Una credenza, una fede, un forte convincimento , un fatto mentale,possono indurre trasformazioni tali nella mente e nel corpo da attivare potenti ed efficaci difese contro una malattia inguaribile?

Può una persona guarire da asma , ipertensione, malattie cardiache semplicemente assumendo acqua fresca o pillole di zucchero ? Sostanze con azione farmacologia, ad esempio un sonnifero, hanno l’effetto sull’organismo anche se somministrate all’insaputa della persona.

Ma paradossalmente vale l’inverso : sostanze inerti , inattive, cioè prive di azione farmacologia, talvolta hanno ’effetto terapeutico , se vengono presentati al paziente come efficaci.

Nella mia vita professionale ho un esempio illuminante accaduto circa 30 anni fa , che mi ha insegnato che il solo fatto di sottoporsi a qualsiasi terapia giova ai pazienti. Decidere di recarsi dal medico di fiducia, essere rassicurati , essere visitati (importante il “contatto”), ottenere una prescrizione, tranquillizza il paziente, ne riduce lo stress , l’ansia e ne rafforza la capacità di guarigione.

Luigi era il paziente “mascotte” del reparto di chirurgia generale dove lavoravo come assistente chirurgo. Ricoverato da mesi , curato e coccolato dai medici e dal personale. Ma nonostante ciò la sua vita era un vero inferno.

Affetto da una arteriopatia obliterante degli arti inferiori, trascorreva notte e giorno insonne, seduto sul letto, tormentato da dolori terribili e resistenti a qualsiasi trattamento. Tutti noi medici del reparto , affiancati dai consulenti neurologi e terapisti del dolore, ci eravamo impegnati invano a lenire le sue sofferenze per questa malattia che nel giro di due anni si era aggravata al punto da rendere necessaria l’amputazione di entrambe le gambe.

A Luigi venivano praticate terapie a tutte le ore e lui le sopportava senza mai fare storie. Con una eccezione però: la “maledetta puntura delle 16” , quella che irritava evidentemente i glutei di Luigi aggiungendo nuove sofferenze. Luigi aveva espresso più volte il desiderio di “saltare” la terapia delle 16 e con il senno del poi ,trattandosi di uno dei tanti ricostituenti che con gli anni si sono dimostrati assolutamente inutili, tuttora non riesco a liberarmi di un certo senso di colpa nei confronti di Luigi al quale noi medici avevamo imposto , pur in buona fede, una sofferenza inutile . Ricorderò sempre quella sera di guardia in ospedale proprio la vigilia di Natale : una infermiera mi informa che Luigi a causa di un trasferimento in radiologia per un esame diagnostico, aveva  saltato la famigerata puntura delle 16 e che non se la sentiva di proporla ad un paziente già insonne, come sempre del resto..…..Sono andato io allora a proporla , presentandola come un nuovo miracoloso sedativo , un po’ doloroso, ma molto efficace ( una vitamina iniettabile).

Da quel giorno Luigi non potè più fare a meno del “sedativo.…quello forte “, che ebbe un effetto veramente miracoloso per più di un anno, sino a che un collega, zelante…. “per ragioni etiche”(sic!), pensò bene di svelare lo stratagemma, col risultato di rompere definitivamente il giocattolo , che aveva tenuto in vita il nostro paziente. Luigi morì qualche mese dopo tra atroci dolori , nonostante il ricorso generoso alla morfina.

Luigi era stato ingannato da me con “un placebo”, che si usava prescrivere soprattutto per chi lamentava disturbi per i quali non si trovava alcun riscontro fisiologico, o per chi soffriva d’ansia e depressione. Il placebo quindi può essere considerato un farmaco “finto” per “compiacere” , accontentare il paziente.

La parola placebo infatti deriva dal latino placere e significa piacere , accontentare e nella sua accezione immediata suona quasi a scherno.

In realtà sussiste una interpretazione più profonda che rifacendosi al Salmo 114 (placebo domine in regione vivorum ) associa il placebo alla vita.

La definizione medica viene riportata per la prima volta nel Quincey’s Lexicon del 1787 , dove l’effetto placebo viene definito come “medicamento usato più per piacere che per giovare al malato“.

Ma non è solo sui malati immaginari ,”accontentati” dai medici con la somministrazione di pillole di zucchero che agisce l’effetto placebo : esso può provocare il cambiamento di alcuni parametri biologici e fisiologici nell’organismo. Ciò è stato dimostrato da numerosi studi.

