Chi si descrive come timido/a spesso fa derivare questa sua caratteristica “fin da quando ero bambino”, “sono sempre stata una persona timida”, come se questo modo di essere e di “sentire” fosse dato dalla nascita, come il colore degli occhi.

Una recente ricerca dice che non è così, non si nasce timidi, e ci aiuta a comprenderne i meccanismi.

 

La spensieratezza e la leggerezza di quando si aveva tre/quattro anni e l'imbarazzo e la timidezza dell'adolescenza; stessa persona e due modi di porsi diametralmente opposti, da questa osservazione sono partiti i due ricercatori dello studio L. N. Chaplin e M. I. Norton rispettivamente della University of Illinois (Chicago) e della Harvard Business School e pubblicato su Child Development.

Essi portano l'esempio di due feste: una di bambini di tre/quattro anni che cantano e ballano, si esibiscono davanti agli altri senza imbarazzi e anzi contenti e gioiosi di farlo e quella invece di un gruppo di adolescenti che, con la musica a tutto volume, appaiono fortemente imbarazzati e intimiditi (quando non c'è l'uso di bevande alcoliche), con la schiena curva, agli angoli più nascosti della sala da cui lanciano sguardi furtivi ai coetanei.

E' una differenza notevole che si accentua nel corso dello sviluppo.

Probabilmente quindi anche chi si è sempre visto timido ha vissuto alcuni anni spensierati, gioiosi e giocosi lontano dalla timidezza dell'adolescenza.

 

Lo studio

La ricerca ha cercato di capire il legame che intercorre tra la capacità di capire le idee di chi ci osserva e la disponibilità ad esibirsi.

A 159 bambini e ragazzi di età compresa tra i 3 e i 12 anni è stata data la possibilità di scegliere tra quattro compiti diversi, presentati in ordine casuale:

  1. cantare una canzone a piacere;

  2. ballare come preferivano;

  3. evidenziare con un cerchietto le forme di colore rosso di una pagina;

  4. colorare un quadrato.

I bambini e i ragazzi dovevano scegliere di fare due di queste cose e, una volta fatta la scelta, dovevo farle nell'immediato, davanti ai ricercatori.

Le prime due scelte rappresentavano compiti di “esibizione”, rese più difficili dal fatto che bisognava cantare e ballare senza accompagnamento musicale; gli altri due compiti facevano da “controllo” ossia non prevedevano prove di “messa in mostra” ed erano deliberatamente compiti noiosi per vedere se i bambini più grandi li avrebbero scelti lo stesso piuttosto che affrontare l'imbarazzo di un'esibizione di fronte ad estranei.

I risultati hanno mostrato differenze tra i bambini di età diverse: mentre fra quelli di 3 anni circa il 31% ha preferito sia cantare sia ballare, nemmeno uno tra quelli di 11 e 12 anni ha scelto le esibizioni, preferendo fare circoletti e colorare.

 

La capacità di capire gli altri

La ricerca suggerisce che il processo in cui i bambini perdono la spontaneità gioiosa di mostrarsi agli altri, come cimentarsi nel canto o in un ballo improvvisato, sia in rapporto con un momento cruciale dello sviluppo cognitivo dell'individuo ossia quello in cui inizia ad emergere la capacità di comprendere gli altri e di attribuire loro una propria mente, dei propri pensieri, credenze (e quindi anche giudizi) differenti dai nostri, quella che viene definita Teoria della Mente (ToM – Theory of Mind -).

Non appena arriviamo a capire che gli altri possono avere delle opinioni proprie e possono quindi anche non apprezzare le nostre performance dandone una valutazione diversa dalla nostra, l'idea di esibirsi perde la sua magia e spontaneità.

Una fase successiva dello studio infatti ha valutato quanto i bambini fossero consapevoli che gli altri potevano giudicare le loro performance, sottoponendoli a un test di Teoria della Mente. Quello che è emerso è che i punteggi più alti in questo compito (ossia che gli altri potevano pensarla diversamente da loro e quindi con una Teoria della Mente ben sviluppata) erano quelli dei bambini più grandi; gli stessi bambini che mostravano una correlazione negativa con la disponibilità ad esibirsi.

E' quindi lo sviluppo di una Teoria della Mente a portare con sé il timore di ciò che penseranno di noi.

 

Fonte:

http://dash.harvard.edu/bitstream/handle/1/13348077/chaplin,%20norton_why-we-think-we-can't-dance.pdf?sequence=1