Questo articolo fornisce una descrizione sommaria del concetto di intelligenza, inclusa l'intelligenza emotiva.

Forse il concetto psicologico più difficile da definire è proprio quello di intelligenza: sembra più essere un fattore generale che comprende numerose funzioni psichiche (adattamento a situazioni nuove, soluzione di problemi, intuizione, capacità di apprendere, creatività, ecc.) che non un’attività specifica.

Un tentativo “moderno” di definire l’intelligenza umana consiste nel considerarla un’attività intellettiva generale, che permette all’individuo di affrontare situazioni nuove, di apprendere utilizzando le precedenti conoscenze, di pensare in modo produttivo ed innovativo.

Inoltre nel corso del tempo, il termine intelligenza è stato investito di numerosi significati; da un lato è di uso comune e viene impiegato spesso anche a scopi pratici dai non addetti ai lavori, per valutare le persone, per cercare di prevederne il comportamento, per tentare di anticipare i risultati di una carriera scolastica o gli esiti lavorativi di un individuo; dall’altro è un argomento su cui, da più di un secolo, si sono confrontati esperti, in particolare psicologi, di orientamenti diversi e con diverse finalità. Infatti, nel corso dei decenni, sono stati elaborati numerosi strumenti di misura, con la pretesa di dare un punteggio all’intelligenza, di costruire una scala che consentisse ai professionisti di vari settori (dagli insegnanti ai selettori del personale) di confrontare le persone sulla base delle loro abilità mentali. Questi tentativi, oltre ad entusiastiche adesioni, hanno sollevato una “pioggia di critiche” legate all’attribuzione di pregiudizi rispetto ai metodi di selezione, considerati non attendibili ed invalidanti per le classi sociali più svantaggiate.

 

Il quoziente intellettivo è l’intelligenza?

Come evidenziato in precedenza, sono stati elaborati numerosi strumenti per la misurazione delle abilità mentali. Tra i più celebri ed impiegati possiamo citare i test di Wechsler (WAIS per adulti e WISC per bambini, i più utilizzati nel Servizio Sanitario Nazionale) o le Matrici di Raven. Ma che cosa misurano questi test? Ogni strumento, infatti. attribuisce un punteggio, la cui media è 100, al Q.I. (Quoziente intellettivo); è possibile equiparare il Q.I. all’intelligenza?

Esperti psicodiagnostici ammoniscono dal farlo (Saraceni e Montesarchio, 1998). Infatti il Q.I. misura specifiche abilità intellettive (cultura generale, velocità di elaborazione, vocabolario, abilità di utilizzare le idee) mentre l’intelligenza è un concetto ben più vasto, di difficile rilevazione, che ha che fare con la capacità generale di “orchestrare” le singole abilità. Inoltre il Q.I. è suscettibile di cambiamenti nel corso del tempo ed è strettamente connesso alla cultura in cui l’individuo è inserito oltre che alla sua carriera scolastica.

Riassumendo, e non avendo la pretesa di esaurire qui l’argomento, il Q.I. è il risultato dell’interazione di tre fattori: 1) dotazione naturale; 2) ambiente psicologico; 3) ambiente educativo.

Dunque, rispetto alle altre dimensioni che caratterizzano la personalità, l’intelligenza risente in maniera molto maggiore delle influenze ereditarie, che si intrecciano in modo complesso con le stimolazioni ambientali.

Dunque una persona con una intelligenza nella media, se inserita in un contesto psicologico/relazionale disfunzionale (famiglie molto conflittuali, scarsa attenzione affettiva da parte dei genitori, presenza di importanti sintomi clinici come ansia e depressione) ed in un ambiente educativo scarso di stimoli (libri, povertà nell’ambiente scolastico, poche possibilità di conversazione e confronto, ecc.) può anche sviluppare un ritardo mentale.

Allo stesso tempo, un bambino con una dotazione naturale al di sotto della media può se adeguatamente seguito, compensare ed innalzare molto il suo Q.I. A questo proposito le ricerche evidenziano che quanto più precoce sarà l’intervento, tanto maggiori saranno le possibilità di recupero. Inoltre pare che le stimolazioni provenienti dall’ambiente educativo possono influire in modo considerevole sulle competenze verbali (in particolare la ricchezza del vocabolario, la capacità di costruzione della frase, la cultura generale), mentre risultano meno efficaci sul “pensiero astratto” e la risoluzione dei problemi.

 

Il processo di sviluppo dell’intelligenza

La principale spinta allo studio dell’intelligenza deriva dalle ricerche dello psicologo svizzero Jean Piaget (1896-1980) e della sua scuola, attraverso cui è stato possibile tracciare il percorso della costruzione progressiva delle operazioni di pensiero, dal bambino all’adolescente.