Quando nella sperimentazione di un nuovo farmaco se ne vuole controllare l’efficacia, questo viene confrontato con un placebo (amido o zucchero ) e se i risultati sono significativamente diversi da quest’ultino , il farmaco viene promosso come efficace.

Nei dettagli, quando si fa una sperimentazione, vengono somministrati prodotti uguali nell’”aspetto“ a più gruppi di pazienti omogenei ,in genere 3 gruppi:

  • un gruppo di pazienti che non riceve alcun tipo di trattamento, e per questo viene chiamato gruppo di controllo.
  • un gruppo di pazienti che riceve il trattamento vero
  • un gruppo di pazienti che riceve un trattamento con solo placebo identico nell’aspetto al prodotto vero, tranne per l’assenza del principio farmacologicamente attivo.

Ovviamente trattandosi di una sperimentazione “cieca”, nessun paziente di entrambi i campioni deve sapere se sta assumendo il farmaco o il placebo.

Non solo, neanche i medici sperimentatori devono conoscere il contenuto dei prodotti perché potrebbero involontariamente suggestionare il paziente.

Questa cautela nella sperimentazione chiamata “double-blind control” o “doppio cieco” è considerata l’unica strada percorribile per valutare correttamente i risultati di un esperimento in medicina, in psicologia ed in parapsicologia.

Questa è la critica che spesso viene fatta alla medicina alternativa quando si rifiuta di sottoporsi ad un simile controllo.

E’ a tutti chiaro che la valutazione dei risultati, anche di una sperimentazione rigorosamente imparziale, non è sempre immediata ed attendibile, perché inevitabilmente occorre tener conto del fatto che qualunque sperimentatore possiede una sua psiche che può in qualche modo influire sulla valutazione dei risultati.

E’ stato ampiamente dimostrato che le aspettative, i preconcetti o semplicemente determinate informazioni che lo sperimentatore possiede, possano condurlo a fraintendimenti dei dati osservati.

Dicevamo che l’effetto placebo è veramente sorprendente!

Nelle sperimentazioni “a doppio-cieco” ad esempio, a dimostrazione che ricevere una terapia anche se finta è già terapeutico, il gruppo trattato con placebo presenta quasi sempre un un miglioramento rispetto al gruppo di controllo che non riceve alcun trattamento: in media addirittura il 30 per cento.

Di questo bisogna tenerne conto quando si valuta l’efficacia dei trattamenti non convenzionali come la pranoterapia, l’omeopatia, e altre novità New Age.

Una pillola “finta” può ridurre i dolori cronici, l’asma, l’ipertensione, l’angina pectoris.

Somministrando una bevanda analcolica, dicendo invece che si tratta di alcool, si può provocare una leggera sensazione di ebbrezza.

Provate, io l’ho fatto, ad offrire una birra analcolica di marca sconosciuta ad un bevitore abituale di birra e prestate ascolto agli esilaranti commenti di quest’ultimo….!!!

Chi assume placebo può avere addirittura effetti collaterali (effetto nocebo).

Anche il nocebo è un fenomeno molto importante nella pratica clinica oncologica. Gli oncologi , ed i medici in generale,  ne dovrebbero tener conto soprattutto quando “mettono le mani avanti “ nell’enfatizzare gli effetti collaterali dei farmaci antineoplastici che chiaramente non si possono nascondere anche per ragioni di ordine medico legale. Ma occorre tener presente che uno stato mentale orientato ossessivamente in modo negativo verso la malattia o il farmaco impiegato , può spiegare la diversità degli effetti che si registrano da paziente a paziente.

Uno studio comparso sul Word Journal of Surgery (J:W:L: Fielding,3:390,1983) racconta di un gruppo di pazienti affetto da carcinoma dello stomaco a cui era stata somministrata solo una soluzione fisiologica (acqua!!!!!) invece del farmaco specifico.
I malati , convinti di essere sottoposti a chemioterapia, presentarono in un terzo dei casi una vistosa caduta dei capelli , uno degli effetti collaterali meno bene tollerati dai pazienti oncologici in trattamento con i farmaci antitumorali e che in misura variabile incide da un minimo dell’1% ad un massimo del 50-60% dei casi trattati.

E se questa variabilità di incidenza di effetti collaterali dipendesse oltre che dal paziente anche “dalla entità” di nocebo somministrata dal medico prescrittore?

