Un problema piuttosto importante spesso sottovalutato, e non solo in psichiatria, è l’atto medico della prescrizione dei farmaci.

Lo psichiatra (ma la situazione si adatta a qualsiasi medico), dal suo lato della scrivania, dopo aver raccolto l’anamnesi, cioè la storia del paziente e della sua famiglia, aver analizzato insieme a lui la sintomatologia attuale, preso visione di eventuali esami, prescritto altre analisi ecc ecc, alla fine prescrive la terapia.

Se è un medico coscienzioso, si premura di spiegare al paziente, con parole semplici e comprensibili, gli effetti terapeutici che si aspetta dalla medicina, gli effetti collaterali, le modalità di assunzione: a stomaco pieno, a stomaco vuoto, al mattino, ecc., nonché le avvertenze più comuni, come evitare l’ingestione concomitante di alcolici.

Il paziente se ne va col suo foglietto e allo psichiatra sembra di aver svolto al meglio il proprio compito.

Siamo sicuri che sia davvero così?

Se facciamo il giro della scrivania ci possiamo rendere conto che nel paziente, che è “paziente” solo di nome, si muovono tutta una serie di aspettative, sentimenti, brani di articoli letti dalla parrucchiera, nozioni di Wikipedia, commenti degli amici, che rendono emotivamente carico il discorso “farmaco” e compromettono la comprensione della prescrizione, nonché la cosiddetta “compliance” (cioè la collaborazione del malato).

Spesso si arriva dallo psichiatra come ultima spiaggia, sentendosi in colpa perché non si è riusciti a “farcela” da soli. La speranza (non importa quanto irrazionale) è quella di sentirsi dire: “Caro/a signore/a, lei non ha nulla che una bella vacanza non possa guarire”. Esagero? Forse sì, ma alle volte già ottenere una diagnosi psichiatrica, depressione maggiore (o peggio, bipolare), disturbo di panico, fobia sociale ecc, produce una delusione nel paziente, che sperava di sentirsi dire ben altro: è solo un po’ di stress, ha problemi di lavoro, la sua autostima è bassa, o altre banalità da bar. Che poi si vada da uno specialista sperando di sentirsi dire tutto ciò è uno dei tanti misteri della mente umana. Altri pazienti invece sperano di aver sbagliato specialista, e che lo psichiatra li indirizzi nuovamente dal cardiologo o dall’endocrinologo, che ormai li hanno visitati in lungo, in largo e per traverso...

La domanda successiva, dalla parte “sbagliata” della scrivania è “Si guarisce?”. Non sempre viene espressa, ma è quella. Il medico dice “si può curare con...” , il paziente capisce “si guarisce”, e lì si apre un altro grosso capitolo, che può far naufragare anche la terapia tecnicamente più corretta.

Una volta metabolizzato il concetto che la malattia c’è, e che bisogna ricorrere alle medicine (i temibili “psicofarmaci”) il problema di comprensione si ingrandisce progressivamente.

Il modello di terapia farmacologica preferito del paziente è quello degli antibiotici: due scatole di x, e sei a posto, guarito, l’infezione batterica è scomparsa. Se il paziente è abbastanza colto, non ne parla, perché si rende conto che non è un modello corretto per la cura (ad esempio) dell’attacco di panico, ma la speranza rimane quella di una risoluzione in tempi rapidi non solo della sintomatologia, cioè dei disturbi, ma anche della terapia farmacologica. Infatti, appena inizia a stare meglio, spesso riduce o sospende di propria iniziativa la cura, col rischio di una ricaduta, che però dal medico viene interpretata come ricaduta, dal paziente spesso come un nuovo episodio patologico: “Ho preso tante medicine, per tanto tempo, ma non è servito a niente” .

Spesso invidio la mia amica veterinaria, che con cortisone e antibiotici risolve brillantemente tanti problemi, anche se ormai, con l’aumento dell’età media dei pet, anche lei deve affrontare sempre più spesso le malattie croniche degli animali anziani, come diabete, insufficienza renale ecc, che richiedono cure lunghe.

La mia vuole essere solo una riflessione sul tema, non pretendo certo di esaurire la casistica, ci vorrebbe un trattato.

Non intendo ovviamente essere offensiva nei confronti dei pazienti (ci mancherebbe!), ma soltanto porre l’accento sul diverso peso che hanno le terapie prescritte (e comprese razionalmente dal paziente) e le terapie emotivamente “vissute”, spesso come una condanna, una sconfitta, un “sono diverso dagli altri perché assumo (psico)farmaci”.

La funzione delle terapie in psichiatria, come in tutte le branche della medicina, è quella di alleviare la sofferenza e permettere alle persone di vivere nel miglior modo possibile. In molti casi queste cure si possono interrompere, ma dopo mesi o anni e non poche settimane. Se a chi deve assumere le medicine sembra un tempo troppo lungo, dovrebbe anche essere confrontato sul fatto che la sua patologia non è stata provocata dall’incontro con un batterio qualche giorno prima, ma che ha una storia lunga: il paziente ha impiegato 20 o 30 anni per sviluppare eventuali atteggiamenti, paure o risposte disfunzionali, e quindi potrebbe concedere qualche mese della sua esistenza perché lo psichiatra trovi la terapia più indicata al dosaggio più adatto.

Lo psichiatra dal canto suo dovrebbe tener conto che la visuale dall’altra parte della scrivania è differente, e lasciare un po’ di spazio all’espressione dei dubbi, dei timori e a volte della frustrazione di chi deve assumere i farmaci: noi medici diciamo spesso “Proviamo questo, proviamo quello” ma chi inghiotte le pasticche e conta le gocce non siamo noi...