Questo articolo è un viaggio alla scoperta del Bambino Interiore, quella parte di Sè autentica, creativa, spontanea che, aimè, spesso viene sacrificata e abbandonata. Ecco come liberarla...

Non lasciarti ingannare da me.
Non lasciarti ingannare dalla maschera che indosso.
Una, mille maschere, che ho paura di togliermi,
anche se nessuna mi somiglia.
L'arte della finzione e' per me una seconda natura,
ma non lasciarti ingannare.
Per l'amor di Dio, no.
Ti do l'impressione d'esser sicuro,
fingo che tutto vada bene e fili liscio,
dentro e fuori di me:
 mi definisco vincente e ostento indifferenza,
dico " le acque sono calme ed e' tutto sotto controllo,
e io non ho bisogno di nessuno."
Ma non credermi.
In superficie e' tutto tranquillo ma la mia superficie
e' la mia maschera, sempre diversa, sempre finta.
Sotto non c'e' soddisfazione.
Sotto c'e' confusione, paura e solitudine.
Pero' le nascondo. Non voglio che nessuno le veda.
Tremo al pensiero che le mie debolezze e paure vengano messe
a nudo.
Ecco perche' faccio di tutto per nasconderle con una maschera,
una facciata disinvolta e sofisticata, che mi aiuti a fingere,
che mi faccia scudo dallo sguardo che sa.
Ma e' proprio quello sguardo, la mia salvezza.
La mia unica speranza e io lo so.
Se mi fara' sentire accettato, se mi fara' sentire amato.
Non c'e' altro che possa liberarmi da me stesso,
dalla prigione che mi sono costruito,
dalle barriere che ho eretto con tanta cura.
Non c'e' altro che possa darmi quella certezza che non so
procurarmi da solo:
che valgo davvero qualcosa.
Ma io tutto questo non te lo dico. Non ne ho il coraggio.
Ho paura che il tuo sguardo non mi fara' sentire accettato,
non mi fara' sentire amato.
Ho paura che mi disprezzerai, mi deriderai,
e la tua risata mi ucciderebbe.
Ho paura che in fondo non sono niente, non valgo niente,
e che tu lo vedrai e mi rifiuterai.
Percio' continuo il mio gioco, la mia finzione disperata,
uomo sicuro fuori, bambino tremante dentro.


Il Bambino Interiore e' in ciascuno di noi. 

E’ il custode di emozioni, sentimenti, percezioni, sensazioni, rimanda alla fase in cui l’individuo bambino, o infante, ha fatto il suo incontro con il mondo (essenzialmente quello costituito dalle cure genitoriali). 

E’ il luogo dei bisogni e desideri, della creatività e della fantasia, di una tensione verso vissuti passati mediata dal confronto con il presente.

Carl Jung lo ha chiamato il “Bambino Divino” che è l’essenza di chi siamo veramente. 

“E’ un sorprendente paradosso in tutti i miti del fanciullo, che il “fanciullo”, mentre è consegnato inerme a nemici strapotenti ed è minacciato dal continuo pericolo dell’annientamento, d’altra parte dispone di forze che superano di gran lunga ogni misura umana. Questa tesi è strettamente connessa con il fatto psicologico che il “fanciullo” è da una parte “insignificante”, cioè sconosciuto, “soltanto un fanciullo”, d’altra parte però è divino. Considerato dal punto di vista della coscienza, si tratta di un contenuto apparentemente insignificante che non si supporrebbe portatore di soluzione o addirittura salvezza. La coscienza è completamente presa dalla propria situazione di conflitto e le forze che in questa si combattono le sembrano così potenti che il contenuto “fanciullo” apparso isolatamente non possa essere in proporzione con i fattori della coscienza. Quindi esso può venire facilmente trascurato e ricadere nell’inconscio. Questo sarebbe infatti da temere, se le cose corrispondessero alle aspettative della coscienza. Il mito però sottolinea appunto che il caso non è questo, ma che, al contrario, il “fanciullo” ha una forza superiore e riesce a farsi valere ad onta di ogni pericolo e minaccia. Il “fanciullo” esce dal grembo dell’inconscio, come una sua creatura, generata dal fondo stesso della natura umana, o meglio, dalla natura viva in generale. Egli personifica le forze vitali di là dei limiti della coscienza, vie e possibilità di cui la coscienza, nella sua unilateralità, non ha sentore, e una totalità che abbraccia le profondità della natura. Egli rappresenta la tendenza più forte e più irriducibile di ogni esistente: quella di realizzare se stesso. Egli è un “non poter essere diversamente”, armato di tutte le forze istintive naturali, mentre la coscienza si trova sempre imbrogliata in un supposto “poter essere anche diversamente”. La tendenza e il bisogno dell’auto-realizzazione è una legge di natura ed è quindi di una forza invincibile, anche se la sua azione, all’inizio, possa sembrare insignificante e inverosimile. Questa forza si manifesta nelle gesta prodigiose dell’eroe fanciullo (…).» (Charles C. Finn, cit. in "Il Bambino Interiore").

