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Quando al malato non piace la diagnosi: il caso della Sindrome da Fatica Cronica
Psichiatria - News generale del 09/09/2011La causa delle malattie è un elemento importante di cui la maggior parte dei pazienti ha bisogno per dare un significato al disturbo di cui soffre.
La conoscenza della causa aiuta spesso a sopportare meglio la sofferenza indotta dalla malattia, la diagnosi, le terapie associate e lo stigma che talvolta accompagna alcune malattie.
Non conoscere la causa dei propri disturbi conduce talvolta i pazienti a migrare da un medico ad un altro fino a quando non trovano qualcuno che asseconda le loro aspettative e credenze.
Questo apre anche la strada ad abusi da parte di guaritori abili nel manipolare persone in sofferenza e psicologicamente fragili, ma questo è un altro tema.
Il fatto
Quest’estate ha destato scalpore la notizia che ricercatori britannici che da anni studiano la Sindrome da Fatica Cronica (CFS, acronimo dell’inglese Chronic Fatigue Syndrome) hanno ricevuto minacce di morte, lettere minatorie, episodi di stalking, e addirittura una paziente che si è presentata con un coltello ad una conferenza di uno studioso. Alcuni commenti deliranti accusavano i ricercatori di voler nascondere la causa del disturbo con la complicità dell’industria farmaceutica che avrebbe interesse a vendere farmaci sintomatici e non curativi.
Portata alla ribalta delle cronache dal The Observer, la notizia è stata rilanciata in numerosi blog stranieri e anche italiani.
Perché è accaduto questo
La CFS (conosciuta con più nomi: Sindrome da Stanchezza Cronica, Sindrome da Affaticamento Cronico, fino alla Encefalomielite mialgica – quest’ultimo nome piace molto ai pazienti) è una patologia che è stata sempre oggetto di stigma e che solo recentemente si comincia a prendere in considerazione e appena a capire.
La causa resta ancora sconosciuta e si pensa che sia multifattoriale, cioè non esiste una sola causa ma diverse che si uniscono nel provocare la sindrome.
Le ipotesi più accreditate e conosciute dal pubblico sono l’origine infettiva, virale, e quella psicologica.
Come spesso accade, al paziente non piace sentirsi dire che si tratta “solo” di un problema psicologico perché si sente responsabile, colpevolizzato, ma soprattutto non capito.
Il fatto è che tale sindrome risponde parzialmente ai farmaci antidepressivi e a tecniche psicoterapeutiche, e ciò avvalora in parte l’ipotesi psicologica.
Quest’ipotesi della CFS è sempre stata accettata malvolentieri dai pazienti ed è stata oggetto di critiche fino agli episodi resi noti recentemente dalla stampa inglese che hanno dell’incredibile.
Conclusioni
Uno dei problemi che frequentemente si presenta al medico è il bisogno del paziente di attribuzione esterna piuttosto che interna del disturbo, cioè la necessità di trovare una causa esterna (oggettivazione, deresponsabilizzazione e decolpevolizzazione) piuttosto che interna (soggettività, colpevolezza, debolezza, stigma).
Tante persone non amano sentirsi dire che la causa può essere psicologica, che non vi è una causa precisa, che il disturbo è multifattoriale (cioè più fattori intervengono nella formazione della malattia) e tendono ad attribuire i loro disturbi sempre ad avvenimenti esterni.
A prescindere dalle cause della CFS, desta sconcerto la reazione di una parte del pubblico che sempre più informato ma male informato (perché non ha le basi per riconoscere una notizia affidabile da una di scarso valore), trovando su internet tante più notizie e spesso unendole senza dei veri nessi logici (complotto dei ricercatori con le cause farmaceutiche) arrivano a condizionare la ricerca e la direzione della ricerca spaventando giovani ricercatori, e ciò potrebbe comportare l’abbandono di alcuni filoni di ricerca solo per paura di ritorsioni irrazionali con conseguente rallentamento dei progressi nella ricerca delle cause e terapie della malattie oggetto di critica.
