Disturbo Ossessivo - Il Tenente Colombo indaga a vuoto

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

L'ossessività è parola che ha un connotato patologico, e negativo, richiama alla mente il disturbo ossessivo-compulsivo, o più semplicemente disturbo ossessivo. In realtà per "ossessività" poi gli psichiatri sono soliti indicare un tipo di orientamento funzionale del cervello, che -se stessimo parlando di computer- potrebbe essere definito "controllo ridondante". In altre parole, vi sono cervelli che fanno girare un'informazione più a lungo, ripetono quindi il suo controllo in maniera persistente, come alla ricerca di una sua sistemazione. Sistemazione significa spiegazione, catalogazione, classificazione, archiviazione. In questo tipo di attività, gli elementi dell'ambiente e dell'esperienza dovrebbero in teoria rientrare in categorie "ordinate", e farlo in maniera più "pulita" possibile.

In verità, il cervello prima crea delle categorie, dei cassetti, e poi prova a farci entrare gli oggetti, spesso ci azzecca fino ad un certo punto, cioè le categorie sono utili per aumentare la conoscenza della realtà e organizzare le informazioni.

E' una tendenza che si osserva fin da bambini, con la passione per le collezioni, o per la conoscenza delle "serie" complete di qualcosa (di animali, di bandiere, di episodi di un cartone animato e così via), la tendenza a ricordare con precisione nomi, dettagli e interi spezzoni di libri, film, sequenze di vita, parole dette da altri. Inoltre, la curiosità per la struttura delle cose, per la loro scomposizione e per i "concetti" che devono stare dietro di esse, e il fastidio per le contraddizioni ("mi avevi detto così, adesso mi dici una cosa diversa"), i cambiamenti di programma.

Esistono quindi ossessività funzionali accanto a quelle patologiche. Non è detto che quelle funzionali siano sempre tali: ad esempio una personalità ossessiva può essere perfetta per alcuni ruoli ma inadatta alla vita di relazione o ad una comunicazione emotiva più fluida e diretta. Inoltre, la persona ossessiva tenderà a imporre agli altri sue categorie, che rivestono per gli altri importanza nulla o scarsa, e che quindi risulteranno fastidiose e irritanti (ordine, pulizia, simmetria).

Il tenente Colombo fa l'investigatore, e fa di necessità virtù, cioè di ossessività virtù. Quando si reca sul posto per fare i primi rilievi, è attirato da particolari che gli altri non giudicano così interessanti, e finché non li ha chiariti si "fissa". Questo spesso è il primo passo che lo porterà sulla pista giusta per risolvere il caso. Poi, quando interroga il sospesso estrae l'agendina con gli appunti, perché "teme" di scordarsi qualcosa e di non chiedere tutto, cioè la stessa cosa che molti pazienti fanno, o pensano di dover fare, quando si recano dal medico. Alla fine dell'interrogatorio, mentre sta andando via, di solito si ferma, si volta e si ricorda di dover chiedere un'ultima cosa. Questo è il classico "due tempi" ossessivo, sia nei dialoghi, che nelle telefonate, che nelle lettere: il messaggio seguito da un nuovo messaggio, una postilla, un post-scriptum, una coda. A volte questa scenetta è ripetuta, il Tenente torna indietro due, tre volte e snerva il sospettato. Di solito il Tenente si giustifica dicendo che "sono dettagli che deve mettere nel rapporto", o che "i suoi superiori purtroppo non sono soddisfati se non chiarisce certe piccole cose che altrimenti rimangono ambigue": esattamente la stessa cosa tendono a fare le persone ossessive per evitare di essere giudicate pedanti o insistenti, ovvero fanno finta di non poter fare a meno di essere puntigliosi o ripetitivi per cause di forza maggiore. O, semplicemente, affermando che "non capiscono bene le cose" e quindi devono sentirsele ripetere, oppure che "non sono sicure di aver capito e non vorrebbero sbagliare".

Tutto questo naturalmente nelle indagini aiuta. Quando invece non c'è da scoprire niente, l'ossessività spinge a porsi domande "a vuoto", su temi che non hanno risposte per definizione, o -peggio- su ciò che si sa già senza ragionarci, ad esempio sui propri sentimenti, sulle proprie inclinazioni e tendenze, sulla propria identità, sulle proprie funzioni mentali, e così via. Questo può portare in alcuni periodi ad un cortocircuito angosciante e "bloccante", che si indica come disturbo ossessivo, e che corrisponde un po' ad una puntata infinita del Tenente Colombo che indaga su un omicidio mai commesso.

Data pubblicazione: 13 gennaio 2011

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

Specialista con oltre 25 anni di esperienza clinica e di ricerca in psichiatria, focalizzato su dipendenze da oppiacei, doppia diagnosi e terapia farmacologica. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e docente universitario, ha ricoperto ruoli di rilievo in società scientifiche e comitati editoriali. Riconosciuto per contributi innovativi nella gestione integrata delle dipendenze e nella farmacoterapia personalizzata.

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