Volenti o nolenti, il placebo, ma anche il nocebo, ci costringe a riesaminare le nostre conoscenze rimettendo al centro dell’indagine scientifica, l’uomo nella sua interezza e globalità.

Mente e corpo interagiscono in modo complesso , a livelli diversi, per realizzare quelle specialissime condizioni di attivazione che permettono l’accesso ad un meccanismo di autoguarigione.

La suggestione da sola non basta a spiegare l’effetto placebo. La pietra miliare nell’indagine scientifica dell’effetto placebo è sicuramente quella riportata dalla rivista The Lancet (D.Levine et al. 2-23,654,1978): per la prima volta gli effetti sorprendenti del placebo venivano ricollegati ad uno specifico assetto dei neurotrasmettitori cerebrali, le molecole deputate alla trasmissione delle informazioni dentro e fuori il cervello. In quello studio venivano presi in considerazione due gruppi di pazienti affetti da forte mal di denti.

Al primo gruppo fu somministrato un placebo e, come atteso, si verificò una riduzione significativa del dolore, Anche il secondo gruppo ricevette il placebo, ma mischiato al naxolone, un antagonista recettoriale delle endorfine, cioè in grado di bloccare la liberazione di endorfine, che sono neurotrasmettitori deputati in particolar modo a innalzare la soglia del dolore e indurre quindi uno stato di analgesia (assenza del dolore).

In questo gruppo di malati l’effetto placebo risultò sorprendentemente ridotto a dimostrazione di come il placebo agisse, almeno in parte attraverso la liberazione di endorfine.

La contemporanea somministrazione di un antagonista specifico , il naxolone, ne aveva bloccato la liberazione.

Studi successivi (Gracely, Nature, 1983) hanno documentato che l’effetto placebo dipende dalla liberazione di endorfine , ma non esclusivamente e che comunque la risposta analgesica ottenuta in corso di ipnosi è del tutto svincolata dalla eventuale liberazione di endorfine, considerato che la somministrazione di naxolone , in corso di ipnosi, non la inibisce affatto (E:Goldestein et al . in Proceeding of the National Accademy of Sciences, 95:2041,1975).

Qualunque sia il meccanismo sotteso all’effetto placebo, e sicuramente si tratta di un meccanismo alquanto complesso, questo può indubbiamente costituire un substrato neurobiologico che presiede alle “guarigioni impossibili “, che come ricorda Lewis Thomas costituiscono “l’ipotesi tenue cui aggrapparsi con forza nella ricerca di una cura “.

Del resto se esiste una “guarigione spontanea “inspiegabile deve altresì esistere una biologia della guarigione spontanea.

Ed è sulle tracce di questa che vogliamo metterci per individuare quei meccanismi che presiedono all’innesco e alla attivazione del guaritore interno così ben delineato nel libro “la MENTE e il CANCRO” (ed .Frontiera 2000) di Mariano Bizzarri.

Ho conosciuto Mariano Bizzarri ad una cena a Milano organizzata dall’Associazione Attivecomeprima il 18 gennaio del 2000.

Seduto di fonte a lui, che si mostrava affascinato (almeno così…mi ha lasciato credere!) dal mio resoconto su un viaggio nel deserto del Tenerè, io impaziente non resistevo alla tentazione di sfogliare e di “sbirciare” dentro le prime pagine del Suo libro appena pubblicato e che merita senz’altro di essere letto.

Mariano Bizzarri nei suoi libri, senza cedere alla tentazione di facili scivolamenti nella medicina alternativa, rimane saldamente ancorato alla medicina scientifica. Parla di guarigioni miracolose delle verruche con l’ipnosi e l’autoipnosi, ma fa riferimento sistematicamente a riviste prestigiose e studi rigorosissimi della medicina convenzionale. Trattandosi di un medico oncologo dal curriculum impressionante , cerca di dare una spiegazione scientifica al placebo, allo stress e alla reazione all’evento stressante, alla ciclicità e ai bioritmi, all’influenza dei fattori cognitivi e affettivi per l’insorgenza e il decorso delle malattie organiche ivi compreso il cancro.

Nel suo libro la MENTE e il CANCRO Mariano Bizzarri . racconta l’esempio più classico di placebo meglio documentato e convincente della letteratura e cioè quello molto noto come il “caso dell’amabile signor Wright”.

Non esiste medico che non abbia avuto notizia o personalmente constatato di un paziente ammalato di cancro e guarito nonostante tutto , a dispetto della gravità del suo stato e della mancanza di esaurienti spiegazioni mediche.

