Rimuginio, ruminazione e disturbi dell'umore

Prendo spunto da una interessante lettura di C. Papageorgiou e A. Wells (2004) per focalizzare la mia attenzione su alcune modalita' di pensiero che, secondo alcune ricerche, predisporrebbero ai disturbi dell'umore.

Per prima cosa, reputo necessario fare una distinzione tra il concetto di rimuginio e ruminazione, termini spesso erroneamente usati come intercambiabili.

Il rimuginio e' una modalita' di pensiero anticipatorio, collegato al senso di minaccia o pericolo incombente, ovvero alla preoccupazione rispetto ad eventi futuri. Il paziente, spesso, rivela questo tipo di pensiero in quanto, nella sua narrazione, tendono a comparire espressioni quali "e se succedesse..?" con un seguito che puo' di volta in volta variare, lasciando la forma del discorso inalterata. Tali espressioni sembrano indicare la prefigurazione di scenari e situazioni che, proprio perché future, non sono nè prevedibili ne', tanto meno, controllabili.

Ma e' appunto questa l'illusione: cioe' che il controllo sia possibile attraverso pensieri ricorrenti di avvenimenti non in nostro potere, come se, alla base, vi fosse il presupposto implicito o esplicito, la credenza irrazionale che "se penso molto a tutto quello che potrebbe accadere e mi impegno abbastanza nella previsione di tutti i possibili disastri futuri, sarò in grado di impedirli".
Pensiero magico molto potente, ma altrettanto inefficace perché illogico. Come puo', infatti, il futuro, per sua natura, essere prevedibile, a meno che non siamo, o crediamo di essere, indovini, veggenti o profeti?

In quel caso, cioè, se lo crediamo, non più di disturbi dell'umore si tratterebbe quanto, piuttosto, di assoluta mancanza di senso della realtà. Quindi, ben più grave.

Tuttavia, molti pensano che , in fondo in fondo, il futuro sia dominabile e modificabile grazie alla capacita' immaginativa della mente.

Ora non mi addentro in questioni filosofiche, che non sono, qui, di mia pertinenza, ma mi viene da pensare che il futuro, con la sua quota di vuoto predittivo, abbia sempre causato, fin dai primordi, un' ansia parossistica e incontrollabile, al punto che siamo ricorsi, noi esseri umani, a oracoli e veggenti e alle nostre presunte abilita' divinatorie.

Non sto, ovviamente, dicendo che un' attenta quanto flessibile programmazione del futuro, basata su aspettative realistiche ed altrettanto realistiche previsioni delle conseguenze delle nostre azioni, non sia funzionale o, addirittura, auspicabile; sto solo affermando che il presupposto di base dovrebbe diventare qualcosa come: so che il futuro non e' prevedibile, e le azioni degli altri ancora meno, se possibile, tuttavia posso decidere di giocare con i miei pensieri con l'obiettivo di attivare le mie capacita' attentive ed immaginative .

Insomma, e' il presupposto di base e la misura in cui mettiamo all'opera il nostro pensiero che determina il nostro benessere o disagio psichico e, quindi, il nostro umore.

Questo spiegherebbe il perche', nonostante tutto l'impegno che mettiamo nel prevedere nel modo piu' accurato possibile, non solo non ci sentiamo meglio, ma, anzi, continuiamo a soffrire di ansia invalidante o limitante. Proprio questa ansia sembra essere il sintomo di un nostro errore cognitivo. Infatti, se anche riuscissimo ad ingannare gli altri, potremmo mai ingannare noi stessi? E per noi stessi, mi riferisco alla nostra parte piu' autentica, spesso inconscia e oscura al nostro se' cosciente.

Il concetto di ruminazione, invece, ha a che fare con la risposta ad eventi stressanti, quali perdite reali o percepite, insuccessi personali, colpe vere o presunte ecc.,e, quindi, guarda al passato e a "come sarebbe dovuto essere se non...". Essa sarebbe, dunque, un tentativo teso ad attenuare la discrepanza o dissonanza cognitiva tra situazione ideale e situazione reale, con l'obiettivo di ottenere un insight. Questo e' quanto Martine e Tessa (1989, 1996), Nolen-Hoeksema (1991) sembrano indicare.

Il fine, pero', non giustifica i mezzi.

Se la meta e' buona, non altrettanto i risultati. L'altra faccia della medaglia, infatti, sembra, a ricerche effettuate, l'aggravamento dell'umore in senso depressivo, lo stile di pensiero negativamente distorto, scarse capacita' di problem solving, aumento dei livelli di stress, ritiro sul piano delle relazioni e deterioramento dell' attenzione e della concentrazione.( Lyubomirsky et al., 1998)

Insomma, la ruminazione sembrerebbe l'ingrediente principale dell'umore depresso in generale e del disturbo depressivo maggiore in particolare, concetto da non confondersi, da una parte, con il rimuginio- predisponente, invece, alla sindrome ansiosa- e, dall'altra, con la capacita' introspettiva e riflessiva di pensiero- predittiva di una buona capacita' di problem solving.

Concludo questa breve e non esaustiva riflessione con alcune considerazioni che possono, forse, essere utili sul piano della valutazione diagnostica e della formulazione di un piano di trattamento mirato.

Ritengo importante, nell'approccio con un paziente che manifesta disturbi dell'umore, analizzare la sua modalita' di narrazione e il suo sottostante tipo di pensiero. Questo primo screening puo' darmi delle indicazioni importanti, ovviamente da verificare, su quale disturbo sia ad essi correlato, se trattasi, cioe', di ansia o depressione. Avere chiaro in mente la distinzione tra rimuginio, ruminazione e capacita' riflessiva puo' sicuramente aiutarmi, insieme ad altre considerazioni altrettanto importanti, a formulare un piano di intervento più efficace e, soprattutto, specifico per quel determinato paziente e per la sua relativa e disfunzionale, potrei direi disforica, modalita' di pensiero.

 

Per approfondimenti:
Costas Papageorgiou e Adrian Wells (a cura di), Ruminazione depressiva. Teoria e trattamento. Erickson, Trento, 2008.