Che cos'è la psicoterapia, quali caratteristiche deve avere un buon psicoterapeuta, come reperirlo e che cosa succede durante le sedute di una terapia.

Introduzione

Si può pensare che recarsi dallo psicologo o dallo psicoterapeuta significhi prendersi un impegno che durerà necessariamente anni e anni. Questo può scoraggiare chi avrebbe bisogno di una cura e magari rinunciarvi per paura di non potersela permettere.

Oggi però esistono diverse possibilità e orientamenti terapeutici brevi, che riescono a risolvere molti comuni problemi in poco tempo, spesso entro le dieci sedute.

Quest'articolo tratta di che cos'è la psicoterapia, quali caratteristiche deve avere un buon psicoterapeuta, come reperirlo e che cosa succede durante le sedute di una terapia.

Come scegliere uno psicoterapeuta

Trovarsi bene con il proprio psicoterapeuta è importante, ma fidarsi di lui lo è ancora di più. Per questo, i modi per reperire il terapeuta che fa al caso nostro sono solo due: come riferimento da una persona che conosciamo oppure cercandolo in prima persona. In entrambi i casi non è detto che ci si debba trovare bene al primo colpo: è proverbiale il fatto che persone diverse si adattino a professionisti diversi e a questo proposito la psicoterapia non fa eccezione.

Il criterio più importante da considerare nella scelta del terapeuta è: se il processo terapeutico riesce a darvi buone sensazioni e a farvi stare meglio secondo i vostri criteri, allora va bene. Altrimenti cambiate terapeuta. Se già uscendo dalla prima seduta vi sentite peggio, cambiate senza indugi. Escluso questo caso limite, datevi un termine di almeno quattro o cinque sedute prima di decidere.

È importante non perdere subito la fiducia in caso di esperienze poco edificanti, e mantenere invece l'utile convinzione che quel terapeuta eventualmente non sarà stato efficace, non la psicoterapia in se stessa.

È bene sapere, infatti, che la ricerca ha ormai chiarito che chi si rivolge alla psicoterapia a fronte di problemi personali riesce a stare meglio dell'80% di chi non lo fa e che i cambiamenti ottenuti sono durevoli (Lambert e altri, 2002).

Quali sono le caratteristiche del buon psicoterapeuta

Vediamo in pratica quali sono le qualità da ricercare nel nostro terapeuta (Okiishi, 2003).
Il buon psicoterapeuta:

  • sa come instaurare e costruire una relazione con il suo paziente;
  • concorda all'inizio con il paziente l'obiettivo terapeutico da raggiungere;
  • è pronto a dare suggerimenti quando gli vengono richiesti;
  • non usa gergo tecnico;
  • si lascia coinvolgere dal problema del paziente, ma riesce a rimanere allo stesso tempo obiettivo;
  • non sostiene che la terapia debba necessariamente essere "dolorosa";
  • non indugia nel passato senza necessità;
  • appoggio quando emergono sensazioni dolorose, ma non incoraggia la persona a manifestare emozioni oltre la normale necessità di lasciar uscire le sensazioni represse;
  • è in grado di aiutare a sviluppare le abilità sociali necessarie in campo affettivo, di amicizia, intimità, piacere e di relazione con la comunità;
  • aiuta a sfruttare e a sviluppare le risorse che la persona già possiede - e che possono rivelarsi più ampie di quanto sembri a prima vista;
  • tiene conto degli effetti che la terapia può avere sulla vita del paziente e sulle persone a lui vicine;
  • è in grado d'insegnare a rilassarsi profondamente;
  • è in grado di aiutare a pensare alle difficoltà e ai problemi in modo nuovo ed edificante;
  • è in grado di utilizzare una vasta gamma di tecniche, secondo le necessità;
  • può assegnare dei compiti da mettere in atto fra le varie sedute;
  • fa fare il minimo numero di sedute necessario;
  • incoraggia la fiducia in se stessi, l'autonomia e l'indipendenza e fa sì che ci si senta meglio dopo ogni seduta.
     

Ciò che la psicoterapia non è

Più di ogni altra professione, la psicoterapia è oggetto di una satira spietata. Probabilmente non sono state ancora prodotte sitcom o telefilm a puntate che non abbiano episodi dove il divertimento è assicurato dal comportamento eccentrico o incompetente del terapeuta. Sfortunatamente, però, la realtà può superare la fantasia. Come in ogni professione esistono anche terapeuti incompetenti e ciò può aver contribuito alla percezione distorta e negativa di ciò che il terapeuta fa.

