Una breve guida per illustrare le caratteristiche delle differenti psicoterapie e facilitare la scelta dell'orientamento psicoterapeutico.

“...per il suo caso si rivolga ad uno psicoterapeuta.”

Questa, in genere, è la frase che un utente legge dopo aver esposto un suo problema in un consulto e dopo aver avuto una spiegazione, seppur ipotetica, del vissuto o della sintomatologia che riporta.
Dopo di che, l'utente si troverà di fronte ad un ulteriore problema: quello di scegliere lo psicoterapeuta!

Quale? Sono tutti uguali? Esiste un tipo di psicoterapia più adeguata al suo problema?

L'utente si vedrà costretto a sperimentare sulla sua pelle (con un certo dispendio economico e di tempo) qual è l'approccio terapeutico più valido, oppure si rivolgerà, con il rischio di carpire informazioni poco utili, al web, alla ricerca di notizie necessarie per comprendere quale sia il modo migliore per uscire dal problema che lo attanaglia.
Ecco che sarà quindi bombardato da notizie sugli orientamenti psicoanalitici, sistemici, cognitivo-comportamentali senza però ottenere, probabilmente, una chiara idea di quale siano gli obiettivi primari che questi si pongono e i tempi necessari che, almeno teoricamente, utilizzano nel loro intento terapeutico.

Questa mini guida vuole offrire all'utente la possibilità di conoscere, seppur in modo riassuntivo, la meta di ogni orientamento psicoterapeutico (almeno dei più importanti e accreditati modelli teorici oggi esistenti), lo scopo primario del loro intervento e i tempi (almeno teorici) previsti per la soluzione di specifici problemi.

Al di là dell’orientamento va comunque sottolineato che la professionalità del terapeuta, la fiducia in quest’ultimo e la motivazione del paziente al cambiamento sono elementi indispensabili per una buona risposta terapeutica.

 

La terapia breve strategica
di Giuseppe Santonocito

Il modello breve strategico è un approccio breve alla soluzione dei problemi psicologici, che si svolge con un numero contenuto di sedute. Il suo obiettivo è eliminare i comportamenti disfunzionali per i quali la persona cerca assistenza, e produrre un cambiamento nella modalità attraverso cui la persona percepisce e costruisce la propria realtà.

I trattamenti brevi sono nati dopo che la ricerca ha capito che tenere una persona in terapia per un anno, a una seduta la settimana, oppure tenerla per lo stesso anno, a una seduta al mese, sortiva gli stessi risultati. È più importante il tempo totale di trattamento, del numero totale di sedute.

Inizialmente l’incontro con la persona è ogni due o tre settimane. Poi, man mano che si notano progressi, è possibile distanziare ulteriormente le sedute. I costi sono perciò più contenuti che in altre forme di terapia, mentre l'efficacia rimane invariata.

A differenza di altri orientamenti, il terapeuta strategico si interessa di tutte e tre le seguenti aree:

  • la funzionalità o disfunzionalità del comportamento;
  • il vissuto emotivo della persona;
  • il suo modo di interagire con gli altri e con se stesso, e di costruire la propria realtà.

L'intervento strategico si focalizza fin dall'inizio sul rompere il circolo vizioso esistente fra tentate soluzioni e persistenza del problema, lavorando sul presente piuttosto che sul passato, su come funziona il problema piuttosto che sul perché esiste, sulla ricerca delle soluzioni piuttosto che delle cause.

Il fine ultimo dell'intervento strategico è lo spostamento del punto di osservazione del soggetto dalla sua posizione originaria, rigida e disfunzionale, verso una prospettiva più elastica e funzionale, con maggiori possibilità di scelta. L’intervento strategico è perciò di tipo attivo e prescrittivo e deve produrre risultati a partire già dalle prime sedute. Se questo non avviene, il terapeuta è comunque in grado di modificare la propria strategia, basandosi sulle risposte date dal paziente, fino a trovare quella idonea per guidare la persona verso i risultati desiderati.

Link alla pagina di descrizione estesa del modello: Che cos’è la psicoterapia breve strategica

 

La terapia sistemico-relazionale
di Armando De Vincentiis

Il modello sistemico-relazionale prende origine dal modello sistemico-strategico della scuola californiana di Palo Alto e condivide con l’approccio strategico (vedi sopra) gran parte dei suoi assunti e delle sue tecniche.

È quindi orientato alla comprensione e alla modificazione delle modalità comportamentali e comunicative disfunzionali che mantengono in vita un determinato problema e/o sintomo. Al pari della terapia strategica la psicoterapia sistemica è orientata più alla comprensione di come un disturbo si mantenga, mettendo a punto i metodi più rapidi per la sua risoluzione. Essa  agisce essenzialmente su quello che gli individui fanno e su come lo fanno.