Fonti
http://www.guardian.co.uk/society/2011/aug/21/chronic-fatigue-syndrome-myalgic-encephalomyelitis
http://en.wikipedia.org/wiki/Controversies_related_to_chronic_fatigue_syndrome
Altri articoli di Dr. Massimo Lai:
- Neuro Drink: sorseggia con attenzione- Ritalin: risolto il paradosso degli psicostimolanti
- Dimensione e peso dei disturbi mentali in Europa
- Sindrome da Fatica Cronica: luci spente sull’origine virale della malattia
Commenti alla news:
Tema quanto mai attuale che noi in oncologia dobbiamo affrontare
ogni giorno per una sindrome che presenta molte problematiche in comune, la FATIGUE, che invece riconosce le cause quando è correlata alla malattia e alle terapie praticate, mentre nei restanti casi riconosce una origine multifattoriale, quella psicologica in primis.
http://www.senosalvo.com/La_fatigue_parte_I.htm
Tant'è che circa il 25% dei malati di cancro ad un certo punto della malattia sviluppa uno stato depressivo; malgrado non sia nota la relazione esistente tra depressione e fatigue, queste si verificano spesso insieme.
Tra gli interventi preventivi infatti non farmacologici sembra rilevante l’educazione all’igiene del sonno, la pianificazione di un’attività fisica e/o mentale durante il giorno, il controllo dell’ansia e della difficoltà di affrontare il cancro ed il suo trattamento con ansiolitici o anche mediante psicoterapia ed una corretta programmazione alimentare che miri a mantenere il più a lungo possibile il peso del paziente.
Caro Salvo, ti ringrazio del commento.
Nella mia brevissima parentesi di psiconcologia ho conosciuto questo problema e concordo con gli interventi di cui parli.
Una migliore igiene di vita, l'attività fisica, un supporto psicologico, l'accettazione, sfruttare le risosre interne del paziente... sono elementi che ogni medico dovrebbe tenere presente e consigliare al paziente.
Purtroppo non tutti i pazienti sono in grado di beneficiare di interventi riabilitativi semplici e necessitano spesso di cure farmacologiche e non farmacologiche più impegnative.
Ho una paziente oncologica ricoverata da più di 3 mesi che non rispondeva ai tradizionali trattamenti farmacologici (psichiatrici), anzi sospesi per sviluppo iponatremia, restava passiva verso i trattamenti psicoterapeutici, ho provato con due psicologhe diverse con cui lavoro in equipe.
Ogni mattina mi svegliavo pensando a cosa avrei potuto fare per questa paziente e la visita era fonte di angoscia.
Prima di partire in vacanza ho iniziato un protocollo di terapia elettroconvulsivante e al mio ritorno l'ho trovata trasformata. Adesso mi sorride e le sedute non sono più una fonte d'ansia. Certamente non è ancora guarita, ma adesso potrà rientrare a casa e cominciare delle attività come quelle descritte.
Quanto alla Fatigue è veramente difficile da trattare, ma meritterebbe altri commenti.
Ho riportato la notizia per mettere l'accento delle pressioni che noi medici e ricercatori spesso subiamo da parte di tutti, pazienti, media, dorigenti, pressioni che tolgono serenità per un lavoro che la maggior parte di noi ama e fa con convinzione e devozione.
E' accaduto e accade ancora in psichiatria.
Ho voluto allegarti lo studio che abbiamo condotto a Milano sulla Fatigue perchè la sindrome risulta sottostimata dai medici.
Dallo studio è risultato infatti che solo il 20% dei medici oncologi prescrivono farmaci per trattare la fatigue, mentre il 99% prescrive farmaci per la nausea e l’89% per il dolore. Il nostro studio ha rilevato in maniera sorprendente come vi sia un gap di comunicazione e quindi di cura sul sintomo fatigue e dall’altro lato che i medici si fanno carico e trattano il dolore e la nausea più di quanto gli stessi pazienti richiedano.
In altre parole la depressione rimane spesso non diagnosticata e di conseguenza sottotrattata. Mentre questi dati autorizzerebbero a provare un farmaco antidepressivo nei pazienti che soffrono di fatigue associata a depressione.
Ho letto lo studio che hai allegato e l'ho trovato interessante.
Anni fa era il dolore a non essere abbastanza trattato (e ancora vi sono pregiudizi su questo da parte di medici e pazienti).
L'accento che i pazienti mettono sulla Fatigue è molto interessante per me e mi fa pensare per analogia a quella che provano molti pazienti psichiatrici non oncologici.
Resta un filone interessante di ricerca per la comprensione della Fatigue e la cura.
Il gap di comunicazione esiste sempre quando non si ascolta abbastanza il paziente e si pensa di sapere per lui cosa sente e prova e quale cura gli serva, non è sempre così scontato. Certo noi sappiamo come curare le malattie, ma ad ascoltare bene il paziente si affina la diagnosi e la terapia.
Concordo sulla possibilità di provare un antidepressivo purché lo si dica al paziente: proprio oggi una paziente giuntami dalla reumatologia ha appreso con stupore che assumeva ANCHE un antidepressivo nel cocktail di farmaci che le avevano dato per i suoi dolori.
