Il telelavoro: soluzione allo stress occupazionale o fonte di problemi?

Dr.ssa Flavia MassaroData pubblicazione: 09 dicembre 2011Ultimo aggiornamento: 13 dicembre 2011

Una ricerca statunitense pubblicata sul Journal of Business & Psychology ha esaminato gli effetti del telelavoro sul benessere psicologico di chi è impiegato con questa tipologia di attività, stabilendo che lo stress occupazionale è solo in parte contenibile adottando questa modalità organizzativa.

Chi lavora da casa deve affrontare una vera e propria sfida organizzativa i cui esiti si ripercuotono sulla serenità individuale e familiare e non sempre trae beneficio dalla collocazione domestica, che in teoria consente una maggiore flessibilità e porta all’aumento del tempo da dedicare alla famiglia e ad attività extralavorative. L’80% dei lavoratori vive significative difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, a causa dell’insufficienza di tempo e di energie mentali necessarie per soddisfare le esigenze di entrambi: queste persone risultano tanto più stressate quanto più le richieste di lavoro e famiglia confliggono fra loro, e se lavorano da casa la situazione peggiora - mentre chi non vive conflitti fra famiglia e lavoro gode dei maggiori benefici nell’adottare il telelavoro.

Tali esiti dipendono anche dall’orario in cui la persona è impegnata con il telelavoro, tradizionale (orario d’ufficio) o non tradizionale (sere e fine settimana), e dal fatto che svolga lontano dall’ufficio la propria attività a tempo pieno o solo parziale: la combinazione peggiore si realizza quando il lavoro a tempo pieno è svolto da casa in orari non tradizionali, perchè impatta con gli effetti peggiori sul preesistente conflitto lavoro-famiglia determinando i maggiori livelli di stress occupazionale.

Il telelavoro dunque è uno strumento utile solo a chi non vive grossi conflitti fra l’impiego di tempo e di energie per il lavoro e per la famiglia, ed è perciò inutile e anche controproducente utilizzarlo indiscriminatamente con l’obiettivo di ridurre lo stress dei lavoratori. Svolgere da casa le proprie mansioni pone infatti diversi problemi organizzativi non trascurabili, soprattutto perché la distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero, oltre che fra spazio di lavoro e spazio familiare, può divenire confusa o inesistente e danneggiare così la serenità di tutte le persone coinvolte.

Il conflitto lavoro-famiglia può essere di 3 tipi:

- conflitto di tempi: il telelavoro può implicare richieste improvvise e inattese che sottraggono tempo alla famiglia nei momenti della giornata e della settimana in cui un lavoratore tradizionale è presente (e non può essere richiamato al lavoro)

- conflitto d’attenzione: il lavoratore a distanza, stando in casa, ha in mente problemi familiari dai quali non riesce a distrarsi per concentrarsi sul lavoro

- conflitto di ruolo: le qualità richieste mentre si lavora (es.: freddezza e capacità di non farsi sviare dalle emozioni) possono essere l’opposto di quanto la vita familiare richiede e permette.

 

A seconda della propria posizione (lavoratore dipendente, free lance o imprenditore) le persone che lavorano da casa possono incontrare anche ulteriori difficoltà: l’instabilità e imprevedibilità delle richieste dei committenti, l’incapacità di interrompere i pensieri dedicati al lavoro e l’espulsione dall’ambiente comune di lavoro (con esclusione dalla socialità e impossibilità di ricevere feed-back immediati) possono essere molto deleteri, se l’esistenza della persona non è particolarmente equilibrata e soddisfacente nel privato.

Va da sé che quando questo privato è poco sereno e risente della stessa commistione fra tempo e spazio di lavoro e famiglia la situazione può divenire molto difficile da sopportare: non di rado si osservano infatti reazioni ansiose (rimuginazioni ossessive sul tema del lavoro) e depressive (auto-reclusione in casa, spesso accompagnata dall’utilizzo di abiti da casa o perfino del pigiama lungo tutta la giornata, con difficoltà a cambiarsi per uscire e tendenza a demandare ad altri i compiti domestici che richiedono l’uscita da casa).

Si possono quindi delineare quadri che richiedono l’intervento di uno psicologo, se lo stato psicologico del lavoratore è connotato da quello stress occupazionale che il telelavoro dovrebbe invece eliminare.

 

Il telelavoro può essere un’opportunità interessante e vantaggiosa, se gestito rigorosamente e in maniera chiara: è però importante che chi gestisce le risorse umane selezioni attentamente i lavoratori ai quali proporre questa soluzione e che chi ha la possibilità di lavorare da casa tenga presente la natura dei problemi che potrebbero insorgere e si organizzi, per quanto possibile, stabilendo chiari limiti fra attività lavorativa e vita familiare per quanto riguarda:

- spazio: è necessario individuale una stanza o un punto della casa che diventerà la propria postazione di lavoro. Vietato trascinare il portatile per la casa e, peggio ancora, lavorare a letto;

- tempo: stabilire degli orari di lavoro e di pausa e rispettarli esattamente come se si fosse in ufficio è il primo passo per programmare e concretizzare una giornata produttiva e soddisfacente, che non sia dedicata più del necessario al lavoro e che non veda al contrario un avvicendarsi improduttivo di troppe attività differenti condotte in maniera disordinata e inconcludente. Prevedere inoltre attività che obblighino ad uscire di casa (spesa, palestra, corsi …) e impegnarsi a non rinunciarvi perché sono necessarie alla conduzione di una quotidianità equilibrata;

- rapporti con i colleghi: se possibile, mantenere rapporti continuativi con i colleghi per evitare il senso d’isolamento che questo tipo di organizzazione del lavoro può provocare, esprimendo eventualmente il desiderio e la necessità di recarsi periodicamente presso la sede di lavoro per confrontarsi con colleghi e/o superiori e sentirsi parte di un’azienda.

 

Per consultare la ricerca: "Altering the Effects of Work and Family Conflict on Exhaustion: Telework During Traditional and Nontraditional Work Hours"

Autore

fmassaro
Dr.ssa Flavia Massaro Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2003 presso Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia tesserino n° 8637.

1 commenti

#1
Utente 572XXX
Utente 572XXX

Articolo interessante, io, a breve quarant'enne, ho iniziato il telelavoro da circa 6 mesi per ridurre il pendolarismo e in estate a seguito di una forte forma influenzale/virale ho sviluppato una forte ipocondria che dopo i primi 15 giorni intensi di fine agosto si ripropone ciclicamente e nell'ultima settimana con connotati diversi legati ad un ansia generalizzata.
Volevo chiedere se il telelavoro potrebbe incidere in questa sindrome visto che mi ritrovo in quei sintomi che lei menziona e che evidenziano un peggioramento dell'attività lavorativa (pigiama, non riuscire a lavorare nella stanza designata, graduale isolamento rispetto ai colleghi e anche graduale emarginazione rispetto ai carichi di lavoro che si riducono). Ovviamente le brutte abitudini emergono anche nei momenti d'ufficio dove ho constatato difficoltà nel rimanere seduti dietro la scrivania senza alzarsi continuamente.
Concludo evidenziando che, sia prima che dopo l'evento scatenante dell'ipocondria, non distinguo più tra weekend e giorni lavorativi perchè mi sembrano tutti uguali. Ho incrementato in maniera esorbitante l'attività sportiva, sfruttando il maggior tempo libero nelle giornate di telelavoro, ma benchè la stessa mi dia serenità ho la percezione che non possa catalizzare tutta l'energia che non uso più nel lavoro e che quindi potrebbe aver trovato uno sfogo irrazionale nell'ipocondria e nell'ansia.
Grazie

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