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Diagnosi e termini nella cosiddetta "Sindrome" da Alienazione Parentale e il loro uso improprio

Dr. Armando De VincentiisData pubblicazione: 24 giugno 2021

Se non si usasse  la definizione “sindrome” probabilmente oggi non ci sarebbe stata alcuna diatriba sull’esistenza o meno della cosiddetta PAS (Sindrome da Alienazione Parentale), un processo facilmente inquadrabile in determinati contesti familiari. Sembra che i maggiori detrattori di essa si siano irrigiditi esclusivamente sui termini, senza voler prendere in alcun modo in considerazione come una dinamica relazionale possa assumere connotazioni negative al tal punto da creare grande sofferenza nei soggetti che la vivono.

Non c’è alcuna sindrome?

Siamo tutti d’accordo, poiché non c’è una malattia presente nel singolo per la quale effettuare una diagnosi con certificato breve alla mano o come risultato finale di qualche test psichiatrico.

Ma questo vale per tutte quelle patologie della relazione ben descritte negli ultimi quarant’anni di letteratura sistemico-relazionale: certi processi disfunzionali e patogenetici (come il cosiddetto “doppio legame”, descritto da Paul Watzlawick nella comunicazione o il “triangolo perverso”, descritto da Jay Haley nelle alleanze tra genitori e figli) non sono etichettabili come sindromi, eppure nessun clinico ha mai pensato di negarli o metterli in discussione.

Questo semplicemente perché sono state osservate e descritte per quello che sono, ossia come processi di interazioni “malate”, in grado di favorire o creare reazioni comportamentali altrettanto malate. Ma con il termine “malattia” non facciamo certo riferimento alla malattia di un organo né a una sindrome psichiatrica che possa essere etichettata e per la quale vi siano delle cure farmacologiche. Non c’è alcuna medicina che possa modificare una comunicazione contraddittoria (doppio legame) in un contesto familiare, così come non ci sono molecole che possano guarire un’alleanza disfunzionale tra un genitore e un figlio contro l’altro genitore (triangolo perverso).

Non esistendo un farmaco, un clinico dovrebbe, quindi, negare consistenza di queste interazioni patologiche? Ogni clinico sa che ci sono accorgimenti, sempre di carattere relazionale, in grado di interrompere certi circoli viziosi produttori di sofferenza, e la cosiddetta PAS Parental Alienation Syndrome rientra proprio in questa categoria. Ancora una volta è la sua definizione ad essere sbagliata, non certo la sua essenza.

La diagnosi familiare nell'interazione di gruppo

La corrente psicologica sistemico-relazionale ci insegna che una diagnosi, al cospetto di una famiglia che soffre, è una atto che va fatto sull’intero nucleo famigliare. Infatti, se si estrae il singolo dal contesto famigliare, si avrà una visione limitata e fuorviante di ciò che accade, con il rischio di  descrivere scenari di tutt’altra natura e lontani dalla realtà.

Se si tenta di fare una diagnosi a un adolescente che, per qualche motivo, è arrabbiato con uno dei due genitori, potremmo farci un’idea distorta nella convinzione che l’astio possa essere solo la conseguenza di un disaccordo su qualche questione (scuola, acquisti, alimentazione), ma se effettuiamo una visione di insieme, ascoltando anche il genitore e osservando le interazioni all’interno di tutta la famiglia, e addirittura di altri membri significativi quali una nonna, uno zio ecc, si osserveranno relazioni, alleanze, condizionamenti, forzature appartenenti ad una dimensione completamente diversa e più profonda rispetto ad un semplice disaccordo su un acquisto o sulla scelta della scuola.

PAS: diagnosi interazione del gruppo familiare

È nell’interazione di gruppo che si possono osservare triangolazioni perverse e doppi legami. Quando in ambito relazionale si parla di diagnosi, bisogna ricordare che non ci si riferisce ad una diagnosi prettamente psichiatrica, ma a un concetto che abbraccia l’osservazione dello stile di pensiero dei soggetti coinvolti (diagnosi clinica), delle dinamiche psicologiche pregresse che potrebbero rappresentare importanti antecedenti in grado di influenzare il vissuto attuale (diagnosi storica) e di quelle influenze sociali, ambientali e interattive che potrebbero influenzare il funzionamento dei soggetti presi in esame (diagnosi sociale).

La diagnosi familiare, quindi, deve comprendere i meccanismi comunicativi di fondo e valutare il funzionamento di ogni membro nel momento in cui interagisce con l’altro.

Un problema di definizione, ma non di sostanza

Chi non riconosce l’esistenza della patologia della relazione, probabilmente, ha una formazione che non gli consente una visione d’insieme, non tratta con le famiglie né conosce la letteratura sistemica e si lascia suggestionare dal termine “sindrome” che, dal suo punto di vista, ha tutte le ragioni di mettere in discussione. La cosiddetta PAS, che ribadiamo ancora una volta, è un errore di termini, non di sostanza, appartiene a quei processi che vanno inquadrati e/o diagnosticati in termini prettamente sistemico-relazionali, dove per diagnosi non si fa riferimento ad un’etichetta da manuale, ma ad una descrizione operativa di una dimensione che si sta svolgendo in quel determinato contesto e momento.

Così come è possibile spezzare un doppio legame con il giusto intervento psicoterapeutico o far cessare un’alleanza perversa, è possibile modificare quel quadro di alienazione che in quel momento si sta svolgendo.

La diatriba tra detrattori e sostenitori della dinamica patologica in questione, alla luce di queste osservazioni, appare davvero priva di concretezza, tranne forse in ambito giudiziario in cui  un legale, per difendere le ragioni di uno dei coniugi, suo cliente, in qualche modo dovrà arrangiarsi. Ma negare un processo patologico-disfunzionale solo perché è stato etichettato in modo scorretto non può che rappresentare un tentativo esclusivamente di natura dialettica che con la clinica nulla ha a che fare.  

Un clinico non abituato a lavorare con le famiglie può cadere facilmente in questa trappola diagnostica, ma solo perché l’interazione con i contesti famigliari non fa parte del suo lavoro esattamente come un medico specializzato, ad esempio, in ortopedia, potrebbe non accorgersi di una compromissione neurologica che appartiene ad un'altra competenza specialistica.

Per osservare un fenomeno bisogna sapere, innanzitutto, dove rivolgere lo sguardo. E la cosa davvero paradossale è che certi fenomeni non saltano all’occhio solo perché qualcuno li ha definiti con un termine scorretto. Nella definizione il termine sindrome dovrebbe essere eliminato!

 

Fonti:

Autore

a.devincentiis
Dr. Armando De Vincentiis Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1996 presso Università La sapienza di Roma .
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Puglia tesserino n° 1371.

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