Le dita del diavolo: il dispetto delle ossessioni

Dr. Matteo PaciniData pubblicazione: 07 luglio 2012

Sulla parete Nord del Duomo si Pisa si può osservare un particolare curioso, che è stato appositamente conservato ed è oggetto di spiegazione durante gite guidate. Si tratta di una pietra di epoca romana su cui sono scavati dei "buchini" somiglianti a impronte di piccole dita, come quelle che le dita possono lasciare su un impasto da cuocere, quelle che si osservano ad esempio su una focaccia. Sono comunemente chiamate le "dita del diavolo", e si è immaginato che le abbia lasciate il diavolo nel tentativo di arrampicarsi sulla parete della chiesa per ostacolarne la costruzione. Questa denominazione deriva però da una loro caratteristica: sono di varie dimensioni, e sono disposte in maniera confusa, senza descrivere alcuna figura, cosicché nel contarle è inevitabile avere sempre un risultato diverso. Il conto delle ditate del diavolo non torna mai uguale. Non significa che non le si riesca a contare tutte, ma se si prova a rifarlo il conto non torna più. Il diavolo, stizzito per il fallimento del suo tentativo, avrebbe lasciato come dispetto questo trucco magico che cambia continuamente il numero delle sue impronte.

E' naturalmente un gioco, seppur inquietante. Negli anni è anche probabile che negli infiniti conteggi effettuati alcune ditate si siano spianate, altre approfondate, altre ancora siano state scrostate al punto da confonderle con la pietra piana circostante. Il carattere diabolico delle ditate sta proprio nel fatto che un numero mai uguale a se stesso sia comunque compreso entro i confini di una pietra. Come in altri paradossi o giochi matematici, dentro confini apparentemente sicuri (una superficie delimitata) c'è invece l'indefinito. Dentro la certezza c'è l'incertezza. Questa è una regola fondamentale delle ossessioni. Risolvere le ossessioni con la certezza significa aprire altri fronti di incertezza, con la conseguenza che chi cerca di rassicurarsi finirà per dover sostenere il peso di una struttura ossessiva enorme, con mille propaggini di dubbio. Alla fine, su uno scheletro di apparente certezza si costruisce un corpo di incertezze ramificate. Il problema di chi è assorbito dal disturbo ossessivo è proprio quello di continuare a complicare lo scheletro, con la conseguenza di dover poi completare inevitabilmente ogni nuova appendice con il dubbio che lo avvolge. Un meccanismo a scatole cinesi, in cui alla fine la scatola originaria, che è la certezza di partenza, non è più niente, se non il contenitore di tutte le incertezze.

La terapia antiossessiva non consiste quindi nel contare le dita del diavolo per poter capire quante realmente siano, ma nel rinunciare a contarle, o nello stufarsi di contarle, accettando il fatto che in natura il loro numero non tornerà mai uguale contandole più volte. Non a caso sono chiamate ditate "del diavolo", perché l'ansia creata da questo conto che non torna mai è appunto una sfida per l'uomo, alla ricerca di certezze. Il diavolo avrebbe, per dispetto, inciso sulla parete della chiesa un dettaglio che ne neutralizza tutto il potere rassicurante. La compattezza dell'edificio, l'armonia delle forme, l'unicità della verità divina, la sua immutabilità, sono tutte messe in dubbio da qualche "ditata" che non rovina certamente l'apparenza della chiesa (non si vedono neanche a distanza già di qualche metro), ma inserisce dentro questa armonia un elemento "non uguale a se stesso", un principio di indefinizione. Le ditate del diavolo ricordano all'uomo la sua relatività. In senso terapeutico questo dettaglio è quello che dà senso al tutto, perché il tutto, l'armonia e la verità, esistono a prezzo di una relatività di fondo, e sono quindi una visione e un sentimento, piuttosto che non una conoscenza. La via d'uscita dalle ossessioni sarà quindi quella in cui non è la certezza a essere sporcata dal "dispetto del diavolo", ma è proprio la sostanziale indefinizione e relatività a fondare poi la comprensibile ricerca di modelli assoluti e certi. Le illusioni cognitive delle ossessioni, come la perfezione, la pulizia, l'incontaminazione, la simmetria, la bellezza, e così via, sono quindi le nostre pareti mentali su cui tentiamo di contare le ditate del diavolo, lasciate da esperienze, delusioni, dubbi. Anziché cercare di costruire la verità come una rappresentazione di comodo intorno alle ditate, si finisce per cercare di contare le ditate per stabilire quale sia il loro numero, e farle "tornare" dentro una realtà calcolabile e immutabile. Il vero "dispetto" è l'ossessione, e non i conti che non tornano, che invece sono alla base di ogni sogno umano di compiutezza e di perfezione, e un tentativo certamente affascinante di spiegare la realtà, sempre con un bordo che avanza, una parte che rimane scoperta, o un nodo centrale che rimane sciolto.

http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Pisa

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

1 commenti

#1
Ex utente
Ex utente

Bella idea, è vero che se contassimo quelle ditate troveremmo (non solo gli insuccessi, ma anche ciò che è andato bene) una possibile ditata perchè le certezze, ormai improntate dalle ditate del diavolo, diventerebbero lo schema di cotrasto delle incertezze stesse, lasciando cosi solo impronte e non più ricordi.
Bell'articolo.

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