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Equus - La psichiatria ci vuole piatti e tutti uguali?

Dr. Matteo Pacini Data pubblicazione: 12 dicembre 2013

 Equus, di S.Lumet, tratto da un dramma di P.Schaffer, 1977, con Richard Burton

 

Un film psichiatrico che mi è capitato di vedere di recente, del 1977. La trama in breve: uno psichiatra esamina il caso di un ragazzo che ha accecato i cavalli di cui si prendeva cura da tempo come stalliere. L'analisi del caso permetterà di ricostruire quale significato avessero assunto per il ragazzo i cavalli, e come fossero potuti improvvisamente divenire oggetto di odio. L'interesse di questo film non è tanto per il dettaglio della spiegazione "analitica", quanto perché il tema centrale del film è il senso della cura psichiatrica. Andiamo per ordine.

Il ragazzo viene da una famiglia con madre che legge la Bibbia al posto delle fiabe e padre che disprezza questo tipo di educazione ma non riesce a impedirla offrendo un altro modello. Il ragazzo ad un certo punto ha l'occasione di rimpiazzare un'icona religiosa nella propria camera con il quadro di un cavallo, cosa accettata dalla madre che ha anche il mito e la passione dell'equitazione. Il ragazzo così apparentemente si emancipa dalla religione ma in realtà la sostituisce, e infatti il cavallo "Equus" diventa una sorta di controfigura di Cristo, fonte di ammirazione per quanto è docile, remissivo e amorevole ma anche perfetto, armonioso. In qualche modo Equus è anche una specie di ideale erotico, che dona amore ma lo pretende però tutto per sé, senza aperture all'esterno.

Così quando il ragazzo trova lavoro come stalliere e si dedica amorevolmente ai cavalli, in realtà sta soltanto coltivando questo suo "culto" privato, che non lo avvicina al mondo ma lo protegge dal rapporto diretto con la madre. Quando il ragazzo conosce il desiderio sessuale per una coetanea, e provano a far l'amore nella stalla, ecco che l'immagine del cavallo improvvisamente diventa minacciosa, come se fosse un ostacolo alla sua realizzazione sessuale. Lo sguardo del cavallo è intollerabile, oppure è intollerabile che il cavallo, nobile, veda lui che fa sesso con una donna, violando così la totale dedizione a Equus. Da qui l'accecamento dei cavalli. 

Lo psichiatra per tutto il film non si libera da un dilemma, che già lo angosciava prima: la psichiatria cura le malattie ma migliora o peggiora la felicità dell'uomo ? In altre parole, liberando il ragazzo dall'ossessione di questo "mito" che si è costruito si può pensare di offrirgli una vita normale, ma alla fine sarà migliore la sua adorazione piena di passione e spontanea per un Dio inventato oppure la realtà di una vita di consumo e compromesso. Una collega con cui lui discute ha una posizione ferma: il ragazzo è malato e soffre, poco importa che la malattia gli faccia vivere una passione intensa, quando poi gli causa una sofferenza concreta frapponendosi ai suoi istinti naturali.

Lo psichiatra-Burton invece nutre seri dubbi, e anche se farà il suo dovere professionale liberando il ragazzo dallo spettro di Equus lo avverte: se accetta di sottoporsi alla cura perderà Equus, e purtroppo non potrà sostituirlo con nient'altro. "Quando Equus se ne andrà, se mai se ne andrà, lo farà con le tue viscere fra i denti… Io darò ad Alan il buon mondo della Normalità… e gli darò luoghi normali per la sua estasi… Vedete, un dottore è in grado di eliminare la passione. Ma non è in grado di crearla.”

 

Nella morale del film prevale il punto di vista dello psichiatra-Burton, che vede se stesso nel paziente "guarito", "maturato" ma destinato ad una vita grigia quando rispettabile e equilibrata.

Su questa visione della psichiatria, non a caso datata fine anni '70, ho molto da ridire. Intanto si riferisce ad una visione "antipsichiatrica", in cui la cura diventa in realtà forzatura di un adattamento naturale della persona, e colpisce la bizzarrìa piuttosto che l'effettiva sofferenza dell'individuo. La madre che crede in Dio non è malata di mente, il figlio che adora Equus invece sì. Liberando un uomo dalla sua religione lo si rende fondamentalmente mutilato, castrato. La passione e la "follia" quindi coincidono, proprio perché la follia libera da quei vincoli che normalmente rendono impossibile vivere una passione integralmente.

La confusione dei concetti di "passione", "genio" con quella di malattia mentale è in effetti ancora presente nella nostra cultura. Eppure, la sofferenza è proprio la questione che definisce la malattia. La persona soffre, e lo psichiatra si occupa dei meccanismi cerebrali che producono la sua (individuale) sofferenza. Certo che questi meccanismi rispondono a dei modelli generali di alterato funzionamento (non mentale, cerebrale), ma alla fine è l'individuo che soffre. E infatti il protagonista soffre, non per la sua bizzarria, ma perché si trova di fronte ad un desiderio che non può soddisfare liberamente (quello sessuale).

