazione dalla sofferenza che entra nel presente con un’ondata di ricordi o di stimoli dolorosi che grattano la ferita come una lama appuntita, impedendone la cicatrizzazione.
L'illusione è “se la ignoro passerà”, in realtà la ferita ignorata non solo non guarisce prima, ma rischia di infettarsi e paradossalmente si finisce per protrarre il dolore ancora di più e subirne gli effetti nefasti, come quando non ci si prende cura di una ferita, la si lascia infettare, con conseguenti rischi per la salute.
Attraversare il dolore per elaborarlo
Il dolore evitato si mantiene e si incrementa nel tempo, accompagnandosi spesso ad apatia, rabbia, indifferenza, insensibilità agli stimoli, depressione. Occorre infilarsi nel dolore e concederselo quotidianamente, per venirne fuori. Passando attraverso il dolore, la lama dei ricordi si smussa e la sofferenza si affievolisce, come scrive Khalil Gibran: “Per arrivare all'alba non c'è altra strada che la notte”.
Concedersi uno spazio per la sofferenza
In questa fase, successiva alla perdita, risulta utile concedersi quotidianamente uno spazio dedicato alla sofferenza, ogni giorno, uno spazio in cui la persona si isola e incontra il dolore, piange tutte le sue lacrime, si lascia andare alla disperazione, di qualunque natura essa sia. Fare un incontro con questa dimensione, lasciarsi andare, toccare il fondo del dolore, piangere tutte le lacrime, per poi risalire, e a questo punto affrontare la giornata.
Il valore terapeutico del pianto
Le lacrime espresse, aiutano a sciogliere ciò che dentro di noi rischia di congelarsi nel dolore. L'atto di abbandonarsi al pianto ci fa esteriorizzare il dolore della perdita e proprio, concedersi il sentire il senso di impotenza che emerge dalla disperazione, farà percepire il dolore meno travolgente e più controllabile, permetterà alla persona di entrare in contatto con la parte più intima di se stessa. Le lacrime, scorrendo sugli occhi, cambiano il modo di vedere la realtà, possono offrire la possibilità di entrare in contatto con la parte più intima di se stessi (A. Ghinassi, 2022). Inoltre, permetterà di non utilizzare strategie di evitamento del dolore, spesso alla base di complicazioni nel processo del lutto (Nardone, Milanese, Cagnoni, 2021).
Il lutto e la resilienza
Il dolore e la sofferenza possono indurre la persona a perdere la voglia di vivere, a non credere più in un senso, o al contrario a sentirsi ancora più forte. La differenza si chiama resilienza (Meringolo, Chiodini, 2016). Resilienti non si nasce ma si diventa, dopo un lungo periodo di difficoltà e frustrazioni che mettono al tappeto, come può essere l'esperienza della perdita, qualunque essa sia.
Se ben elaborato, il lutto può comportare un rafforzamento della resilienza della persona, ogni ferita lascia una traccia che ci definisce e che ci rende unici e speciali. Quando il dolore si consuma, le lacrime si trasformano in perle preziose.
Il Resiliente è colui che riesce a trasformare un evento critico, potenzialmente destrutturante, in un'opportunità di crescita, di cambiamento e di miglioramento personale. Il termine “resilienza” indica proprio la capacità di affrontare e di resistere agli urti e alle avversità della vita, uscendone rafforzati. Per comprendere il concetto di resilienza può essere utilizzata la metafora dell’ostrica. Un’ostrica reagisce all’entrata di impurità, come un granello di sabbia, producendo la perla. Quando, infatti, un elemento estraneo penetra nell’ostrica creando un’azione di forte disturbo, il mollusco per proteggersi inizia a secernere una sostanza madreperlacea che isola, strato su strato, questo corpo estraneo. La perla è dunque il risultato di una ferita cicatrizzata.
Riorganizzare la vita dopo la perdita
In un secondo momento, la persona molto gradatamente potrà iniziare a riorganizzare la propria vita, al fine di raggiungere un nuovo equilibrio in assenza della persona cara.
Tendenzialmente l’essere umano ha la capacità di accettare e superare la morte di una persona cara (entro circa 18 mesi), con un miglioramento del tono dell’umore e con un abbassamento delle problematiche psicosociali (Bonanno et al., 2002).
Il lutto complicato o patologico
Nel caso in cui permangono reazioni emotive, comportamentali, cognitive e sociali della stessa entità della prima fase, come se la persona fosse nel suo cammino evolutivo bloccata, paralizzata, si parlerà di lutto complicato/patologico, in cui è presente una difficoltà ad accettare la sua ineluttabilità. Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) lo definisce con il nome di “disturbo da lutto persistente complicato”, che necessita di ulteriori studi prima che i disagi in essa contenuti possano essere considerati patologie.