Inoltre, per un principio cognitivo ben noto, gli esseri umani notano e ricordano molto di più ciò che va male rispetto a ciò che va bene. Ben lo sanno imprenditori e commercianti, per i quali è faticosissimo farsi un nome e facilissimo perderlo a causa di una sola partita di merce avariata. E lo stesso vale per le professioni (Pologe, 2008).

Vediamo quindi, innanzitutto, di definire ciò che la psicoterapia non è.

La psicoterapia non è un massaggio. Non è attenzione positiva e incondizionata, anche se a volte è anche questo. Non c'è niente di male nel dare conforto e sostegno ma ciò non è, di per sé, psicoterapia. È necessario sentire che si può aver fiducia nel proprio terapeuta, ma non è necessario sentirsi in ogni momento a proprio agio durante le sedute. Infatti, se le domande e le osservazioni del vostro terapeuta non vi provocassero mai neanche il più piccolo disagio, potreste non arrivare mai da alcuna parte. A volte la terapia può raggiungere punte molto alte d'intensità, mentre con altri pazienti o in altri momenti può presentarsi come un processo amorfo, vago e privo di meta. In entrambi i casi, però, dovrebbero sempre essere percepibili i cambiamenti che ci si aspettano dal trattamento. Diversamente, la terapia non sta funzionando.

La psicoterapia non è dare consigli. Il mondo è pieno di consigli e consiglieri. Parte di ciò che fa arrivare le persone in terapia è proprio l'essersi persi in tutti quei consigli, il non riuscire più a metterli in ordine e a dare il giusto peso a ciò che è importante e a ciò che non lo è. L'ultima cosa di cui il paziente ha bisogno, quindi, è ancora un altro consiglio. L'obiettivo del trattamento è riscoprire la propria voce, le proprie priorità e il coraggio per agire su di esse. Non c'è bisogno di dire a un paziente cosa fare del suo matrimonio, della sua carriera o delle sue ansie. Se si riesce a fargli percepire il problema da una differente angolatura, saprà meglio di chiunque altro cosa è meglio per sé. E la volta successiva che si troverà di fronte a situazioni simili, non si confonderà di nuovo così facilmente (ib.).

Perché andare in terapia

Si riduce tutto a questo: una persona decide di andare in terapia perché è bloccata.

Può sentirsi tale oppure ciò essere evidente dal suo comportamento, ma in entrambi i casi vi è un blocco che le impedisce di svolgere una vita completa ed appagante. Si potrebbe domandare: "Cos'ha questo a che vedere con ansia, depressione, panico, fobie, disturbi ossessivo-compulsivi, adolescenti ribelli, abuso di sostanze, bullismo e altro?" La risposta è: tutto quanto.

Le righe successive esprimono concetti un po' "forti" ma essenziali per rispondere alla domanda appena enunciata.

Quando qualcuno arriva in terapia spontaneamente, o trascinato dai parenti, l'elemento comune è che il suo comportamento, le sue sensazioni, i suoi pensieri e le sue percezioni sono diventate inappropriate. E non capisce perché si senta così arrabbiato, depresso, così ossessionato da tutte quelle banalità, così impaurito dal nulla.

Dice di sentirsi inutile, che lo odiano, che il governo gli dà la caccia come terrorista e che deve nascondersi, che nessuna donna può volergli bene, oppure che tutte le donne lo amano. Magari sta rovinandosi la vita abusando di sostanze o gioco d'azzardo nonostante il suo desiderio di smettere, oppure si lava le mani fino a rovinarsele, perfettamente cosciente di quanto tutto ciò sia senza senso e distruttivo. Potrebbe picchiare a sangue la moglie o la fidanzata giurando però di amarla. Allontana da sé le persone con i suoi atteggiamenti arroganti e orgogliosi, si rovina da solo tutte le chance di successo sociale e professionale, eppure è il primo a notare negli altri questi schemi così distruttivi. Si lascia coinvolgere in una relazione masochistica, ogni volta soffrendo gli abusi e l'insensibilità del partner, giurando di non rifare mai più quell'errore. Oppure è colto all'improvviso dai sudori freddi, il cuore inizia ad accelerare e si trova paralizzato dalla paura di fronte alla porta di un ascensore. Eppure sa benissimo quanto sicuri sono gli ascensori e che, infatti, ha più probabilità di scivolare e farsi male entrando in una vasca da bagno.

Queste persone non capiscono cos'è che fa mettere loro in atto questi comportamenti, sentire queste sensazioni e assumere questi punti di vista. Sono consapevoli di essere infelici, anzi spesso sono più che intelligenti per rendersi conto che tutto ciò non ha senso, ma per qualche ragione non riescono a cambiare.

