Vi propongo un film sulle ossessioni, e su un tipo particolare di ossessioni, quelle cosiddette “di contrasto”, cioè quando si teme di poter compiere o aver compiuto gesti sconsiderati -di solito aggressivi, violenti o offensivi, ma anche errori o omissioni. Alcuni classici esempi sono le madri che hanno timore di poter far del male ai figli, magari con il terrore di fare come nei casi di cronaca nera di madri assassine; o persone che temono di poter fare o farsi del male con coltelli o altri arnesi, che devono quindi tenere lontani; o persone che sono tormentate da immagini in cui si vedono compiere violenze su altri; o ancora il timore di sputare, di poter gridare in pubblico, bestemmiare in chiesa, scrivere offese su fogli o documenti o mail, e così via.

Il film in questione è “Un gatto nel cervello” curioso titolo per una specie di film autoironico di Lucio Fulci, regista horror che rappresenta e interpreta un sé stesso alle prese con ossessioni di scene cruente o violente, uguali a quelle che lui stesso dirige e progetta per i suoi film.

Fulci si convince (come capita a chi soffre di ossessioni di contrasto) che questi suoi pensieri e immagini mentali siano il segno di un turbamento che sta affiorando, di una violenza nascosta che vorrebbe emergere e fargli perdere il controllo.

Questo timore avviene contro ogni logica, perché chi è ossessionato rifugge gli elementi che gli scatenano le ossessioni, proprio come fa lui (che non può più vedere la carne, il sangue, il rosso etc).

Spaventato però dalla paura di impazzire e di avere qualcosa che non va si rivolge ad uno psichiatra. Lo psichiatra incarnerà i suoi timori, perché affascinato dai racconti e dai film del regista che visiona per rendersi conto del problema inizia ad uccidere davvero. Non contento, decide di ipnotizzare Fulci in modo che lui vada, inconsapevole, vicino ai luoghi dei delitti, e diventi il sospettato numero uno.

Il regista anziché migliorare inizia a credere davvero di essere autore di delitti di cui non si ricorda, ma che evidentemente ricalcano il macabro che mette in scena, e è così assorbito dalle sue immagini ossessive che a volte sembra sognare ad occhi aperti, e a volte aggredisce oggetti e persone.

Cosa significativa, in un caso prende a colpi dei barattoli di vernice rossa (come quelli che usano per fare il sangue sulla scena), in un’altra aggredisce cameraman e produttore che stanno girando un anteprima del suo ultimo film, come a dire che se la prende con la fonte delle sue stesse ossessioni, più che con i contenuti.

Il disturbo ossessivo, si potrebbe dire “ti costringe ad essere sul luogo del delitto”, nel senso che è un pensiero tuo, della tua mente, ma allo stesso tempo ti è imposto, ti è estraneo. Per questo chi ha le ossessioni le sente come obbligate, ma allo stesso tempo sa che sono pensieri suoi, e quindi teme che esprimano delle pulsioni nascoste. Il disturbo ossessivo ti spinge inoltre a cercare perché, a parlare delle tue paure, ma questo può essere controproducente, perché più se ne parla e più si coltivano, più si trattano come se fossero realtà.

La cura delle ossessioni non consiste nell’entrare nei dettagli, ma nel far scomparire i pensieri ossessivi. Psicoterapie non adeguate possono invece far concentrare sulle ossessioni e creare una sorta di “depersonalizzazione”, che è quello che capita a Fulci, che non capisce più cosa sia veramente accaduto e cosa sia frutto della sua immaginazione, salvo poi recuperare ogni volta la cognizione della realtà.

Fulci teme di essere come lo psichiatra, e il suo disturbo stesso, mal curato, lo fa convincere di essere un assassino e un maniaco. Lo psichiatra adotta una tecnica assolutamente da evitare, ovvero “provi a fare un elenco particolareggiato di tutte le sceneggiature e le sue allucinazioni, le esamineremo insieme e risaliremo alla causa che ha scatenato il tutto”. Invece di migliorare  il paziente peggiora. 

Come un ossessivo cerca rassicurazione dopo i delitti: ragiona sul fatto che è stato assente dal lavoro per ore, ma quando è tornato non era sporco di sangue, e chiede al suo aiutante conferma, come se, in assenza di testimoni, non sapesse più dire dov’era e che cosa ha fatto (perché il dubbio non gli consente più di saperlo con certezza). Le ossessioni alla fine lo inchiodano a dubbi atroci e irrisolvibili, come nella frase dello psichiatra “i tuoi film, i tuoi appunti ti condanneranno a passare per il mostro !” – e sarà lui stesso il primo a sospettare di se stesso.

Alla fine, risolto il caso e morto il vero colpevole, Fulci salpa per una vacanza meritata (libero dalle ossessioni) sulla sua barca dal nome ironico di “Perversion”. Non libero dalle sue fantasie, ma anzi libero di coltivarle senza più ossessioni di contrasto.