E' possibile collegare la problematica della devianza infantile ed adolescenziale ai processi cognitivi e alla componente emozionale che sostengono la scelta di un comportamento morale piuttosto che deviante? Che cos’è che può aiutarci a distinguere i soggetti aggressivi da quelli che non lo sono? E quali sono i fattori che potrebbero predire una maggiore probabilità di esternalizzare comportamenti devianti?

Gli sforzi d’indagine sulla relazione tra ragionamento morale e condotta morale hanno orientato progressivamente l’attenzione sul ruolo che cognizione ed emozione rivestono nell’influenzare la probabilità di una condotta eticamente regolata o deviante. Il collegamento lineare e causale tra ragionamento morale ed atto morale, come presupposto nelle prime teorie stadiali di Piaget e Kohlberg, appare fortemente limitante: non è detto infatti che il raggiungimento di un alto livello di giudizio morale debba corrispondere ad una messa in atto di comportamenti improntati al rispetto dell’etica.

L’obiettivo della ricerca scientifica attuale è quello di collegare la problematica della devianza comportamentale espressa in età evolutiva ed adolescenziale ai processi cognitivi e alla componente emozionale che sostengono la scelta di un comportamento morale piuttosto che deviante.

Ma che cos’è che può aiutarci a distinguere i soggetti aggressivi da quelli che non lo sono? E quali sono i fattori che potrebbero predire una maggiore probabilità di esternalizzare comportamenti devianti?

In una revisione puntuale della letteratura, si considera il contributo piuttosto recente e rilevante di Crick e Dodge del 1994. Il modello di questi autori risponde all’esigenza di indagare i processi cognitivi che sottostanno all’elaborazione dello stimolo sociale. La teoria derivatane, del Social Information Processing, propone 6 step fondamentali di elaborazione dello stimolo sociale: codifica degli stimoli, interpretazione mentale, chiarificazione degli obiettivi, accesso e generazione di potenziali risposte, valutazione delle risposte e loro esecuzione.

Gli autori sostengono che le differenze individuali nell’elaborazione dello stimolo sociale ( per lo più scene raffiguranti episodi o sequenze di tipo interattivo-relazionale ) si traducano in sostanziali differenze nella modalità di reazione prima cognitiva, poi emotiva e infine comportamentale allo stesso stimolo sociale.

L’ipotesi principale degli autori afferma che i bambini più aggressivi tenderebbero a mostrare pregiudizi cognitivi sull’ostilità altrui. I soggetti manifestamente aggressivi avrebbero una maggiore probabilità di considerare una situazione sociale neutra come ostile piuttosto che accidentale o governata da una differente intenzionalità: essi attribuirebbero più facilmente intenti ostili agli altri, sulla base dei ricordi di precedenti esperienze negative.

Ma quand’è che si genera tale pregiudizio?

In realtà è stato osservato che la generazione di un pregiudizio di ostilità avverrebbe solo nel caso in cui il soggetto si possa considerare coinvolto nella provocazione rappresentata nella scena interattiva. In altre parole se l’individuo è esclusivamente spettatore della situazione non interverrebbe alcuna distorsione cognitiva, non attivandosi alcuna ideazione di natura simil paranoidea. Nel momento in cui la situazione venga interpretata come accidentale, anche i soggetti aggressivi potrebbero decidere di astenersi dall’attuare una risposta aggressiva. Tale scoperta consente di poter escludere un’immaturità cognitiva totale dei soggetti, che altrimenti non farebbero differenza in base al proprio coinvolgimento personale, e spinge piuttosto ad analizzare le basi delle particolari distorsioni cognitive che intervengono.

Non solo: i soggetti aggressivi manifesterebbero deficit nella codifica e nell’interpretazione dello stimolo sociale, in particolar modo quando influenzati da un temperamento impulsivo. L’impulsività, infatti, considerata come quella tendenza temperamentale a rispondere velocemente e senza ponderazione nelle varie situazioni, può interferire ampiamente con l’elaborazione dell’informazione. Tale caratteristica è anche concettualizzabile come l’incapacità di inibire risposte ad alta disponibilità ( quale si rivela essere l’attribuzione d’intenti ostili ) in particolare in fase d’arousal ( quando cioè il soggetto sia coinvolto direttamente ). L’impulsività porterebbe il soggetto a sorvolare sui dettagli altri della situazione in cui è coinvolto e favorirebbe quindi il mantenimento del pregiudizio negativo.

Anche Dodge e Fontaine nel 2006 hanno analizzato le fasi della valutazione e della decisione della risposta, nel loro modello RED ( Response Evaluation Processing ), notando come diversi tipi di outcomes comportamentali siano riconducibili in tempo reale alle aspettative dei soggetti. I soggetti potrebbero infatti essere guidati nella scelta della risposta comportamentale da emettere tanto da aspettative sociali e strumentali quanto da aspettative emozionali.

E’ stato infatti riscontrato che i giovani aggressivi, paragonati a quelli che non esternalizzano condotte devianti, confiderebbero maggiormente nel successo degli atti aggressivi, concentrandosi maggiormente sulle conseguenze favorevoli che ne potrebbero derivare, sia esterne che interne (derivandone un innalzamento del proprio senso di autoefficacia e padronanza).

Considerevole è altresì la differenza tra aggressioni reattive e proattive. Mentre il comportamento reattivo rappresenta una risposta ad una situazione ostile, sia reale che percepita, quello proattivo è considerato un atto premeditato. Ebbene, è stato osservato come l’aggressività reattiva sarebbe sottesa da una codifica inadeguata degli stimoli (ove particolare influenza ha l’attribuzione d’intenti ostili), mentre quella proattiva sarebbe associata soprattutto alle aspettative d’efficacia conseguenti all’atto.