Il caso dell’amabile signor Wright , documentato dallo psicoimmunologo Bruno Kopfler nel 1952 costituisce una testimonianza esemplare. Il signor Wright era affetto da linfoma , una neoplasia maligna che interessa i linfociti T, cellule specializzate del sistema immunitario, e che tende a localizzarsi a livello delle stazioni linfonodali dando luogo a sviluppo di masse spesso imponenti.
Dopo avere sperimentato con risultati scarsi o nulli le terapie convenzionali, i medici si erano resi conto che al paziente restava ben poco da vivere. Le masse a livello dei linfonodi superficiali avevano raggiunto le dimensioni di una arancia, le metastasi avevano attaccato numerosi organi vitali, in particolare il polmone.

Le cure dei sanitari si limitavano ormai al minimo, in attesa della inevitabile fine. Ma il signor Wright di morire non aveva affatto voglia. Aveva letto di un nuovo farmaco sperimentale, il Krebiozen , ed era fermamente intenzionato a provarlo. Il Krebiozen risultò ben presto privo di qualsiasi efficacia, ma nel frattempo si era diffusa la voce che potesse assicurare guarigioni miracolose. Wright tanto fece che riuscì a convincere il medico di reparto a includere il suo nome nella lista degli ammalati sottoposti a sperimentazione con il nuovo preparato. Il sanitario gli iniettò il farmaco un venerdì sera e se ne andò a casa.

Di ritorno il lunedì mattina, si aspettava di trovare il paziente già morto, date le precarie condizioni in cui lo aveva lasciato. Quale non fu la sorpresa nel vederlo a spasso nel corridoio conversando amabilmente con infermieri e portantini. Le masse superficiali si erano ridotte del cinquanta per cento e la respirazione non era più affannosa. Dopo 10 giorni dalla prima somministrazione del preparato “miracoloso” il paziente non presentava più alcun segno visibile di malattia e potè essere dimesso con la diagnosi di “remissione completa”. Il placebo aveva funzionato!

Purtroppo di lì a poco cominciarono a comparire sulla stampa i servizi sull’inefficacia del Krebiozen e Wright fu tra i primi a leggerli.

In capo a due mesi si ripresentò in ospedale con i classici segni della ricaduta. Il medico pensò di sfruttare a quel punto l’effetto placebo, convinto com’era che nel caso della spettacolare remissione fosse in gioco un qualche fattore che avesse poca attinenza con la biochimica e molta invece con la testa del paziente (=la fede nel farmaco). Informò quindi il signor Wright che sarebbe stato sottoposto a una nuova sperimentazione con un nuovo derivato del Krebiozen, rinforzato e più potente.

Il signor Wright , persona di indole docile, acconsentì. 
Dopo avere messo in atto un elaborato cerimoniale,  facendo aspettare il paziente per lunghi giorni in ansiosa attesa, il medico gli somministrò un sostituto inattivo del Krebiozen, cioè un placebo. Entro pochi giorni dall’iniezione le masse linfonodali cominciarono a regredire e il versamento pleurico a scomparire.

Wright era stato restituito di nuovo alla vita.  Lasciò l’Ospedale e per i mesi successivi godette di ottima salute. Questa nuova tregua si interruppe drammaticamente quando l’American Cancer Association diede l’annuncio ufficiale : il Krebiozen era del tutto privo di efficacia nel trattamento del cancro.

A distanza di pochissimi giorni dalla lettura di quel comunicato il signor Wright ricomparve in ospedale con il corpo disseminato di tumefazioni.

Come ebbe a dire il medico curante “la sua fede era perduta, l’ultima speranza svanita“.

Il paziente morì due giorni dopo……..

Di fatto la fede e la speranza , due parole chiave nella biologia delle guarigioni straordinarie e inspiegabili , crollarono all’annuncio dell’American Cancer Association e il signor Wright non aveva più trovato nulla, né fuori, né dentro di sé cui aggrapparsi.

Quel suo stato mentale, così speciale, che lo aveva portato ad attivare non si sa bene quali energie e quali segrete risorse,era stato innescato e mantenuto in attività da una suggestione effimera (la fede nel farmaco !) ed era perciò destinato a dissolversi con il dissolversi della suggestione stessa.

Tuttavia l’esempio  molto noto è indicativo di come una credenza, una fede, un forte convincimento , un fatto mentale, induca trasformazioni tali nella mente e nel corpo da attivare potenti ed efficaci difese contro una malattia considerata inguaribile.