La madre rappresenta il primo oggetto d'amore per i figli ed è in virtù dell'importanza del suo ruolo che, semplicisticamente, viene spesso ritenuta "colpevole" e unica responsabile dei problemi che emergono nella prole.

Quante volte abbiamo sentito dire che "quella donna ha rovinato i suoi bambini" con la sua condotta, con il suo dare troppo o troppo poco... e quanti adulti sono ancora inclini ad attribuire ai genitori le cause della propria infelicità o del cattivo carattere?

Tanti, tantissimi, come mi capita di rilevare dal "piccolo osservatorio" del mio studio di psicoterapia.
Si tratta, infatti, di un pregiudizio: attribuire alla madre una funzione di cura e di accudimento così esclusiva significa trascurare un dato importante, e cioè che il figlio è sempre il frutto di Due e mai di Uno solo (Recalcati M., 2015).

Con questa premessa, intendo non appoggiare un pensiero così semplicistico e meccanico, né dare credito a quei “tribunali” in cui la donna-mamma è messa sul banco degli imputati da giudici severi e intransigenti (la madre, la suocera, la cognata, la sorella, il vicino di casa, ecc.).

Vorrei, tuttavia, soffermarmi sulla possibile influenza che ha sulla psiche di una bambina il rapporto con una particolare tipologia di madre, che potremmo definire la MADRE TOTALE.

Tale figura sarà molto probabilmente percepita come ingombrante, al punto che l'obiettivo di un'intera vita può ridursi al tentare di liberarsene, e la sua influenza è inevitabile, in quanto lo sviluppo dell'identità delle giovani donne trova nella relazione madre-figlia le sue colonne fondanti. 


Quali sono le caratteristiche principali di una "madre totale"?

  • Innanzitutto vede nella maternità la sua unica realizzazione personale, a volte l’unico senso della sua intera esistenza;
  • trascura se stessa e la sua femminilità, si sente in colpa se fa qualcosa solo per sè, rinuncia al lavoro, alle amicizie, alle sue passioni per crescere la prole, a volte senza che nessuno glielo abbia chiesto, non tralasciando di farlo notare e di indurre negli altri il senso di colpa per gli innumerevoli sacrifici fatti (“dopo tutto quello che ho fatto per te!”);
  • spesso, parla di sè come se si sentisse una vittima e con i suoi lamenti rimprovera qualcun altro per le sue rinunce o per le cose di cui si priva per il bene della famiglia o per il quieto vivere;
  • tende a screditare il marito anche agli occhi dei figli, non favorendone la costruzione di un rapporto con lui, pur essendone, nei fatti, spesso dipendente.


In tal modo, il messaggio che viene trasferito alla prole è che essere madre sia una prigionia, la morte dell'essere donna, il sacrificio della libertà personale e dei propri desideri a favore della famiglia, un obbligo culturalmente imposto e avvertito come frustrante.

Con un genitore così, è più difficile portare a compimento quel naturale e necessario processo di SEPARAZIONE-INDIVIDUAZIONE, per crescere come adulto autonomo e libero nelle decisioni dalle pressioni o dalle aspettative altrui. Questo è vero soprattutto per le figlie femmine, che nella madre trovano il principale modello di riferimento e di identificazione.

Tralascerò i casi in cui la bambina diventa donna idealizzando la mamma e rimanendo, per tutta la vita, la figlia leale (anche a scapito della lealtà e della serenità coniugale), dipendente da lei e dal suo giudizio, per occuparmi qui del caso opposto, quello della persona, in aperto conflitto con la madre “piovra”, che mette le distanze e scappa da un rapporto così opprimente, conservando tuttavia dentro di sè il TIMORE DI ESSERE COME LEI.

madre di adolescente

Una simile paura, pur annidandosi spesso al di sotto della soglia della consapevolezza, ha un potere di condizionamento fortissimo, al punto da spingere tante donne a fare l'opposto, proprio per scansare la minaccia di ripeterne il destino e di essere simili a lei. 

La ribellione, quando si presenta nel passaggio al mondo adulto, ha sicuramente una valenza positiva e rappresenta, spesso, l'anticamera del processo di separazione-individuazione sopra citato.

Assume, tuttavia, una connotazione patologica quando si trasforma in una battaglia, che può durare anche tutta la vita, declinandosi in una rigida ideologia personale e in scelte che lasciano poco spazio alla spontaneità del desiderio.

Parlo di quelle donne che rifiutano il matrimonio, che ripudiano la maternità, che disprezzano gli uomini, che recitano il ruolo delle anticonformiste, delle Amazzoni, che esibiscono una indipendenza cinica e solitaria, che sentono l'obbligo di dover fare carriera per poter avere una buona opinione di sè e non sentirsi fragili e dipendenti, come le loro mamme.

Ben venga che la scelta di non avere figli sia l'espressione consapevole della mancanza di tale desiderio, che corrisponda a ciò che autenticamente alberga dentro di sè (le ChildFree). O che le ambizioni lavorative non si assolutizzino, divenendo "tutto".

Tutto ciò si trasforma in infelicità e in rimpianto se è solo il prodotto dell'ansia, del timore della dipendenza, dell'intimità, dell'amore, della paura di perdere il proprio centro e di diventare come la propria madre.

Quando, di fronte ai bivi dell'esistenza, i desideri non hanno voce e le decisioni si prendono in base alle paure, la vita perde il suo senso.

Quando la donna rifiuta la parte di sè che sa accogliere, che sa amare, che sa aspettare, che sa abbracciare, che sa essere tenera e calda senza per questo sentirsi debole o sottomessa, si amputa del bello dell'essere donna (che è anche tutto questo, ma non solo).

In tal senso, più che una scelta diventa una rinuncia.
Più che un coraggioso anticonformismo diventa una vile fuga da una parte di sè che non può essere accolta, accettata, espressa