Dall’11 settembre 2001 sino al recente attacco al Bataclan a Parigi, Il nostro mondo occidentale è sembrato progressivamente sempre più disorientato, mentre molte delle certezze su cui esso si reggeva hanno iniziato a incrinarsi pesantemente. Gli europei, così come gli americani, si sentono sempre meno sicuri a casa loro, nelle piazze, nei mercati, al cinema o al concerto: in tutti quei luoghi familiari dove ci sono più persone che si riuniscono.

In questi giorni, anche in Italia si sta generando una vera e propria ondata di preoccupazione, se non di paura, a causa della quale molte persone hanno rinunciato a viaggi già programmati da tempo, a passeggiate in pizzeria con gli amici. In qualche caso (leggi l’articolo su “La Stampa” del 20.11.2015) false notizie su possibili imminenti attentati si sono diffuse molto rapidamente, propagando panico e spavento. Falsi allarmi o allarmi infondati si susseguono in queste giornate in quasi ogni città italiana. A volte può bastare uno zainetto dimenticato nel vagone di un treno per insospettire qualcuno e mobilitare gli artificieri.

A Parigi persino Disneyland ha chiuso per alcuni giorni a causa della scarsa affluenza di pubblico ma soprattutto del terrore di attacchi terroristici, i musei sono deserti, mentre le persone per darsi coraggio organizzano degli incontri di piazza grazie al tam-tam dei social network. Anche in Italia alcuni genitori preferiscono in questo momento non far uscire i propri figli, molte zone di ritrovo sono più vuote del solito e la visibile allerta delle forze armate dislocate in quasi tutti i luoghi pubblici delle grandi città, certo non contribuisce a far sentire le persone più serene.

Ma questa percezione di estremo pericolo per l’incolumità nostra e dei nostri cari, è davvero fondata?

C’è da premettere che il Ministro dell’Interno, il 22.11.2015 (leggi qui la notizia), ha dichiarato che “nessun Paese è a rischio zero” per gli attentati. Se ne deduce che quanto avvenuto a Parigi, o negli Stati Uniti nel 2001, potrebbe accadere anche da noi in Italia. 

Ciò significa che ciascuno di noi dovrebbe mettere in conto di poter restare vittima di un attentato? Probabilmente sì, ma non più di quanto sia probabile restare vittima di un’incidente ferroviario, per il quale però le nostre preoccupazioni sembrano notevolmente inferiori. Eppure le vittime di incidenti ferroviari, solo nel nostro Paese, sono state circa 500 negli ultimi 5 anni e 101 solo nel 2014 (61 morti e 40 feriti in gravi condizioni).

 

La psicologia suggerisce che l’essere umano è portato a sottostimare o sottovalutare alcuni problemi e amplificarne altri. Ciò accade specialmente quando si ritiene di avere un certo “controllo” sulla situazione problematica, come ad esempio quando si guida un’automobile. È infatti noto che si tenda ad avere più paura dell’aereo che di mettersi alla guida di un’auto. Nonostante nel secondo caso le probabilità di incidente siano molto maggiori che nel primo, si ritiene erroneamente di diminuire il nostro rischio controllando noi direttamente l’auto piuttosto che affidandoci alla guida di un pilota che non conosciamo e che non abbiamo mai visto. In pratica accade che illusoriamente si reputi meno rischioso ciò che si riesce a gestire personalmente.

I numeri però raccontano una storia differente. Se poi si parla di vite umane, essi rischiano di apparire impietosi.

Nei paesi europei (rapporto UE marzo 2015), durante il 2014 si sono contati 25.700 morti e 200.000 (duecentomila) feriti gravi a causa di incidenti automobilistici: in pratica 70 morti e oltre 500 feriti gravi ogni giorno. Nelle sole strade italiane nel 2014 hanno perso la vita più di 3300 persone, 578 delle quali erano pedoni.

Ogni anno 83.000 italiani muoiono per effetto del fumo, questo fa dire al Ministero per la Salute (mag.2015): «Il tabacco provoca più decessi di alcol, aids, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme. L’epidemia del tabacco è una delle più grandi sfide di sanità pubblica della storia. L’OMS ha definito il fumo di tabacco come "la più grande minaccia per la salute nella Regione Europea"»

Un altro dato che spesso si tende a rimuovere dalla nostra coscienza collettiva è quello secondo cui, a leggere gli ultimi dati provvisori Inail, in Italia soltanto nei primi 8 mesi del 2015 ben 752 persone hanno perso la vita a seguito di infortunio subito sul luogo di lavoro: 94 morti “bianche” al mese.

Tutto questo senza volersi soffermare sulle vittime della criminalità e della mafia, che quotidianamente colpiscono uccidendo e ferendo centinaia di persone ogni anno.

La nostra paura di restare vittime di un attentato terroristico è dunque ampiamente sovradimensionata rispetto alle reali probabilità che ciò accada proprio a noi.

Nonostante questa evidenza, l'essere soggetti a scelte di altri individui non controllabili e pericolosi, contribuisce non poco a diffondere una percezione di impotenza. Come potremmo, infatti, agire su persone che non siamo in grado di controllare in alcun modo e la cui cultura sembra sfuggire a ogni nostro tentativo di comprensione? Occorre aggiungere, inoltre, che Il cosiddetto “pensiero magico” (Piaget, 1955) secondo cui il bambino struttura la propria capacità di rappresentazione della realtà, si ritrova in forme anche massicce nell’adulto. Non sempre, difatti, il nostro pensiero si fonda su una logica rigorosa e una stabile capacità ipotetico-deduttiva, bensì ciascuno di noi, tende a operare scelte più in base alle proprie emozioni, percezioni e sensazioni che rispetto all’esame obiettivo dei dati disponibili (Giusberti e Nori, 2000). Ecco anche perché molti di noi temono più la jihad che il recarsi al lavoro in automobile, o l’essere disattenti rispetto alle più elementari norme di sicurezza sul lavoro.

Diffondere paura, far credere di poter colpire chiunque e dovunque, lasciare che a orientare le nostre scelte quotidiane siano le emozioni più cupe piuttosto che valutazioni razionali, ottenere che le nostre reazioni siano sempre più aggressive, spingerci a generalizzare la nostra paura verso chiunque sia differente da noi per fede e per cultura: di tale genere sono precisamente gli obiettivi dei terroristi.

Non va quindi sottovalutato il pericolo terrorismo internazionale, che però in questi suoi effetti psicologici può essere persino più devastante della deflagrazione di una bomba.

 

RIFERIMENTI

 

BIBLIOGRAFIA

  • Giusberti F., Nori R., 2000, Il pensiero quasi-magico, in Psicologia Contemporanea' 160, 50-55.
  • Miller P. H., 1983, Teorie dello sviluppo psicologico, Il Mulino, Bologna.
  • Oliverio Ferraris A., 2013, Psicologia della paura, Torino, Bollati Boringhieri
  • Piaget J., 1955, La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Einaudi, Torino.