Il suo Dio che lo aveva protetto diventa a questo punto invece un problema, così come lo era l'educazione materna, fonte di modelli perfetti ma anche di sensi di colpa e di inibizioni. Poco importa che Equus fosse una personale rielaborazione di un Dio altrimenti "imposto", si trattava comunque di un modello rigido, che avrebbe sicuramente limitato le scelte. Il punto è che nella storia limitava le scelte che al ragazzo interessavno (il sesso, l'amore carnale per una donna), e che in generale lo limitavano in tutto ciò che ne avrebbe potuto definire l'individualità, l'autonomia, la personalità.

E' falso che quindi distruggere questo tipo di rigidità significhi distruggere la felicità, perché di fatto la felicità è l'attesa di una consumazione, e quando la consumazione c'è essa diventa un "assaggio" di felicità. Equus invece ha funzionato in un primo passaggio, quello di permettere un pensiero autonomo, ma soltanto perché aveva conservato quel carattere di accettabilità (la madre approvava la passione per i cavalli). Nella sua consumazione il rapporto con il cavallo era tanto libero (la scena del ragazzo che cavalca nudo di notte) quanto sterile. Lo psichiatra non cura né Equus, né la passione per Equus, cura invece l'interferenza che quel modello ha con il raggiungimento di un'altro scopo.

Le cure psichiatriche non "distruggono" felicità e peraltro non demoliscono neanche i modelli preesistenti, li rendono "elastici", così da non bloccare o da migliorare l'accesso agli altri obiettivi. Se così non fosse, certamente non avrebbe senso affermare di "curare" un individuo. L'unico appunto è che di fatto alcune scuole di trattamento psicologico concepiscono le cure come la liberazione da una serie di simboli dominanti ma negativi. Chi è curato quindi perde il sistema di simboli e significati a cui prima si appoggiava. Ma è così solo in una concezione "psicanalitica", in cui vita psichica generale e malattia sono in continuità. Non è vero invece per la psichiatria medica, in cui genio e malattia mentale sono due cose distinte, che nello stesso individuo chiaramente possono esprimersi sovrapponendosi e intercettandosi, senza che la follia aiuti la malattia, o la malattia aiuti il genio.

Molti pazienti sono preoccupati, nel curarsi, che la loro vivacità intellettuale, o semplicemente il modo in cui si piacciono come pensatori e come esseri emotivi possa essere snaturato o sradicato da una cura psichiatrica. La psichiatria non cambia i simboli, né appiattisce verso un modello condiviso. E' inoltre sbagliato, tecnicamente, pensare che mania, psicosi, delirio, dipendenza, depressione siano "modi di essere" che producono sofferenza solo se contrastati dalla società. Sono tutti irrigidimenti, per così dire, di funzioni fisiologiche che nella loro versione "assoluta", ovvero "libera" sono appunto rigide e ingabbianti.

Il paradosso della libertà è che si obbligati da ciò che si "libera" dentro di noi. Il maniaco non può andare ad una velocità qualsiasi, solo velocissimo. Lo psicotico è talmente intuitivo che vive in un mondo solo suo credendo di vivere insieme agli altri. Il depresso non vede che il senso della sua depressione. Il dipendente è condannato a volere la sua droga senza riuscire a riprendersi la sua vita, e così via. I pazienti vengono a chiedere aiuto per sé, non per difendersi dalla società, spesso anche quando, per la società, continuerebbero ad essere sufficientemente funzionanti. Il problema se mai sta nel non confondere richieste da parte della società di controllare i comportamenti non graditi o pericolosi con una "terapia". L'esistenza di una sofferenza individuale non soltanto è la base logica di un rapporto di cura, ma è anche uno stato biologico che dà significato al risultato della terapia, percepito come benessere, miglioramento e non solo come una variazione imposta dall'esterno.

L'arte medica sta, se mai, nel guidare la persona, o nel lasciare che proceda mentre migliora, verso i suoi scopi, anziché verso modelli generali e uguali per tutti. Certamente non è né arte, né progresso culturale finire per negare la sofferenza della persona legata allo stato del suo cervello, e con essa la possibilità per chi ne soffre di star meglio.

 

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

7 commenti

#1
Utente 292XXX
Utente 292XXX

Salve dottor Pacini
ho letto quasi tutti i suoi articoli e molti suoi consulti, sono tutti molto interessanti.
Con questo articolo in poche parole vuole dire che la psichiatria dovrebbe far raggiungere ai pazienti un benessere soggettivo che va bene a lui e non un benessere oggettivo. Ho capito bene o vado errato?

