Quando si parla di psicosi si intende solitamente la perdita del contatto con la realtà, che avviene in associazione ad una forma di pensiero detta “delirio”. Il delirio può essere poi calmo o agitato, confuso (nel senso di non orientato e frammentario, privo di una collocazione spaziotemporale e di una struttura interna) o lucido, con un tema e un’architettura complessa e internamente coerente.

Il delirio prevede una convinzione, una certezza di realtà, che però non è derivabile rispetto alla realtà stessa mediante un ragionamento: in altre parole, qualcosa che è processato dal cervello come “vero” senza che si ricostruisca “come è venuto in mente”. Spesso la persona produce come giustificazione del delirio una spiegazione a circolo chiuso, ad esempio: “sono convinto che ci sia un complotto contro di me perché vedo le persone che parlano di me tra loro, anche se non le sento, so non mi sbaglio perché c’è un complotto contro di me”.

Nell’idea di chi vuole dimostrare che in realtà il delirio non esiste, ed è solo un pensiero non condiviso o non approvato, si fa confusione tra delirio e immaginazione, quest’ultima invece una funzione fisiologica del cervello umano. Il delirio non è “il genio”, cioè quel pensiero che arriva a scoprire o a immaginare delle verità che poi saranno dimostrate, ma che con il delirio si intuiscono già prima. Il genio corrisponde al pensiero intuitivo, in cui la persona compie associazioni secondo una sua logica non condivisa o semplicemente associa per vie alternative un concetto all’altro, ma la distinzione con il delirio è netta, poiché lo studioso, dopo aver concepito una teoria ed essersene innamorato procede alla verifica, perché non ne è certo, anzi è angosciato finché non ha trovato conferma o disconferma, e spera ovviamente di averci azzeccato. Il soggetto delirante non vuole verificare ciò che sa già, se mai vuole provarlo agli altri per essere creduto, ma nel far questo fallisce sistematicamente, perché si comporta non come uno che debba verificare e essere in grado di provare, ma come qualcuno che deve costruire con gli elementi che ha la prova di quel che già sa. Mentre lo scienziato fatica per trovare conferme, ed è cauto, il delirante le trova sempre e subito, perché è inevitabile che ogni cosa dimostri in maniera diretta o indiretta quel che nella sua mente è già vero. Per via deduttiva, egli non fa altro che scambiare le conseguenze del suo ragionamento a partire da una convizione gratuita per indizi: ad esempio se vede una persona che tossisce leggerà questo come prova di un complotto contro di lui in cui le persone comunicano con gesti cifrati. In altre parole un ragionamento che deriva dall’idea di fondo del delirio è proposto come prova dell’autenticità della convinzione. Lo scienziato dubita, ed è angosciato dal dubbio di aver sbagliato. Il delirante invece è angosciato dal non poter essere creduto per colpa di chi, producendo elementi in apparente contrasto con quel che dice, evidentemente stanno cercando di impedirgli di difendersi o di essere assecondato.

Un fatto è che molti “geni”, nell’arte e nella tecnica, hanno sofferto di disturbi psicotici, tipicamente intermittenti. Si dice allora che il loro “genio” sia stato capito e apprezzato solo dopo la morte, e in vita ritenuto delirio, oppure che del loro genio soltanto la parte socialmente utile sia stata accolta, e il resto bollato come delirio e attribuito ad una malattia mentale. In realtà si potrebbe dire che chi ha un pensiero molto produttivo e libero, e quindi immaginativo e intuitivo, è anche vulnerabile a disturbi che spostano invece il pensiero da tutt’altra parte, e cioè verso il delirio. Differentemente dall’immaginazione e dall’intuizione, che sono flessibili e non riguardano la realtà ma la riscrivono o la sviluppano, il delirio è una ferma e statica convinzione, che può nel tempo cambiare di contenuto ma formalmente ogni volta rimane sclerotica, ferrea, impenetrabile.

 

Nella descrizione di un pensiero che non aderisce alla realtà si usa appunto dire che la persona ha perso la coscienza di realtà, cioè non sa più riconoscere il reale. Questo tipo di definizione però è inesatta, perché spesso la realtà è indefinita, non la si sa comunque, per cui su questo piano chi ne afferma una potrebbe intuire o sapere, senza riuscirlo a comunicare bene, qualcosa che però agli altri è ignoto. Il delirio va definito meglio non come incapacità di riconoscere e delimitare la realtà, ma come incapacità riconoscere l’immaginazione. Biologicamente parlando ad esempio, si ritiene che le convinzioni non siano altro che pensieri che non sono catalogati come auto-prodotti, e che quindi la persona ritiene che provengano da fuori, ovvero siano stati costruiti sulla base di elementi che poggiano sul reale. Se penso che una persona mi guardi male per la strada, so riconoscere che questo è un mio pensiero, e quindi mantenerlo “in sospeso” o ritenerlo una mia immaginazione su cui magari sorridere. Invece, se questo pensiero non è riconosciuto come interno, immaginato, allora non rimane che sia esterno, cioè prende la via di codificazione di quei pensieri che sono costruiti secondo indizi ed elementi dell’ambiente, e quindi automaticamente è catalogato come “vero”, o meglio “reale”.

Un ricordo – altro esempio – è tale perché identificato come reale, ma se un pensiero immaginario non è riconosciuto come tale passa il filtro ed è catalogato come reale, per cui diventa un “falso ricordo”. Molte persone iniziano a delirare su temi riguardanti il passato, ad esempio violenze subìte, con la stranezza di un relativo distacco tra la convinzione di aver subito violenza. Si tratta tipicamente di ricordi che non hanno storia, emergono improvvisamente, e sono spesso subìto interpretati come ricordi “rimossi”.