Lo stesso si applica alle coppie rissose, o ai bambini e agli adolescenti che sembrano divertirsi con i loro comportamenti disfunzionali. L'adolescente che ruba e si fa continuamente di canne e amfetamine di solito lo capisce, ma siccome ciò lo fa stare bene in quel momento, la sua vita inizia a ruotare esclusivamente attorno a quello. E questo gli impedisce di fare altre cose e di costruire alcunché nella vita - anche se difficilmente si riesce a farglielo ammettere apertamente.

Tutte queste persone sono in qualche modo bloccate. Desideri, bisogni, motivazioni, sensazioni e anche pensieri e percezioni sono diventati disfunzionali e influiscono pesantemente sulle loro vite. Quindi, il bambino fuori controllo inviato dal giudice in terapia è bloccato nello stesso senso in cui lo è l'adulto pauroso. E le loro terapie procederanno probabilmente attraverso passi simili, anche se magari uno di loro non aprirà bocca durante le prime sedute.

A volte le persone si bloccano persino riguardo alla capacità d'identificare il piacere. Infatti, di tutte le persone che arrivano in terapia lamentando problemi sessuali, solo un'esigua minoranza ne ha davvero. Tutte le altre si scopre che hanno una fisiologia e degli organi sessuali perfettamente funzionanti, ma che ci sono delle situazioni interpersonali nelle quali altre sensazioni (di solito paura e rabbia) stanno interferendo con la loro sessualità (ib.).

Perché la psicoterapia? Perché non un libro, un seminario o un amico?

Nelle parole del senso comune la psicologia e la psicoterapia sarebbero le scienze dell'ovvio.

Uno dice: "È chiaro che il tuo amico depresso non ha nulla di cui essere depresso. Perché non se ne rende conto da solo? Perché non puoi semplicemente dirglielo, dargli dei libri sulla depressione e su come superarla e fine del problema?" Oppure: "È chiaro che quell'uomo timido, cauto e riservato è diventato così perché è cresciuto con quel genitore così intollerante e volubile. Chiunque conosca la sua famiglia può accorgersene, ed egli adesso non ha più alcuna ragione per esserne impaurito. Se tutti riescono a vederlo, perché anche lui non può fare lo stesso e darsi una mossa, nella vita?" E anche: "È chiaro che quell'arrogante so-tutto-io indispone proprio le persone che sta cercando d'impressionare. Perché non gli dite di calmarsi un po', cosicché non finisca disoccupato, senza amici e isolato dal resto del mondo?"

La risposta più breve è che non possono.

L'amico depresso è bloccato nella sua depressione in parte perché, si può credervi o meno, è più facile sentirsi depresso che affrontare ciò che fa male. È più facile credere che tutto di sé sia inutile e sbagliato, anche se la realtà grida il contrario, che guardare in faccia ciò che sta accadendo. Questo è il motivo per cui la depressione sembra così irrazionale: perché è una rinuncia, una distrazione rispetto a qualcos'altro. Per questo restiamo a bocca aperta se quell'uomo attraente, così pieno di talento e di successo piagnucola, lamentandosi che non ha nulla e che non vale nulla. Allo stesso modo, la donna bella e intelligente che s'impelaga con un uomo disonesto e inaffidabile dopo l'altro preferisce questo, sebbene inconsapevolmente, al sentire e riconoscere l'insoddisfazione più profonda verso se stessa e la sua vita.

Molte volte le persone preferiscono vivere una vita di basso profilo, al di sotto delle proprie possibilità, piuttosto che affrontare sensazioni potenti come la rabbia, il dolore o la paura (ib.).

È evidente che questi veri e propri autoinganni disfunzionali non sono stabiliti di proposito dalla persona, ma originati inconsapevolmente, negli anni, attraverso interazioni e comunicazioni verbali e non verbali. È questa inconsapevolezza la chiave per rispondere alla domanda: "Perché la psicoterapia?" rispetto ad altri tipi d'aiuto. Siccome la razionalità spesso non c'entra, neanche la terapia deve necessariamente passare per vie logiche o razionali, ma più spesso per logiche non ordinarie quali il paradosso, la credenza e la contraddizione.

Cenni sul funzionamento della psicoterapia

La psicoterapia è una cosa accessibile. Non è un metodo esoterico, mistico e indefinibile al quale è necessario convertirsi perché funzioni. È un processo logico, fatto di passi, che chiunque può seguire.