Grazie in anticipo

#2
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Il senso era in sintesi che non condivido la morale del film, che dipinge una psichiatra "morale" di matrice forse anglosassone, e la contrappone ad una nuova psichiatria che invece "libera" il paziente negandone la "malattia". Questo funzionerebbe se in effetti la psichiatria fosse solo una morale travestita da medicina, ma poiché non è questo il punto, e si parte da una sofferenza individuale, la psichiatria mira al benessere individuale, facendo i conti con i meccanismi che lo impediscono. La confusione tra disturbo mentale e "genialità" o libertà ancora oggi è alla base di correnti di pensiero che si dimenticano come la malattia, per quanto a volte fantasiosa e affascinante nella sua bizzarria o nella sua monoliticità, è per il paziente fonte di handicap e sofferenza.

#3
Ex utente
Ex utente

Beh,tutto sommato e' lo stesso discorso che facevo io leggendo l'Edipo.Ma dove sta scritto che il Padre di Edipo debba ascoltare un indovino e metterlo a testa in giu`forandogli i piedi?Avrebbe potuto dire no e invece sembra che nn avesse scelte.La Psichiatria quando attacca la soggettivita`inevitabilmente lo oggettivizza cioe' lo cosifica imponendogli coping.Chi si sottopone alla psicoterapia si ritrova a essere un automa levigato dallo Psicoterapeuta e impara a demolire le cementificazioni precedenti e a perdere il piacere che quell'assetto cognitivo offriva nel li`e allora.Il fatto che la societa' dica che gli psicofarmaci fanno male e' legata al fatto che nessuno si sana veramente ammesso che si sappia che significhi essere sanati.Un cardiologo permette dei risultati apprezzabili,uno Psichiatra ha qualche problema in piu`perche'nessuno sa come ci si dovrebbe comportare.Diciamo che i bipolari hanno questo problema cioe'se nn vivono al massimo l'emozione,si autodistruggono.Meglio un giorno da leoni che cento da pecore direbbe Mussolini e direi che sia una opzione possibile ma sicuramente autodistruttiva.In questo senso la Psichiatria sembra dica meglio pecora che leone sebbene questo sia vero solo in chiave superficiale.Di fatto la persona mira a percepire se stesso nel ruolo che occupa in modo funzionale aspetto questo che manca nella psicopatologia che irrompe distruggendo ruolo,persona e senso di Se`

#4
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

D'accordo tranne che per "La psichiatria". Lei confonde tre cose. Scienza, che non ha una visione dell'uomo e quindi non vuole indurre un tipo particolare di soluzione umana. Società e cultura, che invece la hanno dominante, e quindi vogliono sostenerla o confortarla, e come corollario: 3) legislazione, che addirittura pone degli obblighi, per cui certi orientamenti di gestione e intervento sono indotti solo per questa implicazione, e non sottendono alcunché di scientifico né di culturalmente sentito dal singolo medico. Se mai l'opposto: molti convengono che sia giusto aderire anche culturalmente a ciò che è materia di legislazione.
Quindi la soggettività non è assolutamente un problema per la psichiatria scientifica, lo diventa per la legislazione psichiatrica di sicuro. Così come lo è per la società, che ritiene di dover intervenire sul singolo in base a responsabilità.

#5
Ex utente
Ex utente

Beh Scienza medica ha un obiettivo:curare la sofferenza umana.Si studia con il metodo sperimentale ma alle spalle c'e' la sofferenza umana.Cosa lamentano spesso le persone in cura e' che ci si riduce a cavie di protocolli.Parliamoci chiaramente il passaggio da un consesso familiare ad uno sociale dove manca la sintonizzazione affettiva e' la fonte del disagio psichico.Rimanere soli con sé stessi significa sentirsi esposti all'aggressivita' da ruolo.Il ruolo e' oggettivo.Il ruolo dello Psichiatra fa di Lei il dott.Pacini ma il problema e' che fine fa Matteo?Matteo e' Matteo ma e' anche il dott.Matteo Pacini.Nella sofferenza psichica almeno la mia costruire il dott.Pacini distrugge Matteo e questa cosa fa terrore almeno a me perche' non potrò mai piu' scrivere a Matteo ma solo al dott Pacini che come una macchina ignorera' il dolore e le sofferenze del suo simile.Questo succede in Psichiatria e probabilmente sono forme di infantilizzazione e o difficolta' nella crescita individuale

#6
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Senta, la medicina si svolge fra uomini. La sofferenza umana non è sotto il controllo della medicina se non per una parte dei problemi. Ed è bene conoscerli tecnicamente. Poi dopo si può procedere alla personalizzazione. Non siamo macchine e neanche "non lo siamo". Quindi la parte di macchina che è nell'uomo va conosciuta.
Poi, definire "umana" o disumana la medicina non ha senso, in quanto è fatta da uomini, i quali sono per loro natura variabili e orientati nelle maniere più disparate.
Ragion per cui questo discorso che dietro il malato c'è la persona mi pare ovvio, è più strano metterlo in dubbio se mai, ma significa anche che la persona non ha il problema solo in base a ciò che crede o dice di essere, o all'opinione che ha della sua sofferenza. La persona non vede la macchina.

#7
Ex utente
Ex utente

Afferrato il discorso.Molto chiaro

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