(Cinema e Psichiatria) The Fan/Il mito (De Niro) e il Disturbo Bipolare

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

La rappresentazione cinematografica descrive efficacemente alcuni quadri psichiatrici, inseriti in storie di vita, così come del resto si apprendono dai colloqui con i pazienti.
The Fan narra di un disturbo bipolare (altri direbbero un disturbo di personalità narcisistico-paranoide). Il protagonista, dal carattere che ricorre in diversi altri film di De Niro (Voglia di Ricominciare, Taxi Driver) vede un personaggio testardo, ostinato e dalla socializzazione complicata. Ha, soprattutto ha avuto, alcuni rapporti importanti (moglie e figlio in questo caso), ma è spigoloso. Non accetta compromessi, critica anche quando dovrebbe stare al suo posto, con i superiori, non tollera critiche, pretende sostanzialmente di poter sgarrare nel piccolo e di essere rispettato nel quotidiano, perché ritiene di essere un uomo integro, moralmente schietto, capace anche di slanci generosi per chi se lo merita.
Ha la mania del baseball, un culto per un suo mito di gioventù, Bobbie Rayburn, appena ingaggiato come battitore di punta dei Giants. Il personaggio di De Niro giocava a baseball ma poi non ha proseguito, probabilmente perché inadatto a stare in squadra, troppo litigioso, con l'idea di voler insegnare all'allenatore, o geloso e invidioso di chi secondo lui vince senza meritarlo, ovvero per definizione chiunque altro. Forse semplicemente non aveva grande talento, ma spera lo abbia suo figlio, che ama come fosse un riscatto, e segue ossessivamente per esser sicuro che impari le regole, di vita e di tecnica, che solo da lui potrà apprendere. Lui, un mito mancato, che si mantiene a stento facendo il rappresentante e che vive il mito attraverso il culto per il suo campione. Vuole conoscerlo, far qualcosa per lui, essere importante, partecipare al suo successo, guidarlo come fosse un suo angelo custode e al tempo stesso un suo alter ego. Il De Niro in piena "fase maniacale" trascura il lavoro, nonostante sia avvertito che deve sforzarsi di vendere, per sfortuna o per negligenza è licenziato, va alla partita perché la sua missione è quella, e perde colpi. Inizia a litigare con tutti, con l'allenatore del figlio mentre assiste a una partita, con il compagno della ex-moglie, con quest'ultima che non si fida a lasciargli il figlio.
Il tutto si rompe quando il campione Rayburn non si dimostra all'altezza delle sue aspettative, in uno stato delirante pensa di doverlo aiutare "uccidendo" il suo rivale nella squadra, e pretende che Rayburn, quasi telepaticamente, lo capisca e gli sia grato. Ma per questo gesto e questo sacrificio non riceve nessun grazie, in questo rapporto privilegiato da lui inventato, viene tradito dal campione "amico immaginario". Lo segue e lo spia, riesce a farci amicizia approfittando di un pretesto, e gli fa capire che è stato lui ad ammazzargli il rivale, ma anche in questo confronto a tu per tu non ottiene il rispetto e la gratitudine che sognava. Allora la mania prosegue priva di freni: prima gli rapisce il figlio, poi vaga nella notte andando a trovare il suo vecchio allenatore con cui improvvisa una partita in piena notte con il rapito, non sembra rendersi conto dell'irrealtà in cui vive. Ormai non esiste più una vita ma una missione, una vendetta, una sfida. E' un sentimento di rivincita urgente, totalizzante, potente. Quello che si verifica nelle fasi maniacali. La cosa si conclude poi male, tragicamente per lui in uno scontro con la polizia.

Psichiatricamente, è memorabile la scena di lui steso sul letto, zitto e immobile (le depressioni brevi che intervallano la mania), la mimica di De Niro quando riproduce perfettamente l'atteggiamento "delirante" della persona in fase maniacale psicotica, che parla come se l'altro lo dovesse intendere al volo, con un tono tra il confidenziale e il provocatorio. Identico è l'atteggiamento sprezzante con cui approccia tutti, che non dicono mai niente di giusto, che non hanno mai ragione a riprenderlo, e le esplosioni di minaccia con cui reagisce inevitabilmente a chi cerca di calmarlo o di farlo ragionare. Ben riprodotta è anche la tendenza a passare da un atteggiamento cordiale e bonario (quando approccia i clienti come venditore) all'irritazione e all'offesa (quando gli stessi clienti non si mostrano interessati), e comunque ad andare sopra le righe quando invece la situazione richiederebbe sobrietà (per accattivarsi nuovi clienti dimostra la qualità dei suoi coltelli tirandosi su camicia e pantaloni e radendosi "a secco" con le lame).

Purtroppo la finzione non è lontana dalla realtà. Ci sono molti casi di cronaca nera che ricordano questa storia inventata. Ci sono anche molti casi meno gravi e tragici, in cui però la persona si trova catapultata dalla sua fase maniacale a duecento all'ora nella sua stessa vita, e non riesce più a vedere che se stesso e la sua velocità, così veloce non coglie più quel che gli succede intorno, i danni che produce, il vuoto che si fa intorno. In questa idea che tutto si muove con la sua velocità, e gli viene dietro (se non adesso poi quando tutti capiranno che ha ragione), non è più realista, vive sull'ipotesi della fase maniacale (cioè "volere è potere"). Quando poi si scontra con un muro e deve arrestare la sua corsa viene un momento ancora peggiore, di odio, di accuse, di recriminazioni e vendette contro chi lo ha ostacolato, non lo aiuta a superare gli ostacoli, è invidioso o talmente mediocre da non volerlo vedere arrivare alla meta.
La mania è tutto questo, dai casi estremi fino alle forme in cui la persona compra e spende e si scontra aspramente con i familiari che gli contestano quegli investimenti o quelle spese, convinto che lo debbano "andar contro" per partito preso, o perché lo hanno sempre ostacolato, o perché non sono alla sua altezza come ambizioni, capacità e intuito. La mania è anche quella delle fasi rabbiose e agitate, con umore negativo e angoscioso, in cui la persona litiga con gli amici, dice quel che pensa improvvisamente a tutti, minaccia e si sente minacciato o provocato, si crea problemi sul lavoro straparlando con i superiori, e magari poi sfacia qualcosa in casa per evitare di andare oltre.
Quando ci si mettono di mezzo le droghe le cose si complicano, di solito alcol, cannabis, cocaina. Aumenta l'impulsività, e la "mobilità" (la tendenza a guidare, spostarsi a vuoto, percorrere decine di chilometri avanti e indietro senza una meta precisa, spesso di notte), e l'imprevedibilità degli sbalzi d'umore violenti, il sentirsi traditi o criticati, il mentire a vuoto per una spinta a sostenere che si è sempre nel giusto, anche di fronte all'evidenza.
Data pubblicazione: 03 gennaio 2011

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

Specialista con oltre 25 anni di esperienza clinica e di ricerca in psichiatria, focalizzato su dipendenze da oppiacei, doppia diagnosi e terapia farmacologica. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e docente universitario, ha ricoperto ruoli di rilievo in società scientifiche e comitati editoriali. Riconosciuto per contributi innovativi nella gestione integrata delle dipendenze e nella farmacoterapia personalizzata.

Iscriviti alla newsletter

Per aggiungere il tuo commento esegui il login

Non hai un account? Registrati ora gratuitamente!