Cinema e Psichiatria: Tossicodipendenza - "The Addiction" e la luna di miele
Sullo stesso filone di Martin si colloca il film di Abel Ferrara dal titolo esplicito di "Dipendenza" (The Addiction). Nel film di Romero si descriveva la parte finale della tossicodipendenza, cioè quella in cui il piacere non c'è più, e il desiderio è solo smania, sospesa tra una gratificazione che non arriva, e un dolore incombente. In questo, si parte dal principio, e in fondo è un bene, perché in molti film sulla tossicodipendenza sembra che l'inizio sia già tragico, cioè che il seme di quel che di tragico accadrà dopo stia in una specie di peccato originale, vissuto con angoscia e voglia di perdersi da parte di chi "decide" di lasciarsi andare alla droga. Così non è: la fase cosiddetta "della luna di miele", che prelude alla trasformazione sociale e "morale" della persona, purtroppo non ha radici tragice, ma nel piacere. Fosse un problema di malessere, sarebbe facile la prevenzione, e anche comprensibile agli occhi degli altri la ragione che sostiene la scelta della droga. In realtà nessuno sceglie la dipendenza, mentre la scelta della droga è una scelta molto poco strana, quando la persona è sensibile al piacere e alle tentazioni, come la maggioranza degli esseri umani. Kathleen, la nostra vampira studentessa, passa dal ragionamento all'istinto primordiale, quello di succhiare sangue: l'istinto al piacere ripete se stesso come in un cortocircuito, in cui il piacere diventa slegato dal mondo, come fosse un modo per testimoniare la propria esistenza, ripartire ogni volta, rimettersi sul binario. Così il modo in cui la persona vuole spingersi avanti diventa quella in cui si spinge fuori dal binario, in una contraddizione insanabile e in una apparente autodistruzione, dietro cui si nasconde questa "malattia" dell'istinto al piacere. Tecnicamente questa fase di passaggio dalla prima esperienza al pieno coinvolgimento, con un piacere che inizialmente sembra essere sempre possibile e in crescita, si chiama "luna di miele". Di solito non c'è ancora astinenza, ma la tossicodipendenza c'è già tutta. Dopo inizia la fase più visibile, che si lega erroneamente all'inizio della malattia, con il suo vissuto "sofferente".
La protagonista è una studentessa di filosofia interessata al concetto di "male", e troverà materiale di suo interesse nel destino che la attende. E' morsa al collo da una ragazza, e diviene Lei stessa vampira. Vampira abbastanza classica, che però ad un certo punto ricorre al sangue come fosse una medicina, iniettandolo come un tossicodipendente inietta la sua droga. Deperisce, si trasforma nella figura, si nutre di sangue e tutto il resto passa in secondo piano.
Conosce una specie di "veterano" dei vampiri/tossicodipendenti, che riesce (forse non sempre) a trattenersi in un solo modo: con il digiuno e la meditazione, cioè cercando di eliminare la sua istintualità. Posizione non meno difficile, che rispecchia in pieno la situazione dei tossicomani: o non desiderano, o desiderano in maniera incontrollata la droga. Una specie di dannazione quindi, che restinge molto lo spazio di azione anche dopo esserne apparentemente usciti, perché un desiderio normale tende a scivolare verso la dipednenza di nuovo, e un desiderio sopito non rende la vita soddisfacente, e costringe ad un'ascetismo doloroso.
Alla fine la protagonista, distrutta nel fisico e nello spirito, cerca di uscirne in un modo o nell'altro, ma il finale mostra come l'istinto sia ancora più forte. La si vede portare i fiori sulla sua stessa tomba, come dire che la dipendenza può uccidere una parte di te, ma ti lascia vivo e ti costringe comunque ad andare avanti con ciò che resta, con il fantasma di una vita.
Per fortuna la realtà non è questa perché a cambiarla c'è la cura, che dal 1968 ad oggi si è confermata nella sua efficacia. Purtroppo la dipendenza costringe anche a tenersi lontano dalle cure a sfuggirvi, come se nelle cure ci fosse un tentativo di allontanare la persona dalla sostanza. La lotta maggiore è spesso quella di iniziare e proseguire per un periodo sufficiente. E smetterla di cercare il "male" dentro di sé, poiché se un male c'è è una malattia provocata dalla droga, e niente che sia dentro il cervello della persona perché la persona decide di tenercelo o di coltivarlo.