Il consumo di antidepressivi in Italia è in netto aumento ed è più che raddoppiato fra il 2001 e il 2009 (+ 114,2%).

Questo dato è stato messo in relazione con altri dati poco edificanti dall’ultima indagine del Censis, che parla di “crisi antropologica” e di ridotto controllo delle pulsioni da parte degli italiani.

La misura del consumo di antidepressivi è considerata segno di un progressivo aumento del disagio psicologico e sociale della popolazione, ma questa lettura potrebbe essere troppo semplicistica e parziale.

Perché non pensare che "più antidepressivi" può anche significare "più persone che hanno deciso di fare qualcosa per i propri problemi"?

Per quanto infatti i disturbi depressivi siano secondo alcuni diagnosticati troppo spesso e fuori luogo (leggi), gli antidepressivi SSRI sono utilizzati per il trattamento psichiatrico di diverse patologie, di natura sia depressiva sia ansiosa.

Di conseguenza l’aumento del loro impiego può essere un segno positivo che indica che almeno una parte dei milioni di italiani che soffrono di ansia e depressione si stanno curando (per la precisione, il 3,4% della popolazione assume antidepressivi ogni giorno, ma le persone che soffrono di queste tipologie di disagio sono molte di più).

L’immagine del depresso o dell'ansioso che assume un farmaco senza parlare con nessuno dei suoi problemi per elaborarli e superarli può essere triste, ma è anche l’immagine di una persona che non sta accettando passivamente una situazione negativa e che sta cercando di uscirne.

A volte il ricorso al farmaco è utile di per sè, altre volte è solo un primo tentativo che fallisce, parzialmente o totalmente, e permette così alle persone di fare una "scatto di consapevolezza" e di accettare l’idea che è nel proprio caso è necessario un percorso di tipo psicologico per affrontare problemi e disturbi che spesso hanno una causa rintracciabile nella vita presente o passata del soggetto. (Ricordo che lo psicologo psicoterapeuta non è un medico e non utilizza quindi farmaci per la terapia dei disturbi psicologici, ma spesso collabora con il medico psichiatra che gestisce l'aspetto farmacologico della terapia.)

Se l’antidepressivo è prescritto da uno specialista può quindi essere utile e anche risolutivo, e il suo impiego rappresenta un tentativo di soluzione che, dal punto di vista psicologico e sociologico, non giudicherei negativamente a priori, come antitesi dell'intervento psicologico.

A volte anzi l'impiego di psicofarmaci è necessario e indispensabile, specialmente quando la persona ha atteso per troppo tempo che i sintomi "passassero da soli" (sic!) e si trova ad affrontare una situazione che nel frattempo è peggiorata e si è complicata o cronicizzata.

Cominciare ad occuparsi dei propri disturbi optando per un approccio farmacologico, qualunque ne sia l'esito, può talvolta portare ad una presa di coscienza della necessità di un intervento psicologico e psicoterapeutico da integrare/sostituire al trattamento psichiatrico: a mio parere, indipendentemente da questo quello che conta è che le persone ritrovino equilibrio e serenità e quale strada scelgono per ottenerli può essere considerato non così importante purchè raggiungano il proprio obiettivo.