Quindi, mentre alla base dell’aggressione reattiva spiccherebbe maggiormente un temperamento impulsivo con scarsa capacità di inibire risposte ad alta disponibilità in particolare in fase d’arousal, alla base dell’aggressività proattiva o premeditata si evidenzierebbe la considerazione cognitiva ed emotiva della strumentalità dell’azione.

Possiamo dunque affermare che l’aggressione proattiva sia quella caratteristica dell’autentico profilo delinquenziale, ovvero di chi poco avrebbe cura delle conseguenze sulla vittima sopravvalutando egoisticamente il vantaggio relato alla propria condotta. I giovani proattivi pianificherebbero a sangue freddo le proprie trasgressioni, vivendo una sorta di distacco emozionale, e per questo motiva la condotta che essi esplicano si presterebbe prettamente alla definizione di “delinquenza”. Gli adolescenti che comunemente hanno avuto accesso al sistema giudiziario riportano effettivamente più problemi di esternalizzazione del comportamento e di aggressione proattiva, rispetto ai loro pari non delinquenti: con più probabilità, essi non indulgerebbero in atti di aggressività reattiva ma promuoverebbero condotte devianti intenzionali.

Superata la concezione dualistica che oppone ragione ed emozione, è oramai indubbio il ruolo della componente emozionale che va ad incidere sull’elaborazione delle informazioni contenute nello stimolo sociale tanto quanto sulla considerazione delle dinamiche interpersonali.

Arsenio e Lemerise nel 2000 inseriscono la componente emozionale nel modello Social Information Processing. I soggetti devianti mostrano indubbiamente difficoltà ad interpretare i segnali affettivi altrui e non riescono a definire né ad esprimere ordinatamente la propria emozionalità. Il fatto che i soggetti devianti non siano abili ad immedesimarsi empaticamente nella sofferenza dell’altro, li conduce a perseguire obiettivi distruttivi. L’empatia, quando presente, può costituire una sorta di freno all’agire aggressivo, poiché percepire e far proprio il disagio altrui pone dei limiti alla propria condotta egoista o trasgressiva.

Anche un eccesso di emozionalità non gestita può influenzare la probabilità di espressione della condotta aggressiva.

La capacità di autoregolazione delle proprie emozioni permette al giovane sia di essere sostenuto nella valutazione serena dello stimolo sociale, priva di pregiudizi, sia una maggiore ponderazione delle conseguenze del proprio comportamento. È stato riscontrato che stati d’animo negativi o emozioni preesistenti alla situazione relazionale proposta, possono influenzare la percezione di una situazione relazionale, conducendo con più probabilità a bias cognitivi che supportano l’aggressività. Inoltre, i giovani che non riescono a regolare la propria emozionalità hanno più probabilità di essere sopraffatti dal sentimento altrui: tale intrusione seccante nel proprio dinamismo psichico interiore verrebbe allontanata ancora una volta per mezzo di comportamenti aggressivi. Rifiuto ed ostilità espressi infatti contribuirebbero a ridurre l’attivazione e a ristabilire la quiete emozionale.

I soggetti aggressivi inoltre alimenterebbero l’aspettativa di esperire sentimenti positivi superiori nel momento della messa in atto del comportamento nocivo. I soggetti proattivi in particolare non farebbero mistero dei propri obiettivi, anzi espliciterebbero l’intenzione di procacciarsi stati d’animo e conseguenze vantaggiosi a discapito altrui. Gli individui reattivi, piuttosto, risentirebbero maggiormente della mancanza di capacità empatica e della stima deficitaria di come la vittima si possa sentire.

Bassi livelli di colpa sono stati trovati associati al comportamento problematico esternalizzato. Eppure, mentre l’emozione della colpa spingerebbe ad atti riparatori, muovendo dalla presa di consapevolezza della responsabilità individuale circa la trasgressione, ed avrebbe la capacità di tutelare l’individuo e di prevenire che espliciti una condotta sconveniente, la vergogna investirebbe la sfera del sé, accollando al soggetto attributi degradanti, scomodi, disagevoli per la sopportazione del proprio Io. La vergogna inciterebbe pertanto a perpetrare comportamenti nocivi a partire da un senso di abbattimento e di indegnità del sé che condurrebbe piuttosto all’evitamento e alla rinuncia ad una proposta riparativa, e si presterebbe con più probabilità al mantenimento di un atteggiamento deviante.

Tra i fattori preventivi della risposta deviante, si è trovata la capacità della prima agenzia educativa rappresentata dalla famiglia di trasmettere empatia ( numerosi studi dimostrano la correlazione tra genitori-modelli empatici e lo sviluppo di capacità empatiche del bambino ). Tra i fattori di rischio, l’influenza rinforzante dei pari, l’esclusione dal gruppo dei pari, la mancata legittimità conferita all’autorità del genitore.

 

Fonti Bibliografiche:

- Ionico, C. ( 2011 ) Devianza giovanile e condotta morale: incidenza temperamentale, cognitiva ed emozionale, Tesi di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, relatrice Dott.ssa I. Zeppi

- Arsenio, W. F. & Lemerise, E. A. (2000) An Integrated Model of Emotion Processes and Cognition in Social Information Processing, Child Development, 71, 1, 107 - 118.

- Crick, N. R. & Dodge, K. A. (1994) A review and reformulation of Social Information Processing mechanisms in children’s social adjustment, Psychological Bullettin, 115, 74–101.

- Dodge, K. A. & Fontaine, R. G. (2006) Real-time decision making and aggressive behavior in youth: A heuristic model of response evaluation and decision (RED), Aggressive Behavior, 32, 604 – 624.