L’evidenza indica che il parto in acqua offre una serie di vantaggi alla donna, riducendo il dolore materno durante il parto e la richiesta di analgesia, favorendo il raggiungimento di un rilassamento ottimale e una maggiore libertà di movimento della partoriente; ma soprattutto offre un’esperienza vissuta in maniera gratificante dalla donna che, assumendo un ruolo attivo, si sente al centro dell’evento, vivendo il proprio parto nella più completa libertà e nella massima intimità.

Introduzione

“Travaglio e parto costituiscono una grande prova fisica: la donna si misura con il proprio corpo, ma anche con la propria mente, con le proprie paure, con il dolore e la capacità di sopportarlo. Nascere è un evento naturale e come tale si realizza, se al neonato è data la possibilità di passare dal liquido amniotico che avvolge il feto nella vita prenatale all’acqua della vita postatale”

M. Odent

 

Sono passati più di 30 anni da quando per la prima volta Michel Odent condusse in Francia il primo parto in acqua testimoniato successivamente dallo stesso Odent in un celebre articolo pubblicato sul Lancet nel 1983. Tanti anni sono passati da allora e tanta esperienza è stata accumulata, eppure il parto in acqua rappresenta tutt’ora un argomento aperto ed un motivo di discussione e dibattito tutt’altro che chiuso.

Le esigenze delle donne gravide, delle partorienti e delle puerpere sono mutate profondamente nel tempo, sottoponendo un po’ tutti i reparti di ostetricia e neonatologia ad un nuovo percorso di orientamento.

Oggi il parto in acqua rappresenta un’alternativa valida al parto tradizionale e una modalità di nascita sicura sia per il neonato che per la madre.

L’entusiasmo per il parto in acqua emerso in questi anni si è andato rapidamente diffondendo in virtù dei benefici evidenziatisi, rappresentati in primo luogo dal miglioramento del rilassamento materno e dalla ridotta richiesta di analgesia.

L’immersione in acqua calda favorisce nella donna il raggiungimento di una sensazione di benessere; le riesce più facile cambiare posizione, rilassarsi e aumentare il proprio confort. Il calore dell’acqua migliora il rilassamento muscolare, riduce l’ansia associata al parto, diminuisce il rilascio di catecolamine e stimola quello di endorfine. L’immersione in acqua sembrerebbe inoltre essere associata ad un miglioramento della per fusione uterina, ad una riduzione delle contrazioni uterine e del tempo di travaglio. Tra gli altri benefici sono stati ipotizzati inoltre un’aumentata elasticità del canale del parto e del perineo ed una riduzione della necessità di episiotomie. Ma soprattutto l’immersione in acqua durante il parto aumenta sensibilmente la soddisfazione materna e il senso di controllo della donna sul proprio corpo.

Parallelamente al grande entusiasmo suscitato, diversi effetti avversi relativi a questa modalità di parto sono stati teorizzati e/o descritti, riassunti essenzialmente in un aumentato rischio di infezioni materne e neonatali.

 

Storia

In Gran Bretagna the House of Health Committee nel 1992 ha raccomandato che tutti gli Ospedali del Paese offrissero alle donne la possibilità di scegliere come opzione la modalità del parto in acqua, nonostante l’assenza allora di un’adeguata conferma scientifica circa la sicurezza di tale pratica.

Nel 1995 Alderice condusse uno studio osservazionale su un campione di 2885 donne che tra il 1992 e il 1993 scelsero il parto in acqua . L’autrice concluse il suo studio evidenziando come non ci fosse alcuna evidenza al momento tale da impedire di continuare ad offrire il parto in acqua alla donna come alternativa in condizioni di basso rischio.

In un altro studio del 1999 Gilbert valutò l’outcome neonatale di 4032 neonati nati da parto in acqua in Inghilterra negli ultimi anni novanta. La mortalità e la morbilità perinatale non era sostanzialmente più alta tra i bambini nati in acqua rispetto a quelli nati da parto tradizionale. Anche questo lavoro confermò sostanzialmente le conclusioni a cui era giunta alcuni anni prima l’Alderice. Entrambi i lavori tuttavia, evidenziavano la necessità di conferme successive provenienti da studi randommizzati.

 

Letteratura

Una recente Review della Cochrane del 2004 ha analizzato gli studi pubblicati negli ultimi trent’anni per valutare potenziali benefici ed effetti avversi relativi all’utilizzo del parto in acqua.

Sono stati presi in considerazione otto studi randommizzati e controllati di sicura affidabilità che includevano un campione di 2939 donne e che confrontavano gli effetti del parto in acqua verso il parto convenzionale; di questi, sei relativi alla prima fase e due alla seconda fase del travaglio. Non sono stati identificati trials che valutassero l’uso di differenti tipi di bagni, nè gli effetti dell’immersione in acqua nel management della terza fase del travaglio.

I risultati degli studi hanno evidenziato una riduzione statisticamente significativa dell’utilizzo di anestesia/analgesia epidurale e spinale nelle donne che praticavano l’immersione in acqua durante la prima fase del travaglio confrontate con quelle che espletavano il parto in maniera convenzionale.

Non sembrano esserci invece differenze significative invece circa la durata del travaglio, l’incidenza di parti operativi e di traumi perineali. I vari studi segnalano però una riduzione sensibile del dolore associato al parto nelle donne che utilizzavano rispetto a quelle che non utilizzavano il parto in acqua.

Non sono emerse differenze nel punteggio Apgar a cinque minuti dei neonati nati da parto in acqua rispetto a quelli nati da parto convenzionale e non sono emerse differenze riguardo l’outcome neonatale; il numero di infezioni era sostanzialmente sovrapponibile così come l’indice di ricovero dei neonati in unità di terapia intensiva.

Questi dati sono complessivamente sovrapponibili a quelli che emergono dagli studi confrontando l’immersione in acqua nella seconda fase di travaglio rispetto al parto normale.

Le conclusioni della review appaiono piuttosto evidenti; l’immersione in acqua durante la prima fase del travaglio riduce statisticamente in maniera significativa l’uso dell’analgesia epidurale e spinale, producendo inoltre un abbassamento della pressione sanguigna media.

Purtroppo solo due trials prendevano in considerazione gli effetti del parto in acqua nella seconda fase del travaglio e nessuno analizzava i possibili benefici nella fase terza del travaglio.


Conclusioni

In conclusione sottolineamo con decisione come sia importante rassicurare quanto il parto in acqua non sia associato con un allungamento del tempo del travaglio, o con un aumentato rischio di parti operativi, né tanto meno con una peggiore prognosi neonatale. La significativa riduzione nella percezione materna del dolore e nella richiesta di analgesia suggeriscono che il parto in acqua è una possibilità positiva e benefica in alcune donne. Non è emersa nessuna evidenza che associ questo beneficio nella donna ad una peggiore prognosi neonatale né tanto meno ad un prolungamento del travaglio. Ulteriori studi sono necessari invece per valutare potenziali benefici del parto in acqua nella terza fase del travaglio.

L’evidenza indica che il parto in acqua offre una serie di vantaggi alla donna, riducendo il dolore materno durante il parto e la richiesta di analgesia, favorendo il raggiungimento di un rilassamento ottimale e una maggiore libertà di movimento della partoriente; ma soprattutto offre un’esperienza vissuta in maniera gratificante dalla donna che, assumendo un ruolo attivo, si sente al centro dell’evento, vivendo il proprio parto nella più completa libertà e nella massima intimità.

 

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