Il suo particolare approfondimento sulle dinamiche relazionali e comunicative rende questo approccio, oltre che idoneo alla terapia dei disturbi psicopatologici del singolo (disturbi d’ansia, panico-fobie-ossessioni, disturbi depressivi), particolarmente elettivo per problematiche in cui vi è un importante coinvolgimento famigliare (anoressia, bulimia, psicosi) e di coppia (conflitti e disturbi della sfera sessuale).

Il modello sistemico-relazionale, tuttavia, per una soluzione approfondita dei problemi, si avvale tradizionalmente anche di tecniche assunte dall’orientamento cognitivo-comportamentale (vedi) e psicoanalitico (vedi).

Intervenendo sulle dinamiche disadattive esistenti nel presente, sui processi di comunicazione disfunzionali e orientata alla soluzione del problema, anche la terapia sistemico-relazionale  “tradizionale” va annoverata tra le psicoterapie di tipo breve.

Bibliografia essenziale di riferimento

  • Watzlawick, P.et. al. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio - Roma, 1997.
  • Watzlawick, P.et al. Change - Sulla formazione e soluzione dei problemi .Astrolabio - Roma, 1974.
  • Marisa Malagoli Togliatti e Umberta Telfener. Dall’individuo al sistema, Manuale di psicopatologia relazionale. Boringhieri - Torino, 1991.


 

La Terapia Cognitivo-Comportamentale
di Gianluca Calì

La TCC (Terapia Cognitivo-Comportamentale) rappresenta l'applicazione del metodo scientifico alla psicoterapia. Si basa sui contributi della ricerca internazionale, ed è un insieme articolato di metodologie di intervento in continua evoluzione.

Già nel suo nome sono indicati gli elementi che ne fondano la struttura scientifica: si occupa infatti dell’aspetto cognitivo (relativo cioè ai processi di pensiero) e di quello comportamentale dei problemi psicologici, con particolare attenzione al loro rapporto con la sfera emozionale e con l’ambiente esterno.

E’ possibile sintetizzare alcune premesse scientifiche della TCC in un gruppo ristretto di assunti:

  • Pensieri, emozioni, comportamenti si influenzano reciprocamente: se reagisco a un sorpasso in modo violento, probabilmente mi sentirò in colpa e potrei pensare di me che sono un buono a nulla; se penso che sia insopportabile rimanere in coda alla cassa del supermarket, proverò ansia ed irrequietezza, e forse cercherò di superare gli altri (a meno che non valuti le conseguenze come peggiori dell’attesa!)
  • Non sempre siamo consapevoli del nostro modo di pensare: buona parte dei nostri pensieri è molto veloce e si attiva in modo automatico; per questo motivo, bisogna “allenarsi” a prestarvi attenzione, se si vogliono identificare i cosiddetti “pensieri automatici”.
  • Le conseguenze delle nostre azioni hanno un valore rinforzante o inibente: oltre al nostro mondo interno, esiste una realtà esterna in rapporto di reciproca influenza con noi. Se siamo stati spesso “puniti” quando abbiamo intrapreso iniziative personali, è possibile che la nostra disponibilità a rischiare ed esplorare ne venga penalizzata; se un bambino viene “premiato” ogni volta che piange per ottenere un giocattolo, probabilmente tenderà a piangere più spesso e più a lungo.
  • Il modo in cui interpretiamo gli eventi interni ed esterni influenza il nostro vissuto emotivo: se valutiamo un 5 in pagella come un fallimento catastrofico, proveremo emozioni negative molto intense; se riusciamo ad interpretarlo come un incidente di percorso, ma anche come stimolo a migliorarci, probabilmente ci dispiacerà, ma la nostra esperienza emozionale sarà meno “pesante”.

La TCC propone dunque un insieme articolato di interventi:

  • finalizzati al raggiungimento di obiettivi specifici e circoscritti(terapia centrata sul problema)
  • “ritagliati” sulle specifiche esigenza del paziente (terapia individualizzata)
  • in tempi ragionevoli (terapia breve)

Per fare ciò, si avvale di una relazione terapeutica empatica ed accogliente, in cui i ruoli sono ben definiti e che richiede la partecipazione attiva e l’impegno del paziente, che è spesso sollecitato a svolgere “compiti” graduali al di fuori della seduta, e discuterne poi gli sviluppi col terapeuta.

