Utente 264XXX
Gentile medici
chiedo scusa per la richiesta di consulto che potrà sembrare insolita visto il tema della domanda forse poco scientifica e molto più giuridica, vengo al dunque:
Una mia cara amica Psichiatra che vive negli Stati Uniti d'America, è stata denunciata per aver considerato un suo paziente guarito ed averlo dismesso dalla clinica in cui era ricoverato. Quest'ultimo infatti, dopo poco tempo si è macchiato di un grave reato, ma come vi dicevo, il paradosso sostanzialmente è stato che il perseguitato giuridicamente è stata la mia amica psichiatra. Vi sarei molto grato se poteste indicarmi un documento anche online dove vengono riportate linee guida e protocolli che descrivono nel dettaglio il comportamento a cui lo psichiatra deve attenersi in questi casi.

Sarebbero anche gradite vostre considerazioni in merito.
Sicuro di un riscontro vi ringrazio anticipatamente e complimenti per il vostro utilissimo sito.
Grazie

[#1]  
Dr. Marco Arnaldo Zamperetti

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Gentile Utente, in linea di principio il medico deve sempre rispondere per errori commessi nel suo operare per imperzia, imprudenza o negligenza. Questo vale poi per tutti i professionisti (non vale, come ben sappiamo, per i magistrati che, come in un recente caso apparso nelle cronache, dopo una detenzione di 36 anni si sono accorti che il detenuto oggetto della pena era estraneo ai fatti e hanno liberato l'interessato, naturalmente scusandosi molto per l'errore...). Se ad esempio un medico prescrive un banale antibiotico e questo determina una grave reazione allergica, rara, oggettivamente poco prevedibile, ma pur possibile, ne deve rispondere. Del caso che riferisce occorrerebbe aver piu' dati per poter prevedere il "decorso" della vicenda legale quali, ad esempio, se corretta la diagnosi posta al paziente in questione, il perche' e' stato ricoverato e a che punto del decorso questi e' stato dimesso e con quali indicazioni farmacologiche e/o di altro tipo, per capire se quanto accaduto si sia verificato dopo che la Collega si e' comportata con perizia, diligenza e prudenza e appartiene quindi all'imponderabile e all'impossibile che attiene, alla fine, a qualunque malattia ancorche' ottimamente curata (sennò nessuno morirebbe piu' e i medici sarebbero, in poco tempo, tutti incriminati).
Mi spiace non aver forse risposto esaurientmente ma il caso e' complesso, delicato e gli elementi forniti troppo scarni per prevedere quale potra' essere la conclusione legale per la Collega cui auguro riesca a venirne a capo.
Un cordiale saluto
Dr. Marco Arnaldo Zamperetti

[#2]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

Il comportamento criminale (che fa riferimento a criteri di legge) non è automaticamente un equivalente di malattia mentale, né per chi soffre né per chi non soffre di un disturbo mentale. Inoltre, il fatto che si possa prevenire il crimine dovuto alla malattia mentale di un soggetto implica diversi passaggi, ad esempio che la persona segua le cure una volta dimesso, che si presenti alle visite di controllo, che la diagnosi sia fattibile in breve tempo oppure no, e non ultimo che la cura funzioni. In altre parole, se una persona rimane "potenzialmente" pericolosa rispetto alla propria malattia mentale, il sistema consente di tenerlo in trattamento obbligatorio a vita se questi semplicemente dichiara di volersi curare e nega intenti criminali (ammesso che vi fosse motivo per sospettarli prima).

Forse avrebbe senso avere qualche elemento in più sul caso.
Dr.Matteo Pacini
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[#3] dopo  
Utente 264XXX

Innanzitutto grazie Dr. Zamperetti per la risposta, purtroppo poco esaustiva..., ma sostanziale per far comprendere l'esclusiva attenzione che si deve attribuire caso per caso. Capisco quindi le sue perplessità per la mancanza di elementi tecnici e non solo, comprendo anche le sue riflessioni circa magistrati e quant'altro ed è proprio per questo che sono alla ricerca di un documento ( linee guida o protocolli medici) per difendere l'operato della mia amica psichiatra e di tutti i suoi colleghi che si trovano nelle medesime condizioni.
Grazie

[#4] dopo  
Utente 264XXX

Grazie dr Pacini
tutto chiaro, ma nella cura psichiatrica esistono degli step da seguire? dei protocolli da rispettare in modo pedissequo o tutto viene lasciato al giudizio finale del medico curante? Perché, se queste sono le premesse tutti i malati mentali dovrebbero rimanere perennemente in clinica per non incorrere in errori di valutazione.
Non intendo dire che il medico debba essere deresponsabilizzato, ma un minimo di tutela penso che debba averla. Ecco perché chiedo se esiste un protocollo o qualcosa del genere, come nella cura oncologica, consapevole che qui parliamo di malattie mentali.
Grazie

[#5]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

In una cura psichiatrica esistono dei riferimenti scientifici. Poi esiste il sistema medico-legale del territorio, che non è detto faciliti o segua questi riferimenti.
Ci sono criteri generali della pratica medica, che però sono condizionati dal contesto in cui si opera (in primis la lunghezza della degenza).
Nelle altre cure esistono protocolli più condivisi, in questo settore le linee guida spesso non ci sono. Esistono però dei documenti dell'OMS o delle linee guida locali (o nazionali).

