Nel 2004, Stati Uniti, un uomo di 61 anni viene operato per una frattura al piede e trattato con antibiotici per un certo periodo.

Dimesso dall'ospedale, inizia a manifestare segni di ubriachezza dopo assunzione di minime quantità di alcolici e, incredibilmente, si accorge di essere ubriaco in più occasioni senza aver assunto la minima quantità di alcool!

La moglie, infermiera, mediante un etilometro inizia a documentare gli episodi registrando i livelli di alcoolemia che frequentemente appaiono essere ben oltre i limiti concessi dal codice della strada per la guida di autoveicoli.

Col passare degli anni gli episodi diventano più frequenti e le alcoolemie registrate sempre più alte al punto che nel 2009 viene ricoverato in un pronto soccorso per etilismo acuto ed erroneamente etichettato come bevitore cronico.

Diversi mesi più tardi, finalmente, viene visitato da un gastroenterologo: nega di assumere integratori alimentari, riferisce di non avere alcun sintomo di pertinenza gastrointestinale e viene sottoposto ad un check up completo.

Tra gli accertamenti eseguiti, un'esame colturale delle feci risulta positivo per Saccharomyces Cerevisiae, un fungo comunemente noto col nome di lievito di birra!

Viene quindi subito ricoverato sotto stretta osservazione e, dopo essersi alimentato con soli carboidrati e snacks l' alcoolemia dosata in ospedale risulta in effetti elevata.

Il fenomeno, relativamente raro si chiama sindrome da fermentazione intestinale e si verifica quando è presente una quantità eccessiva del fungo nell'intestino, in genere conseguenza di cicli di terapia antibiotica che modificano la flora batterica intestinale: il fungo fermenta gli zuccheri alimentari producendo etanolo che viene assorbito.

E' indubbiamente una sindrome rara ma deve essere conosciuta e considerata in presenza di un quadro clinico come quello descritto.

Il nostro sfortunato paziente venne trattato con un ciclo di antimicotici, fermenti lattici e dieta priva di zuccheri e carboidrati con completa risoluzione della patologia.

 

 

Fonte: International Journal of Clinical Medicine, 2013, 4, 309-312