Nello sviluppo intellettivo la teoria piagetiana distingue quattro stadi principali, che vanno dalla nascita all’adolescenza:

  1. Stadio senso motorio (da 0 a 2 anni): in questa fase il bambino non riesce bene a distinguere tra se stesso e l’ambiente che lo circonda, né tra gli oggetti e le azioni che esercita su di essi. L’infante entra in contatto con il mondo attraverso l’intelligenza sensoriale e motoria; ciò significa che il bambino agisce spesso per prove ed errori e non appena verifica il successo di un’azione tende a ripeterla, consolidando così i suoi (ripetitivi) schemi di azione.
  2. Stadio preoperatorio (da 2 a 7 anni): in questa fase l’attività mentale non è più legata unicamente all’azione la quale comincia, lentamente, ad essere interiorizzata. In termini più strettamente psicologici il bambino acquisisce e sviluppa la capacità di rappresentazione, impara cioè ad utilizzare le immagini mentali che divengono guida per l’azione.
  3. Stadio delle operazioni concrete (da 7 a 12 anni): questo periodo è segnato dalla comparsa delle operazioni, cioè dalla capacità di immaginare trasformazioni della realtà e compiere manipolazioni mentali delle cose sulla base di regole. Viene acquisito il concetto di conservazione (ad esempio si diviene consapevoli che versando una certa quantità di liquido da un recipiente ad un altro questa resta uguale), la logica della classificazione (la capacità di pensare per categorie e la consapevolezza che in categorie grandi stanno sottocategorie), i meccanismi dell’addizione, sottrazione e della reversibilità.
  4. Stadio delle operazioni formali (da 12 a 16 anni): in questa fase la capacità di utilizzare i concetti astratti, di ragionare attraverso le idee, diviene massima. Il preadolescente riesce a pensare in termini di futuro, ad utilizzare ipotesi per prevedere con efficacia ciò che succederà, ad esercitare le proprie capacità logiche e critiche sulla realtà che lo circonda.

 

Rispetto ai vari stadi è bene precisare che la suddivisione è artificiosa ed influenzata dalla qualità dell’ambiente educativo. Alcuni soggetti se seguiti con attenzione possono anticipare le tappe o, viceversa, se il contesto di sviluppo è povero di stimoli, restare indietro rispetto ai coetanei. Lo stesso Piaget sottolineava come lo sviluppo dell’intelligenza non sia un processo innato, ma che origina dalla complessa interazione tra lo sviluppo cerebrale e l’ambiente esterno, con particolare riferimento all’interazione sociale e l’esperienza diretta.

 

Quali sono le principali abilità mentali?

Sulla base degli ultimi studi nel settore dell’intelligenza, autori come Padovani (principale referente nazionale nello studio e nell’elaborazione dei test di intelligenza) evidenziano quattro aree in cui si articola l’intelligenza:

  • Capacità verbali: con questa competenza facciamo riferimento al vocabolario (la conoscenza e la padronanza di un buon numero di vocaboli è indice di una buona capacità intellettuale), alla cultura generale (la quantità di informazioni di cui un individuo dispone, indica il livello di curiosità e la qualità dell’ambiente educativo), alle capacità di ragionamento e di pensiero astratto (abilità nell’uso delle idee).
  • Capacità di performance: in questo caso ci riferiamo alle capacità di coordinazione, di utilizzo degli stimoli nello spazio, alle competenze manuali.
  • Velocità di esecuzione: oltre alla riflessione, è strettamente correlata con l’intelligenza la capacità di reagire prontamente alle stimolazioni che vengono prodotte dall’ambiente esterno.
  • Libertà dalla distrazione: con questo facciamo riferimento alle fondamentali competenze di attenzione (abilità nell’assorbire gli stimoli ambientali e di utilizzare la memoria di lavoro) e concentrazione (abilità nell’escludere le informazioni inutili al compito proposto o di selezionare ciò che ci serve per portarlo a termine).

In ogni caso è bene precisare che ciascuna di queste abilità non è totalmente isolata dalle altre e, come abbiamo detto in precedenza, l’intelligenza è una competenza generale, appunto difficilmente definibile; la suddivisione operata ha essenzialmente scopo descrittivo e scientifico.

 

Alcune competenze declinano con l’età

Purtroppo le abilità mentali una volta sviluppatesi (si ritiene che il picco delle competenze si aggiri intorno ai 27/30 anni) declinano naturalmente. Non tutte allo stesso modo però. Eminenti psicologi parlano di due tipologie di intelligenza una fluida, soggetta a spontaneamente a ridursi nel tempo, ed una cristallizzata, che tende a rimanere costante e che con l’esercizio può anche migliorare.