Ripeto, in generale non ci si può aspettare da una cura psichiatrica che prevenga, in un singolo individuo, condotte criminali.

Dr.Matteo Pacini
http://www.psichiatriaedipendenze.it

[#6] dopo  
Utente 264XXX

Grazie dr Pacini

ora ho la conferma tangibile di ciò che, purtroppo, già immaginavo. Non resta quindi che adire le vie legali e trovare un buon avvocato.
D'accordo anche con l'esempio del dr. Zamperetti riguardo gli errori dei magistrati, aggiungerei anche il condono di qualche anno fa a favore di 10.000 detenuti, che in un anno, se non erro, hanno consumato, migliaia di delitti tra vittime e reati vari.

Grazie di cuore e buon anno

[#7]  
Dr. Massimo Lai

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Gentile utente,

fermo restando quento detto dal collega che un medico anche psichiatra deve sempre rispondere di eventuali errori dovuti a imprudenza, negligenza ed imperizia, per definizione uno psicopatico non guarisce mai, ma questo non vuol dire che il medico debba rispondere dei suoi atti o che si debba rinchiudere e buttare la chiave.

Dipende dalle circostanze, da come si sono svolti i fatti, dai tempi, dalle leggi dello Stato in cui si trova la sua amica e anche dal clima politico che si respira.

Di questi tempi infatti, per la molta incertezza che c'è in giro e per fatti di cronaca che legano presunte malattie mentali e crimine (l'eccidio in Norvegia e quello di Newtown), si sta creando un clima strano tra la domanda di previsione di fatti imprevedibili, controllo sociale, ricerca di un responsabile sempre e a tutti i costi, che potrebbe anche non essere favorevole alla sua amica.

Se si arriva al processo e i giudici dovessero stabilire un nesso di causalità tra dimissione dall'ospedale (precoce? in condizioni non stabili? diagnosi sbagliata? con una cura non adeguata?) e crimine, la sua amica potrebbe anche essere condannata, come è accaduto recentemente in Francia (anche se la sentenza è discutibile):

http://www.lettera43.it/cronaca/folle-uccide-condannata-psichiatra_4367577006.htm
Massimo Lai, MD

[#8]  
Dr. Massimo Lai

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[#9]  
Dr. Alex Aleksey Gukov

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Gentile utente,
il mio commento non sarà esaustivo, ma magari aggiunge qualcosa.

Sono d'accordo con i miei colleghi, ed in particolare che

"Dipende dalle circostanze, da come si sono svolti i fatti, dai tempi, dalle leggi dello Stato in cui si trova la sua amica e anche dal clima politico che si respira".

In particolare, le leggi in ognuno degli Stati degli Stati Uniti d'America possono essere assai diversi. Ad esempio, in alcuni Stati il professionista della salute psichica è tenuto ad informare le autorità rispetto alle confessioni del paziente di un suo progetto criminale, mentre in alcuni altri Stati non è così, e prevale il valore della privacy del paziente.

E' solo un'esempio, perché qui la situazione è diversa: da quanto ho capito, il paziente della Sua amica non ha condiviso con lei i suoi progetti criminosi, oppure non li poteva prevedere nemmeno lui. Ma ho parlato della normativa sulla privacy solo per sottolineare quanto eclatanti possano essere le differenze nella legislazione in materia psichiatrica fra i diversi Stati degli Stati Uniti d'America.

Sono anche d'accordo con la posizione che

"Il comportamento criminale (che fa riferimento a criteri di legge) non è automaticamente un equivalente di malattia mentale",

ed è una tesi che, anche a livello generale, nonostante i cambiamenti e le differenze di clima politico-sociale nei vari paesi, nel corso dei decenni tende a prevalere sul concetto di equivalenza fra la malattia mentale e la pericolosità sociale. Per cui, è una tesi, oltre che scientificamente fondata, è oggi anche socialmente valida (ed è importante), e potrebbe essere rappresentata dagli avvocati della Sua amica.

Ma anche qui: bisogna vedere che cosa ne dicono le leggi di quello Stato specifico, nel quale si svolgerà il processo.

Bisogna vedere in quale tipo di struttura questo paziente è stato ricoverato (quanto il ruolo di tale struttura si avvicina o si allontana da quello reclusivo per motivi di pericolosità sociale); inoltre: da dove ed in seguito a quali avvenimenti è stato trasferito lì; vedere anche se questo paziente ha avuto i precedenti criminali e di che tipo.