Il segreto è che non ci sono segreti. Anzi, in una buona psicoterapia ogni passo dev'essere comprensibile e avere un senso per il paziente, anche se questo può rivelarsi solo a posteriori. Ci si può trovare a volte in territori strani e poco familiari ma è importante affidarsi al proprio terapeuta e seguire attentamente le sue indicazioni: il loro significato potrà essere compreso anche in un secondo momento.

Il fatto che vi siano una logica e una struttura a guidare la psicoterapia contrasta completamente con la confusa nozione secondo cui è difficile interpretare, capire e quindi agire su ciò che motiva la gente. Potremmo aver sentito dire: "Forse mi sto autosabotando" oppure "Forse serbo rancore verso mia moglie", "Forse non voglio davvero essere il capo", "Forse ho paura d'impegnarmi", "Forse avrei bisogno di una vacanza", “Forse ho invidia di me stesso”, "Forse sono il tipo di persona che..." e così via. A tutto ciò si può solo rispondere: "Forse il cielo diventa verde quando si smette di guardarlo". L'unico modo per saperlo è fermarsi un momento, fare un passo indietro e guardare ai fatti.

I fatti non sono solo esterni, naturalmente, e includono le vostre sensazioni, le vostre reazioni, le vostre percezioni. Durante le sedute è importante che il paziente assuma un ruolo attivo nel mettere alla prova le proprie idee e quelle offerte dal terapeuta. Se egli suggerisce che nella descrizione del litigio con vostra moglie vi siete comportati come un bambino capriccioso che non riesce ad averla vinta, solo voi, come pazienti, avete il potere di decidere se questo è ciò che è effettivamente successo o meno. La prova più importante che un'interpretazione o suggerimento sono giusti, da ambo le parti, è data dalla reazione che essa provoca. E in ogni caso, se il paziente non può beneficiarne, è da ritenersi inutile.

La psicoterapia è un dialogo. Il paziente presenta dei dati, il terapeuta offre delle idee su quei dati insieme ai suoi propri dati, e a delle prescrizioni da eseguire fra le sedute. Quindi la palla passa di nuovo al paziente, nella seduta successiva si discuteranno gli effetti delle prescrizioni, e così via.

Le cose che il terapeuta vi sta aiutando a scoprire su voi stessi, la vostra vita, le vostre sensazioni vi stanno aiutando ad andare nella direzione in cui volete andare, oppure no? Se la risposta è "no" avete il diritto di dirlo, perché significa che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Ma senza la vostra partecipazione attiva su ciò che viene discusso in seduta, e soprattutto senza l'impegno a mettere in atto le prescrizioni assegnatevi, la terapia diventa uno sterile esercizio di pensiero, una serie di speculazioni interessanti che non avranno alcun impatto sulla vostra vita (ib.).

Cosa dovrebbe succedere in una terapia?

Rispondere a questa domanda in modo chiaro è difficile.

Le relazioni interpersonali, anche quelle psicoterapeutiche, non seguono schemi prefissati. Inoltre, come per ogni altro percorso personale, non è facile descriverlo a parole. Naturalmente, se vi sentite malissimo già alla prima seduta è meglio cambiare, come già detto. A parte ciò, il paziente e il terapeuta dovrebbero sempre definire all'inizio della terapia un limite di tempo o numero di sedute entro il quale dovranno esserci stati dei miglioramenti. Il paziente deve avere il tempo di rendersi conto di come ci si sente in una seduta, e che questo tipo di conversazione è diverso da quelli che si possono avere tutti i giorni. È anche importante, durante questo periodo, non diventare ossessionati dal chiedersi se stia o meno funzionando, se ci piace davvero questo terapeuta, se è in grado di aiutarci e così via. Date tempo al tempo. Altrimenti sarebbe come andare in palestra due volte e poi controllare i muscoli per vedere se sono già aumentati.

Una seduta di terapia dovrebbe sempre essere interessante e anche un po' intrigante. A volte potrà sembrare strana, frammentaria e inconcludente, oppure far venire voglia di smettere, ma il paziente dovrebbe sempre restare con la sensazione che qualcosa di nuovo e interessante sta succedendo. Dovreste essere curiosi su cos'è che vi sta facendo sentire, pensare e comportare proprio in quel modo e su come i vari aspetti ed eventi della vostra vita si collegano fra loro in modi che non avevate ancora considerato. Dovreste anche sentirvi come se le vostre sensazioni diventino man mano più "vere", nel senso di più autentiche, più genuinamente integrate e personali.

