La nevralgia del trigemino viene comunemente trattata, in prima battuta, con una terapia farmacologica a base di antiepilettici (soprattutto carbamazepina) e\o iniezioni locali di ropivacaina.

Tale terapia viene aggiustata e calibrata nel tempo al fine di mantenere il paziente asintomatico.

Solo quando tale approccio si rileva inefficace il paziente viene candidato per un intervento di decompressione neurovascolare da effettuare in ambito neurochirurgico.

Ultimamente però si stanno producendo, in ambito letterario scientifico, numerose evidenze del fatto che la terapia farmacologica possa determinare nel tempo la trasformazione del pattern doloroso del paziente da tipico ad atipico, diminuendo le chances di una risoluzione chirurgica.

Questo perchè i farmaci somministrati hanno un effetto sui sintomi senza incidere sulla reale causa del dolore che risiede in un conflitto tra il nervo ed un vaso sanguigno in fossa posteriore.

Appare quindi sensato proporre, in pazienti giovani, l'opzione chirurgica tra le opzioni possibili in prima battuta al fine di ottenere la più alta percentuale possibile di riuscita dell'intervento.

Bisogna inoltre considerare, visti i tempi, che l'opzione chirurgica è risultata la più economica nel lungo periodo

(L. Lemos et al. Pharmacological versus microvascular decompression approaches for the treatment of trigeminal neuralgia: clinical outcomes and direct costs.Journal of Pain Research 2011:4 233–244)