Sono di recente introduzione alcuni studi relativi all'uso di long-acting e la produzione di fattori di crescita del cervello (tra cui il BDNF).

Tale valutazione consente di rilevare che vi è induzione della neuroplasticità positiva che è fenomeno essenziale per cercare di recuperare, sia funzionale che organico, il danno che può essere causato da una acuzie di tipo psicotico.

Una premessa fondamentale è la considerazione che i pazienti affetti da psicosi hanno la tendenza a non assumere la terapia, riducendo in tal modo la compliance. Oltretutto, le terapie orali spesso non sono accettate in quanto richiedono un impegno continuo e i risultati possono non essere soddisfacenti. 

A ciò si aggiunge che un paziente con schizofrenia tende ad avere un difetto cognitivo di valutazione anche in merito alla assunzione della terapia, provocando un vortice continuo tra ricadute e peggioramenti della malattia che sono responsabili nel tempo di un peggioramento del quadro cognitivo.

Inizialmente, i farmaci long-acting avevano la funzione di assicurare la terapia dei pazienti non aderenti.

Oggi, la teoria di cura ha subìto delle variazioni sostanziali, deputando ai farmaci long-acting la possibilità di rendere il paziente libero dalle assunzioni giornaliere per ricevere, allo stesso tempo, una maggiore efficacia e costanza di dosaggio plasmatico del principio attivo.

L'obiettivo principale del trattamento della schizofrenia è quello di ridurre lo stigma. Oltretutto le ricadute possono comportare peggioramenti clinici che sono responsabili di maggiore isolamento.

L'aumento della plasticità neuronale è rilevata per tutti gli antipsicotici di seconda generazione, ma soprattutto per l'aripiprazolo long-acting che ha una azione univoca come agonista parziale del recettore D2.

 

*fonte review di P. Girardi 2018

 

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