Se entro le prime cinque sedute non sarete riusciti a percepire nulla di tutto ciò, dovete riportarlo al terapeuta. Potrebbe essere che la vostra resistenza alla terapia sia troppo grande in questo momento della vostra vita. Tuttavia, la parola "resistenza" è almeno in parte un commento sulle capacità del terapeuta. Potrebbe essere che la relazione che si è instaurata fra voi e il terapeuta non sia quella ottimale e che voi non vi sentiate a vostro agio con lui/lei. In ogni caso, parlatene. Se non vedete spiragli di soluzione a questo problema e le cose non dovessero cambiare in breve, cercate un altro terapeuta (ib.).

Ciò che più di ogni altra cosa deve interessarvi ottenere da una terapia è la cosiddetta esperienza emozionale correttiva. Questa definizione indica qualunque esperienza voi facciate attraverso le interpretazioni, le indicazioni e le prescrizioni che il vostro terapeuta vi darà, e che segnerà lo sblocco, il momento di rottura fra il vecchio modo di percepire il vostro problema e un modo del tutto nuovo. Questa esperienza non ha niente a che vedere con la razionalità e non si tratta di apprendimento. All'improvviso, senza sapere perché vi sentite meglio, più sani, più speranzosi, più decisi, più energici, tutto sembra essere più chiaro e i sintomi sono scomparsi. Questa è la magia che una buona psicoterapia ha da offrire. Naturalmente la terapia non terminerà subito dopo: è necessaria una successiva fase di consolidamento, per far sì che le situazioni che prima provocavano il problema perdano completamente la propria forza, che i nuovi schemi di reazione si assestino, si stabilizzino e diventino definitivi, per evitare ricadute.

Nota importante:
non è necessario parlare del proprio passato, incolpando vostra madre o vostro padre di tutto quanto. Il problema può anche essere sorto nel passato ma i suoi effetti si manifestano nel presente, quindi è nel presente che bisogna indagare per conoscere come esso funziona per poterlo risolvere. In ogni caso sul passato non sarebbe più possibile far niente, perché è già passato.

L'idea di una causalità lineare, ossia che gli eventi procedano linearmente in una catena dove A causa B, B causa C, C causa D e così via ha permeato il pensiero scientifico per migliaia di anni e fino a un certo punto si è dimostrato estremamente proficuo. Esso ha consentito all'umanità di raggiungere un alto grado di sviluppo e miglioramento delle sue condizioni e sarebbe semplicemente stupido negarlo. Tuttavia, nello studio dei sistemi complessi la causalità lineare può offrire solo una limitata utilità. Tali sistemi hanno la caratteristica di essere ricorsivi, ossia un certo elemento A può causare un effetto su B, e B può a sua volta averne su A. Oppure A può avere un effetto su se stesso.

A fronte di ciò, per sbloccare atteggiamenti e convinzioni di un sistema complesso quale certamente è la mente umana, si rende talvolta necessario utilizzare logiche non ordinarie, come ad esempio la logica del paradosso. La tecnica paradossale della prescrizione del sintomo, pervenutaci dal gruppo di ricerca di Palo Alto, è stata una conquista di grande importanza, così come il concetto di tentata soluzione che, quando non funziona, alimenta il problema. Interrompendo la tentata soluzione si riesce a rompere il circolo vizioso che tiene in piedi il comportamento o l’atteggiamento disfunzionale. E ciò può essere fatto prescrivendo il sintomo stesso, ad esempio per vincere una paura attraverso una paura ancora più grande.

Le prescrizioni paradossali sono la prova più convincente del fatto che la psicoterapia non è necessariamente basata sull'effetto placebo: come potrebbe l'effetto placebo spiegare, infatti, secondo una logica lineare e positiva, che prescrivendo in certe condizioni a una persona obesa di ingrassare di un paio di chili, è molto probabile che alla seduta successiva si osservi invece un dimagrimento?

A parte questi esempi molto generali, ogni terapia è un caso a sé e può essere difficile o sconveniente dire esattamente che cosa succede. A volte lo sblocco avviene dopo poche sedute, a volte più tardi. A volte la persona può sbloccarsi addirittura dopo la prima seduta. Altre volte, quando la terapia sembra ormai giunta alla fine, emerge un altro problema. In questi casi il terapeuta deve rimboccarsi le maniche e affrontare il nuovo problema, per completare il lavoro.

Bibliografia

Lambert M J, Vermeersch D A, 2002. Effectiveness of Psychotherapy. In Elsevier Encyclopedia of Psychotherapy, 709-714, Elsevier Science, USA.

Okiishi J, Lambert M, Neilsen S, Ogles B, 2003. Waiting for Supershrink: an empirical analysis of therapist effects. Journal of Clinical Psychology and Psychotherapy. 10 361-373

Pologe B, 2008. Tratto da: www.aboutpsychotherapy.com.