Questo consente di diminuire drasticamente la durata delle terapie, rendendo di fatto il paziente protagonista attivo del suo cambiamento.

Bibliografia essenziale di riferimento

  • Ellis A. L'autoterapia razionale-emotiva. Come pensare in modo psicologicamente efficace, Edizioni Erickson.
  • Beck Aaron T. L' amore non basta. Come risolvere i problemi del rapporto di coppia con la terapia cognitiva, Astrolabio Ubaldini.
  • Willson R., Branch R. Il benessere della mente per negati, Oscar Mondadori.
  • Young Jeffrey E., Klosko Janet S. Reinventa la tua vita. Scoprite come modificare voi stessi e liberarvi dalle trappole che vi impediscono di cambiare la vostra vita, Raffaello Cortina Editore.


 

La terapia integrata
di Massimo Giusti

L'integrazione in psicoterapia nasce dall'esigenza di molti clinici di mettere insieme modelli teorici differenti, talvolta in netta contrapposizione tra loro, al fine di costruire un metodo di Psicoterapia capace di abbracciare le esigenze della persona in modo più flessibile e completo. Nel mettere in atto questo tentativo sono nate varie scuole di Psicoterapia Integrata, il modello qui esposto nasce dall'incontro tra la Terapia Gestaltica, il Cognitivismo (anch'esso popolato da molte voci) e le neuroscienze.

Dalla Gestalt è stata ereditata l'importanza del lavoro sulle emozioni, che sono ritenute alla base delle principali spinte motivazionali (per cui anche nel costruire o smontare un comportamento problematico), dal cognitivismo è stata ereditata l'attenzione ai costrutti personali, che compongono i sistemi di valori; le neuroscienze sono considerate un'importante punto di confronto, tramite il quale comprendere meglio la natura umana, del nostro comportamento e delle nostre emozioni.

Lavoro Clinico
Il lavoro clinico può essere suddiviso in tre fasi che in parte si sovrappongono: riconoscimento, riparazione e ricostruzione. Riconoscimento della propria natura nei suoi aspetti migliori e peggiori, riparazione di quegli aspetti "feriti" o "carenti" che contribuiscono a generare o mantenere comportamenti alla base dei nostri problemi, ricostruzione di nuove modalità di comportamento, di una nuova immagine di sé e del modo di rapportarsi con gli altri e con se stessi.

Obiettivi e Tempi
In questa prospettiva il "sintomo" è considerato una modalità di espressione del proprio sistema cognitivo-emotivo, ponendosi come obiettivo la costruzione di un Sé terapeutico capace di aiutare la Persona a risollevarsi da sola nei momenti di difficoltà il lavoro clinico viene considerato ultimato quando la Persona è "presente a se stessa", capace di essere terapeuta di se stessa.
Benchè alcuni lavori possano essere strutturati esclusivamente sul sintomo ed il percorso possa terminare con la scomparsa di questo, un lavoro terapeutico completo necessita approssimativamente di 2/3 anni, con frequenza variabile.

Per maggiori informazioni sul modello, una presentazione più approfondita e completa è possibile consultare il sito web indicato di seguito: www.ipielsa.it.



La terapia costruttivista
di Maddalena Mancioli

La Psicologia dei Costrutti Personali nasce nel 1955 dalla teoria e dal corposo impianto filosofico di George Kelly, in cui l'autore propone un approccio marcatamente diverso rispetto alla pratica clinica e psicoterapeutica dei modelli del tempo.

L'oggetto e soggetto è la persona nella sua globalità, intesa quale attiva costruttrice di teorie di interpretazione del mondo e della realtà. La realtà non esiste indipendetemente da chi la osserva (realismo), né è un semplice artificio mentale del soggetto pensante (idealismo), ma è dipendente da chi la guarda ed è vincolata dal sistema che conosce e dalle sue caratteristiche. Il focus dunque è sulla persona con le sue teorie di conoscenza e il modo per costruirle. Ne consegue che non esiste una realtà oggettiva a priori, ma una realtà interpretabile in molti e alternativi modi (alternativismo costruttivo). Le varie costruzioni teoriche alternative non possono essere giudicate attraverso il principio di verità, ma solo attraverso la loro utilità.

