Dopo qualche decennio, la ricerca scientifica finalmente riesce a dimostrare ciò che per la psicoanalisi era evidente da tempo: gli psicopatici godono nel far soffrire gli altri.

Uno studio pubblicato il 24 settembre 2013 sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, del Dipartimento di Psicologia, Psichiatria e Neuroscienze Comportamentali dell’ Università di Chicago – mostra che quando soggetti psicopatici immaginano altre persone che soffrono, si attivano in loro specifiche aree del cervello legate al piacere.

I ricercatori, guidati dal Prof. Jean Decety, hanno usato la risonanza magnetica funzionale per immagini (FMRI) sui cervelli di 121 detenuti in prigioni statunitensi. La scelta della popolazione dalla quale estrarre il campione è dovuta all’evidenza secondo la quale il tasso di psicopatici in carcere è circa 20 volte maggiore che nel resto della popolazione. Il cervello degli psicopatici ha risposto in maniera empatica solo quando immaginavano di essere loro stessi a provare dolore, ma quando invece immaginavano il dolore altrui, le aree cerebrali coinvolte nell’empatia per il dolore non si attivavano. Al contrario, le ricerche hanno evidenziato che gli psicopatici mostravano un aumento della risposta proprio nell’ area del cervello coinvolta nelle sensazioni di piacere. Gli scienziati hanno dunque concluso che le persone con alti punteggi sulla psicopatia, misurati secondo scale standardizzate, effettivamente godono immaginando il dolore inflitto agli altri e non si preoccupano delle sofferenze altrui.

Le prime classificazioni per la psicopatia furono quelle proposte sul finire del 1800 dallo psichiatra tedesco E. Kraepelin che distinse diverse forme di comportamento tra gli psicopatici, classificandoli ad esempio in: istintivi, instabili, bugiardi, litigiosi, antisociali ecc.;

La teoria psicoanalitica vede infine nella personalità paranoica una condizione tipica di nevrosi del carattere, in cui, a causa di una mancata introiezione di elementi affettivi stabili, alcuni tratti del carattere sono accentuati fino a portare il soggetto a un contegno anormale nei confronti degli altri individui. Gli elementi pulsionali nello psicopatico vengono agiti direttamente senza intermediazione da parte del principio di realtà, in sostanza lo psicopatico è un individuo privo della capacità di sopportare la frustrazione e la dilazione nel tempo del proprio godimento, anche a discapito degli altri.

Non sembrano esservi specifiche correlazioni tra psicopatia e QI, però gli psicopatici sono abili nel mascherare le proprie tendenze. E’ infatti opinione di moti ricercatori che le psicopatie si annidino in contesti fortemente istituzionalizzati (aziende, caserme, ospedali) dove l’appartenenza ad una gerarchia e la divisa creano le condizioni per un contenimento dell’aggressività di questi soggetti, che può di converso esprimersi in maniera istituzionalizzata.

Riferimento:

An fMRI study of affective perspective taking in individuals with psychopathy: imagining another in pain does not evoke empathy
Rivista: Frontiers in Human Neuroscience - DOI: 10.3389/fnhum.2013.00489 
Autori: Jean Decety, Chenyi Chen, Carla Harenski e Kent A. Kiehl.

Bibliografia:

  • Paul, Ph.D. Babiak e Robert D. Hare, Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work di (2007)
  • Robert D. Hare, Without Conscience: The Disturbing World of the Psychopaths Among Us (1999)
  • David J. Cooke, Adelle E. Forth e Robert D. Hare: Psychopathy: Theory, Research and Implications for Society (1997)