Eric Berne ha teorizzato un modello della personalità cosiddetto “tripartito”. In base a tale costrutto la personalità di ciascuno è composta da tre differenti strutture che generano tre diverse modalità coerenti di sentire, pensare e fare. 

Ciascuno dei tre diversi Stati dell’Io corrisponde a tre diversi modi di essere e di muoversi nel mondo. Berne ha chiamato questi tre insiemi AdultoGenitore Bambino

Una persona che si trova nello Stato dell’Io Genitore pensa, sente e agisce allo stesso modo dei propri genitori. Si riferisce quindi a pensieri, emozioni e comportamenti che per imitazione abbiamo fatto nostri. Generalmente sono soprattutto i genitori a costituire un modello per il nostro apprendimento ma lo possono essere tutte quelle figure, alternative ai genitori che nell’infanzia ci sono state di supporto.

Nelle relazioni con gli altri, il Genitore può manifestarsi con due atteggiamenti principali, perché due sono le principali funzioni che un genitore svolge. Uno è direttivo e contenitivo ed è chiamatoGenitore Normativo, l’altro è nutritivo e protettivo ed è denominato Genitore Affettivo. Entrambe le tipologie possono avere una valenza positiva o negativa sulla base del fatto che chi si trova in tale Stato dell’Io riconosce la persona a cui si rivolge nella propria autonomia e competenza o se invece lo svaluta. In questo caso il Genitore Normativo critica e biasima ed il Genitore Affettivo iper protegge e si sostituisce all’altro.

Di conseguenza, lo Stato dell’Io Bambino si collega strettamente all’esistenza di uno stato dell’Io Genitore del quale subisce o non subisce l’influenza. Nel primo caso si parla di Bambino adattato quando la persona gratifica le richieste implicite o esplicite che gli vengono fatte, oppure ribelle quando agisce opponendosi ad esse. Nel secondo caso invece il Bambino esplora e si esprime spontaneamente per cercare di soddisfare i propri bisogni. Questa funzione dello stato dell’Io Bambino che corrisponde alla parte più naturale e primitiva di noi, si chiamaBambino libero. 

E’ importante sottolineare che quando si è nello Stato dell’Io Bambino ci si comporta non come un bambino in generale, ma come ci si comportava da bambini.

Lo Stato dell’Io Adulto è la parte razionale della nostra personalità. La sua funzione è quella di valutare la realtà esterna, ragionando in termini di probabilità, per risolvere i problemi. La persona che si trova nello Stato dell’Io Adulto pensa, sente e si comporta in modo coerente al qui ed ora. In una personalità sana ed equilibrata il controllo è in mano all’Adulto in contatto e collaborazione con gli altri Stati dell’Io. Tutte le componenti della personalità hanno infatti un valore fondamentale per la sopravvivenza e per l’esistenza dell’individuo.

Il Bambino interiore compare molto spesso nei sogni. Individuarne la presenza e analizzarne l’aspetto amplia la consapevolezza e la propria esperienza personale.

È un modo per imparare a conoscersi meglio, per dare un nome ed anche un volto a certa inquietudine che ci assale, ad un bisogno irrefrenabile di fare qualcosa che è fuori del nostro modo di essere al senso di vuoto e di disperazione, al bisogno famelico di amore e di attenzione, alla paura dell’abbandono.

Perchè il nostro inconscio ci rimanda tanto spesso questa immagine? Possibile che proprio il "Bambino interiore" sia il perno su cui poggia tutta la nostra dinamica psichica? 


È necessario restare bambini pur essendo divenuti adulti 

È necessario recuperare la spontaneità, la creatività, la fantasia per equilibrare un mondo adulto spesso svuotato, in cui viene a mancare l’entusiasmo, in cui non si sa godere del qui ed ora.

Il Bambino interiore è una parte della nostra personalità che resta sempre bambina e che quindi mantiene in sé le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia. È l’aspetto di noi che porta nella nostra vita la giocosità, la creatività, lo stupore, il contatto con lo spirito, ma anche il bisogno, la vulnerabilità.