Questa visione nella pratica clinica, induce il terapeuta costruttivista a vigilare costantemente sull'inclinazione di tutti gli uomini (e quindi anche di se stesso) ad assolutizzare le proprie esperienze, tramutandole in certezze e a dare valore al racconto del paziente anche quando si allontana dalla propria visione. Anche il sintomo, ha una sua funzione e soprattutto una coerenza nel sistema di significati del paziente. L'alternativismo costruttivo è un invito aperto a ripensare, rivisitare, riconsiderare e migliorare i modi per comprendere se stessi e gli altri.Compito del terapeuta è cercare di vedere le cose con gli occhi del paziente invece che inserirle a fatica dentro una qualche teoria pre-esistente. Vengono proposte delle “interpretazioni” ma è il soggetto che deve dar loro un senso, una sua costruzione di significato. In quest'ottica possiamo pensare alla terapia come un processo di ricerca: il terapeuta è il supevisore, esperto del metodo; il paziente, il ricercatore esperto della materia.

Bibliografia essenziale di riferimento

  • Butt, T. (2009). George Kelly e la psicologia dei costrutti personali. Milano: Franco Angeli.
  • Don Bannister, D., Fransella, F. (1986). L'uomo ricercatore. Introduzione alla psicologia dei costrutti personali. (ed. it. a cura di G. Chiari e M. L. Nuzzo). Psycho di G. Martinelli, Firenze.
  • Chiari, G. e Nuzzo, M.L. (a cura di ) (1998). Con gli occhi dell'altro. Il ruolo della comprensione empatica in psicologia e in psicoterapia costruttivista. Unipress, Padova.
  • Enciclopedia internet della Psicologia dei Costrutti Personali (inglese)


 

La Psicoanalisi (Jacques Lacan, Sigmund Freud)
di Giselle Ferretti

La peculiarità della psicoanalisi è la distinzione tra l’Io e l’inconscio.

Cosa “analizza” la psicoanalisi?
La psicoterapia psicoanalitica tratta i problemi psicologici (sia i più che i meno gravi) orientandosi sulla parola del soggetto. Ciò che distingue l’ascolto della parola effettuato da uno psicoterapeuta non analitico, è che lo psicoanalista opera una distinzione tra la parola che viene dall’Io (quella di cui abbiamo una padronanza) e la parola che viene dall’inconscio (sintomi, lapsus, atti mancati, sogni).

Il presupposto di base è che, le esperienze di vita, le emozioni, i vissuti, si inscrivono nella nostra psiche (a livello biologico e psicologico) sottoforma di parole, seguendo le leggi della linguistica e dello strutturalismo. L’essenza più intima dell’essere umano è fatta di parole.

Le due istanze principali dell’essere umano sono l’Io e l’Inconscio: l’Io è tutto ciò che è attribuibile alla coscienza e alla volonta’, l’inconscio invece è tutto ciò che sfugge al controllo del soggetto, ma che lo influenza attivamente: per capire la distinzione pensiamo a tutte le volte che diciamo “vorrei questo, vorrei quello” poi in realtà facciamo e otteniamo tutt’altro.
Oppure, quando pronunciamo la frase “è più forte di me”: vuol dire che c’è qualcosa che ci divide tra quello che vorremmo fare e ciò che invece facciamo.
L’inconscio della psicoanalisi NON E’ la sede degli istinti irrazionali, della passionalità, non è il luogo del caos primordiale. Esso è un luogo caratterizzato da una razionalità rigorosa, funziona in modo logico ed estremamente articolato “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”.

La direzione della cura, a parità di sintomo, è completamente diversa a seconda della struttura del soggetto, ovvero, non basta la diagnosi del DSM IV per orientare il lavoro clinico dello psicoanalista, il quale ha ulteriori strumenti a sua disposizione.

L’obiettivo della psicoterapia psicoanalitica è quello di far emergere il desiderio inconscio del soggetto, ovvero di:

  • spezzare la coazione a ripetere che alimenta i sintomi;
  • individuare l’implicazione del soggetto nel sintomo che lamenta;
  • rendere il soggetto protagonista della sua vita facendolo liberare da condizionamenti e aspettative altrui (altro genitoriale, altro sociale ecc…).

Il sintomo è un conflitto tra il desiderio (inaccettabile alla coscienza) e la sua difesa. Questo conflitto riguarda sempre il rapporto tra il Soggetto e l’Altro: altro familiare, altro sociale, il rapporto con il proprio corpo.

La psicoanalisi è la clinica dell’uno per uno, la terapia viene orientata, verificata, equilibrata caso per caso. La psicoanalisi ritiene che non sia possibile stabilire a priori quanto tempo sarà necessario per una cura. Il tempo richiesto è quello necessario per ogni persona. Alcune terapie saranno più brevi, altre dureranno più a lungo a seconda degli obiettivi che vuole raggiungere il soggetto: un percorso può durare qualche mese, altri posso impiegare 1, 2 o 3 anni. In genere si effettua una seduta alla settimana, ma non è una regola assoluta. A seconda delle necessità del caso (concordate da terapeuta e paziente) possono essere aumentate (2 sedute settimanali) oppure diminuite (una ogni 15 giorni). La terapia psicoanalitica non dura un numero indefinito di anni a meno che il soggetto in analisi e il terapeuta non concordino che il lavoro vada portato molto oltre la scomparsa del sintomo. 