Fanno parte dell’intelligenza fluida: la memoria, la velocità di esecuzione, la capacità di utilizzo di nuove informazioni. L’intelligenza cristallizzata comprende invece il vocabolario, la cultura generale e le abilità sociali.

In particolare le persone anziane sembrano essere particolarmente penalizzate nei compiti che implicano la velocità di esecuzione. Nel corso di ricerche effettuate in laboratorio (Amoretti, 2001) è emerso che in funzioni nelle quali è prevista la rapidità di risposta, gli anziani (over 65) ottenevano risultati molto inferiori rispetto ai soggetti più giovani. Nel momento in cui i tempi del compito venivano allungati, i successi nelle risposte non variavano più in base all’età. Un’altra funzione in cui le competenze dell’anziano declinano notevolmente è la memoria, in particolare la memoria a breve termine o memoria di lavoro.

Semplificando, possiamo dire che esistono due tipologie di memoria: “a breve termine” e “a lungo termine”. La prima è una sorta di magazzino temporaneo, in cui l’informazione che vuole essere immagazzinata permane per un periodo di tempo ristretto (30 sec./un minuto); inoltrel’ampiezza di questo contenitore mnemonico è limitata (in media si possono ritenere circa 7 informazioni, anche se esistono tecniche di potenziamento per migliorare questa capacità).

Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine avviene con la ripetizione e la rielaborazione di ciò che si vuole ricordare. La memoria a lungo termine ha un’ampiezza pressoché illimitata e le conoscenze possono essere conservate al suo interno per tempi lunghissimi. Nelle persone anziane si evidenzia sia una riduzione dell’ampiezza della memoria a breve termine, sia la necessità di una maggiore ripetizione di ciò che si vuole ricordare affinché passi nella memoria a lungo termine. Questo inficia la fondamentale capacità intellettiva legata all’apprendimento di nuove informazioni.   

 

L’intelligenza emotiva, perché è importante

L’intelligenza emotiva è un concetto relativamente nuovo, che è entrato nel dibattito psicologico italiano grazie agli scritti di Daniel Goleman (1997). Essa è legata alla capacità di riconoscere, gestire efficacemente, sapere utilizzare le proprie e le altrui emozioni.La nostra “intelligenza razionale” ci permette di comprendere l’universo del concreto e del palpabile. L’intelligenza emotiva si rivolge invece all’osservazione e all’analisi del meccanismo delle emozioni umane. Questa abilità attraversa trasversalmente ogni competenza psicologica, contaminandola. Anche una persona con una elevata cultura ed un buon vocabolario, può fallire in una prestazione, in un incontro, in colloquio se non è in grado di gestire la propria emotività.

E’ bene precisare che essere emotivamente intelligenti non significa essere sempre felici ma saper riconoscere ed accettare tutte le emozioni (in particolare quelle negative, che spesso invece rimangono “mute”) per poter vivere al meglio l’esistenza.

Negli ultimi anni, in alcune scuole italiane, si è cercato di prestare attenzione a questa fondamentale capacità umana, cercando di insegnare ai bambini a riconoscere le diverse emozioni in gioco nei contesti relazionali, a verbalizzarle e maneggiarle. Nel corso dei processi di apprendimento, la possibilità di far leva sugli aspetti emotivi dei bambini e degli adolescenti, consente un apprendimento più piacevole ma soprattutto più profondo e duraturo.

Numerosi studi psicologici evidenziano inoltre come l’intensità emotiva, sebbene necessaria in piccole dosi per l’efficace riuscita in un compito, sia altamente controproducente nel momento in cui supera un certo livello, rendendo anche la preparazione più accurata assolutamente inutile.

Fanno parte dell’intelligenza emotiva anche l’empatia (la capacità di riconoscere ed entrare in sintonia con le emozioni dell’altro), la motivazione (la comprensione dei motivi reali che ci spingono ad agire) e le abilità sociali (la capacità di stare con gli altri, di comprenderli e condividere con loro interessi ed obiettivi).

In conclusione l’intelligenza è un concetto tanto ricco quanto inafferrabile, fatto di logica, “cuore”, esperienza, apprendimento e fatica. E’importante per ciascuno di noi, così come per la comunità in cui viviamo coltivarla e favorirla.

 

Riferimenti bibliografici

  • Amoretti, G., I processi cognitivi nell’invecchiamento normale e patologico, (2001), McGraw Hill, Milano.
  • Andreani Dentici, O., Intelligenza, (2001), McGraw Hill, Milano.
  • Canestari, R., La memoria, (1984), CLUEB, Bologna.
  • Goleman, D., Intelligenza emotiva, (1997), BUR, Milano.
  • Saraceni, C. e Montesarchio, G., Introduzione alla psicodiagnostica, (1988), Carocci, Roma.