Perché allora spesso questo Bambino interiore non lo sentiamo? Perché per farsi conoscere deve mostrarsi nei nostri sogni? 

Perché intorno a questa parte, nel corso della nostra crescita, si sviluppa tutto il nostro sistema protettivo, le nostra maschere, le nostre corazze e tutto questo va bene, viviamo in mezzo agli altri e dobbiamo anche saperci proteggere. Tuttavia, il nostro sistema protettivo, nell’intento di proteggere, spesso finisce per soffocare questa parte, per renderla inaccessibile. Non la sentiamo più, siamo ormai identificati con il mondo dei "grandi", siamo adulti, siamo seri, siamo responsabili.

Però il Bambino interiore resiste e sopravvive dentro di noi, ed anche fuori di noi, anzi se facciamo un passo indietro vediamo che fa parte della nostra civiltà da almeno 2000 anni. Pensate ai miti, alle favole, da Pollicino, a Cenerentola, a Hansel e Gretel, tutto ci parla di bambini maltrattati, abusati, di mostri e streghe cattive, ma pure di magia e salvezza, di redenzione e potere. Anche attraverso le favole ed i miti noi recuperiamo il contatto con il nostro Bambino interiore.

Questo avviene perché abbiamo la capacità di identificarci: tutti siamo stati piccoli ed indifesi, tutti siamo stati sgridati o abbiamo subito ingiustizie, tutti abbiamo avuto paura di perdere la sicurezza, l’approvazione, l’amore dei genitori, e tutti avremmo voluto per magia recuperare l’amore, il calore, il benessere originario.

Il Bambino interiore è quindi una realtà nella nostra struttura psicologica. Jung è stato il primo a parlarne nel 1912. È lui che conia il termine di "Puer aeternus" (Fanciullo eterno) che sarà ripreso da altri psicologi e terapeuti dell’epoca, che addirittura ne parleranno come del nostro "vero io", del nostro "io reale".

Per Jung il Bambino rappresenta l’inizio e la fine, la creatura che esiste prima dell’ uomo, ma anche la creatura finale, o meglio, una anticipazione di quello che la creatura sarà, una anticipazione della vita oltre la morte. Quindi l’archetipo del Fanciullo è legato alla "nascita e rinascita", è legato a tutte le qualità di gioia e creatività, ma può avere anche una connotazione negativa.

L’allieva prediletta di Jung, M.L. Von Franz, prende in esame, nel suo libro "Il Puer aeternus" proprio questo aspetto di ombra, che può rivelare la parte bambina. Infatti, se da un lato il Bambino rappresenta il rinnovamento della vita, la spontaneità, ed una nuova l’apertura verso il futuro, dall’altro manifesta anche un aspetto distruttivo: "l’infantilismo" che deve essere sacrificato per poter crescere: ciò che porta l’adulto a essere dipendente, pigro, a fuggire i problemi e le responsabilità della vita. È come se il Bambino interiore facesse i capricci, e pretendesse che gli altri gli diano tutto ciò che vuole.


Voglio tutto, voglio averlo ad ogni costo e sono gli altri che me lo devono dare 
Cosa significa questo? Che una persona adulta che utilizza nel suo modo di essere solo il Bambino interiore, che lo mette in evidenza, può apparire sicuramente gioioso, simpatico, compagnone, con una gran facilità di rapporti, ma può essere totalmente incapace di prendere decisioni, di assumersi delle responsabilità, di sacrificarsi, di fare le cose regolarmente. È una persona cara, ma ha sempre bisogno di appoggiarsi agli altri, che non sa accudirsi e cavarsela da solo. Allora, crescere diventare adulti è necessario.

Ma come crescere e diventare adulti senza perdere il senso della totalità, della creatività, come uscire dalla vita fantastica dell’infanzia mantenendo intatti i valori del Bambino? Bisogna conoscere il proprio Bambino interiore nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti molteplici, nei suoi lati luminosi e di ombra. Non c’è altra strada, conoscere, riconoscere, accettare questa parte di noi, farla fiorire per recuperarne le qualità.

È necessario restare bambini pur essendo divenuti adulti. È necessario recuperare la spontaneità, la creatività, la fantasia per equilibrare un mondo adulto spesso svuotato, in cui viene a mancare l’entusiasmo, in cui non si sa godere del qui ed ora, in cui ci si vergogna ad esprimere le proprie emozioni, ci si vergogna a chiedere.

 

 

Bibliografia