In Italia di oggi, ad esempio, il ricovero in un reparto di psichiatria non dovrebbe essere motivato dalla pericolosità sociale, almeno formalmente. Per questo esistono le altre strutture. Tranne forse il caso degli OPG, ma anche lì le cose stanno cambiando. E comunque, anche se una persona viene ricoverata in regime speciale, per motivi giuridici, allora non è il medico a decidere sulla dimissione.

Ma negi Stati Uniti le cose possono essere completamente diverse... Bisogna conoscere come sono li ...

Tornando alla tesi

"Il comportamento criminale (che fa riferimento a criteri di legge) non è automaticamente un equivalente di malattia mentale",

potrebbe essere importante se il paziente è stato riconosciuto imputabile oppure no (per motivi psichici), perché ci sarebbe una relazione abbastanza diretta con il supportare o meno questa nostra tesi. Dunque, potrebbero essere importanti le riverifiche delle perizie fatte...

"Psicopatia" (ovviamente in quel senso nel quale usiamo questo termine nella Psichaitra in Italia), è una categoria delle malattie, nelle quali, di solito, la capacità di intendere e di volere non viene alterata. Tuttaiva, è possibile che né noi, né Lei sappiamo esattamente la diagnosi. Dunque, attenzione alla diagnosi.

I protocolli di cura e di diagnosi esistono, e, se gli avocati della Sua amica li avranno, è meglio, ma nel contesto di un processo giuridico possa essere non meno se non più importante il parere degli altri psichiatri invitati come i Periti dal giudice. Se non vengono invitati, l'avvocato potrebbe chiederlo. Se la perizia è stata già fatta, l'avvocato può chiedere una nuova perizia, motivandolo. Si può proporre anche una perizia "di parte": invitando cioè gli avocati della Sua amica uno specialista. Il valor di tale perizia è ovviamente diverso da quella richiesta dal giudice, ma potrebbe aggiungersi ai materiali del processo.

"Non resta quindi che adire le vie legali e trovare un buon avvocato"

Se la Sua amica è già stata chiamata a rispondere "giuridicamente", questo vuol dire che si è già partiti per le vie legali, ed è certo che ci vuole un buon avvocato (che conosca bene le leggi di quello Stato).
Dr. Alex Aleksey Gukov

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[#10] dopo  
Utente 264XXX

Ringrazio tutti voi per il tempo che mi avete voluto dedicare.
La vostra è un'opera sociale molto importante.
Grazie e buon anno

[#11]  
Dr. Alex Aleksey Gukov

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Gentile utente,
grazie, Buon Anno anche a Lei !

Sottolineo ancora alcuni apsetti, i quali i miei colleghi hanno già un po' toccato:

in seguito alla dimissione dal regime di ricovero è normalmente previsto che la persona segua le cure, che si presenti alle visite di controllo ecc. ... (!) alle visite di controllo spesso dallo specialista che non è più quello che seguiva il paziente durante il ricovero, ma un altro specialista (dei servizi ambulatoriali statali o privato). Un solito iter alla dimissione prevede soprattutto che tali visite siano indicate (spero che la Sua amica lo ha indicato), e ancora meglio (talvolta doveroso, e forse è proprio questo il caso) che sia anche indicato da quale esatto specialista (o in quale esatto servizio ambulatoriale) il paziente doveva fare le visite post-dimissione, e se tale specialista o tale servizio ambulatoriale sono stati avvisati dal medico ospedaliero. Addirittura potrebbe essere importante se alla dimissione è stato già concordato il primo appuntamento ambulatoriale. Molto importante è anche l'esame psichico alla dimissione.

Spesso può essere importante informare della dimissione anche i parenti di lui o/e con chi lui andrebbe a vivere (se non si incorre nei problemi del rispettivo mancato consenso del paziente, che fa prevalere i suoi diritti alla privacy; o dove le motivazioni di sicurezza altrui possono prevalere sulla privacy dell'individuo).

Tutte queste misure potrebbero essere una parte importante della risposta alla Sua domanda, perché proprio questi elementi della prassi (appena descritta), oltre all'utilità clinica e pratica, servono anche a tutelare formalmente nel futuro il medico che dimette un paziente.

Poi, se il paziente si è recato, in seguito alla dimissione, in visita ambulatoriale, sarebbe prezioso recuperare anche l'esame psichico fatto uno o più volte dal medico successivo che lo ha preso carico ambulatorialmente. Questo, oltre all'utilità clinica, serve sempre anche per tutelare eventualmente il medico.

Credo che siano le prassi universali, ma forse negli Stati Uniti ce ne sono anche le altre, in più.

Come formalmente richiedere e come presentare tutti questi materiali dovrebbero pensare anche gli avvocati della Sua amica.

Potrebbe essere utile anche la consulenza di un Medico Legale o di uno Psichiatra Forense che lavora nello stesso Stato degli Stati Uniti d'America.
Dr. Alex Aleksey Gukov

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