“ il nome sindrome della fatica cronica ( CFS) persisteva da molti anni a causa della mancanza di conoscenza degli agenti eziologici e del processo patologico in causa, In considerazione di piu recenti scoperte e esperienze cliniche che rilevano solidamente una diffusa infiammazione e una neuropatologia multi sistemica è piu appropriato e corretto usare il termine “encefalomielite mialgica”( ME) perché esso indica una fisiopatologia di base. Ciò è anche coerente con la Classificazione Internazionale delle malattie ( ICD 10 G93.3) dell’organizzazione mondiale della sanità ( OMS)- QUI puo trovare il documento in diverse lingue, credo sia parte del lavoro tenersi aggiornati, i malati ringrazierebbero...http://esme-eu.com/news/european-translations-of-the-international-consensus-me-document-journal-of-internal-medicine-july-2011-article499-7.html
La ringrazio molto per il link, ho scaricato l'articolo che ho trovato molto interessante.
Ho notato tuttavia che tra le fonti bibliografiche della review al n. 79 figura l'articolo che è stato criticato per l'errore metodologico e di cui ho parlato.
Ancora, nonostante il tentativo di dare una più corretta definizione della sindrome con le sue basi fisiopatologiche, credo che siamo ancora lontani dalla determinazione dell'esatta etiopatogenesi, cioè l'origine e svilupo della malattia, anche se questo è comune a molte malattie.
In questo mio blog, come nell'altro in cui ha postato, si parla delle presunte cause (etiopatogenesi) e di un errore metodologico che sta adesso assumendo anche risvolti penali.
Sempre pronto a ricevere bibliografia aggiornata
Cordiali saluti
ML
linee guida di Eleanor Stain :"-la prevalenza di disordini psichiatrici conosciuti tra i pazienti con ME/CFS è simile alle percentuali nei pazienti con altre condizioni mediche croniche disabilitanti come l’artrite reumatoide approssimativamente il 30-40% (Thieme e altri, 2004; Hickie e altri, 1990; Fielder e altri, 1996)- Se la ME/CFS fosse un disordine psichiatrico ci si aspetterebbe che le percentuali di disordine della personalità fossero elevate come sono nei campioni psichiatrici. Tuttavia le persone con CFS hanno percentuali di disordine della personalità (10%) simili a quelle della popolazione generale e più basse rispetto a quelle riscontrate nella depressione (Thieme e altri, 2004) (Pepper e altri, 1993;Saltzstein e altri, 1998; Chubb e altri, 1999). Ci sono studi che riportano più alte percentuali di
distress psicologico nella CFS in confronto ai controlli sani ma usano l’MMPI [Minnesota Multiphasic Personality Inventory ] (Blakely e altri, 1991) nonostante sia stato contestato che l’MMPI non è una valutazione accurata in persone con condizioni mediche croniche perché le voci sono derivate e standardizzate in base a soggetti fisicamente sani.Nella depressione l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali è stimolato ed è difficile sopprimerlo con
dexamethasone, mentre è vero l’opposto nella ME/CFS. I livelli di cortisolo urinario sono bassi, i livelli di cortisolo nel siero diminuiscono velocemente e per lunghi periodi di tempo con il
dexamethasone orale (Scott & Dinan, 1998). Non è chiaro se questi cambiamenti nella funzionalità dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali siano primari o secondari (Cleare, 2004).
Qualora fosse interessato alla lettura completa del documento in oggetto questo è il link: http://esme-eu.com/me-facts-and-figures/me-cfs-is-not-a-psychiatric-dis
VEDE, il problema per i malati non è che si tratti o meno di diagnosi psichiatrica, ma che trattare una patologia nel modo sbagliato non porta a nessun miglioramento e questo per queste persone vuole dire anni di vita non vissuta, vuole dire stare male ogni giorno e non vedere possibilità alcuna di migliorare le proprie condizioni, non si tratta di discussioni mediche , si tratta di vita persa, di progetti negati di mesi, anni di sofferenze , i malati se la prendono tanto perchè queste discussioni non fanno che allontanare la possibilità di miglioramento della loro salute.Non è che ai malati piace di piu il nome encefalomielite mialgica il fatto è che la diagnosi di encefalomielite mialgica essendo una diagnosi non ad esclusione offre loro maggiore certezza.
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Dr. Massimo Lai
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Specialista di medicitalia.it dal 16/11/2007
Laureato in Medicina e Chirurgia nel 2001 presso l'Università Cagliari.
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