Verso il miglioramento - strategie di recupero

Nella depressione, in particolare in quella maggiore, c’è un momento delicato, quando la morsa dei sintomi si attenua, il dolore non è più così bruciante, ma ancora non c’è benessere, ancora la volontà non scorre come dovrebbe.

In alcune persone questa condizione è rischiosa, perché l’attivazione che prelude al miglioramento, associata all’umore ancora depresso, può indurre a comportamenti autolesivi, che prima erano bloccati dall’inerzia provocata dall’abulia. Occorre quindi molta attenzione da parte di chi vive accanto al paziente e che magari, vedendo il proprio caro meno depresso allenta un poco la sorveglianza.      

C’è un altro aspetto, più positivo, sul quale mi vorrei soffermare: quando la sofferenza si riduce un po’ è possibile che il paziente faccia qualche tentativo di riprendere la vita al punto in cui l’aveva lasciata in sospeso. Si tratta di azioni che viste da fuori sembrano banali, ma sono invece importanti e vanno valorizzate dai familiari e da chi cura il paziente.

Per esempio una donna depressa che decide di andare dal parrucchiere dopo mesi compie un’azione quasi eroica, che richiede tutta una serie di passaggi: togliersi la tuta da casa vecchia e informe, vestirsi, affrontare gli sguardi delle persone, scambiare qualche parola con la parrucchiera e le altre clienti. Per una depressa, che vive con l’impressione che tutti guardino proprio lei e la critichino ferocemente, è un’impresa immane.

Può essere utile, in questa fase intermedia, cercare di uscire di casa regolarmente per brevi passeggiate, da soli o accompagnati da familiari. Sarebbero preferibili luoghi non affollati e tranquilli, anche se alcuni si trovano meglio nella folla anonima dei centri commerciali, per cui non c’è una regola. Le uscite con gruppi di amici, le cene e così via sono premature in questo periodo, perché richiedono una energia che il convalescente ancora non ha recuperato.

Quando si sta un po’ meglio si comincia a mettere in ordine la casa, di lavorare in giardino o nell’orto, e infine si decide di riprendere il lavoro.

Il primo giorno è difficile superare la soglia dell’ufficio, si ha il terrore di dover dare spiegazioni, di intercettare sguardi di rimprovero (“È stato a casa a far niente”), o di compatimento (“Poveretto, non ci sta con la testa”). In realtà anche qui vale il concetto che la gente può essere un po’ curiosa, ma alla fine ognuno è interessato soprattutto ai fatti suoi, e l’interesse per il convalescente che torna al lavoro si limita a un distratto: “Ciao, come stai?” oppure: “Stai bene, adesso? No, perché ci sarebbe quella pratica...”, per cui è sufficiente una risposta standardizzata e breve, niente di quello che il depresso si è immaginato nelle sue notti insonni: nessun processo, nessuna gogna, ma la solita routine.

Occorre quindi gradualità nel riprendere le attività quotidiane e pazienza nell’assunzione dei farmaci per il periodo necessario, perché l’essenziale è recuperare il benessere psicofisico evitando il rischio di ricadute.