C’è effetto terapeutico quando il soggetto sarà in grado di effettuare una rilettura della propria storia, quando trasformerà in modo originale e creativo il sintomo che lo faceva soffrire, trasformazione scelta dal soggetto durante il percorso terapeutico.

La psicoanalisi opera in modo non direttivo, ovvero lo psicoanalista dirige la cura senza assegnare compiti e prescrizioni da svolgere fuori dallo studio, ma in altri modi. Uno di questi è la valorizzazione delle soluzioni funzionali portate dal soggetto in cura. Tuttavia, se durante il percorso se ne ravvede la necessità, il terapeuta può fornire indicazioni al soggetto, seguendo le moderne indicazioni della psicoanalisi applicata.

Per bibliografia e informazioni più dettagliate si rimanda a:

 
 

Qui e ora: l’approccio della Gestalt
di Elton Kazanxhi

Tale modello nasce a New York intorno agli anni 50, dalle intuizioni di F. Salomon Perls e dei suoi collaboratori P. Goodman, Laura Polsner, Isadore Fromm, Shapiro.

La Terapia Gestaltica parte dal principio taoista della polarizzazione degli opposti, Perls sostiene che la tendenza di ogni organismo e la ricerca dell’equilibrio.

L’organismo soddisfa i propri bisogni psicologici e fisologici attraverso un processo omeostatico di continua ricerca dell’equilibrio (Giusti - Montanari 1999).

Secondo Perls, un bisogno insoddisfatto costituisce una Gestalt incompleta, che pone la necessità di un suo completamento, da ciò si evince che ogni esperienza segue in modo naturale un processo che viene definito ciclo del contatto 

La consulenza Gestaltica in pratica
L’obiettivo del terapeuta gestaltico è la maturazione del cliente/paziente e la rimozione di quei blocchi che ne impediscono l’autonomia. Tale processo evolutivo avviene quando il cliente/paziente:

  • aumenta la consapevolezza di sé;
  • si assume la responsabilità delle proprie esperienze, di ciò che fa, di ciò che sente, vede e dice e delle conseguenze delle sue azioni;
  • sviluppa delle abilità e acquisisce valori che gli permettono di soddisfare i propri bisogni senza violare quelli altrui;
  • diviene maggiormente cosciente dei suoi sensi di ciò che sente e prova in quel momento;
  • acquisisce la capacità di chiedere aiuto.

Per ottenere ciò il terapeuta dovrà dirigere il paziente verso il fare, piuttosto che il conversare, verso il coinvolgimento attivo su vissuti e sensazioni che emergono nel Qui ed Ora.

Muovendosi in tale direzione si cerca di evitare di fare diagnosi, interpretazioni, razionalizzazioni e l’eccessiva verbalizzazione.

Dato che le parole sono tutte bugie (F.Perls 1946) il terapeuta della Gestalt farà più attenzione alle informazioni che provengono dal corpo del paziente: postura, movimenti, gestualità, voce, esitazione, sorrisi. Il terapeuta orienterà il paziente/cliente a:

  • centrare l’attenzione sul presente piuttosto che sul passato/futuro;
  • sperimentare il reale, piuttosto che immaginarlo;
  • esprimersi direttamente, piuttosto che manipolare, giudicare, giustificare;
  • prendersi la responsabilità di azioni e sentimenti che si provano piuttosto che evitare;
  • accettarsi per quel che si è (Montanari 19999).

Le tecnica
La tecnica maggiormente usata nella Gestalt consiste nel far acquisire più consapevolezza di sé a i propri pazienti. Il terapeuta chiederà al paziente cosa sente, cosa vuole, di cosa è consapevole, cosa sta accadendo ora, qui. Nel fare ciò si cerca di incoraggiare il paziente a chiedersi su “come è” una certa cosa e non “perché” (i perché generano altri perché). Altre tecniche sono:

  • cambiare le domanda in affermazione;
  • monodramma (la tecnica della sedia calda e della sedia vuota);
  • fare la spola;
  • rappresentazione dei sogni.

Bibliografia essenziale di riferimento

  • Counseling Modelli a confronto edizione quattroventi. F. Nannetti  2005.
  • L’io, la Fame e l’aggressivita; F. Angeli F.Perls 2002.