Utente 163XXX

Buon giorno, mi chiamo Francesco e ho 32 anni. Anni fa andai brevemente in
terapia
da uno psicologo a causa di una sindrome depressiva i cui sintomi si
manifestarono per la prima volta verso i vent'anni(pensieri suicidi, sensazione
di vacuità e nullita, azzeramento della progettualità, stanchezza, disinteresse,
incapacità a provare gratificazioni, crollo dell'autostima,
anaffettività). La cosa più triste e devastante che mi succede ormai da molti
anni, è la ridotta capacità di provare sufficiente piacere in ciò che faccio.
Questo avviene in tutti gli aspetti della mia esistenza, (sessualità inclusa,
con conseguente fallimento delle mie relazioni affettive). Contemporaneamente
alla psicoterapia iniziai ad assumere Seroxat
e alcuni sintomi (stanchezza, pessimismo cronico, pensieri suicidi) si ridussero
visibilmente (addirittura ripresi a studiare
dopo il lavoro, per circa un anno, non raccogliendo grandissimi risultati
se non quello di vincere, almeno temporaneamente, la sensazione di essere
un debole e un fallito), ma non questa persistente incapacità a provare piacere
nel vivere, tanto che penso molto spesso alla mia morte, a volte desiderandola, a volte provandone terrore. Tuttavia ben presto i benefici del farmaco si attenuarono,
e per vergogna non mi presentai più nè dal mio psichiatra nè dallo psicologo.
Ora vi chiedo:
- E' normale che, nonostante mi applichi in qualche cosa con impegno, affrontando
le frustrazioni iniziali, non riesca a cogliere nessuna gratificazione da
queste attività? (esempio: anche se a lavoro registro un successo non provo
gioia, se mi impegno per sei mesi in uncorso di ballo, il ballo non mi gratifica,
se mi sforzo di coltivare quell'unico "interesse" che ho (leggere), provo
una scarsa gratificazione e normalmente leggo perchè me o impongo.
- Nostante i test IQ registrino un'intelligenza superiore alla media non sono riuscito a laurearmi per mancanza cronica di motivazioni e per disturbi della memoria
- A lavoro l'unico motivazione che mi spinge a fare le cose è la paura delle
critiche, la prospettiva del senso di colpa per non aver fatto, ecc.
- Negli ultimi 15 anni ho provato un po' di trasporto per sole 4 donne, normalmente non provo nulla
- non riesco ad immaginare alcuna attività che possa gratificarmi e rendermi un po' felice
-mi è successo di avere pensieri persecutori verso gli 11 e i 20 anni (la gente mi legge i pensieri, stanno complottando contro di me,ecc, pensieri attualmente assenti)


La domanda è: è possibile che la causa del mio disturbo sia organica
e non semplicemente psicologica? è possibile che qualcosa di fisiologico
non funzioni nel mio cervello e che io sia strutturalmente incapace a provare
piacere (insomma, un problema squisitamente medico? o che si tratti di schizofrenia, piuttosto che di nevrosi?) Esiste una soluzione
medica alternativa a quella psicologica? Quali esami clinici dovrei fare?

Grazie per l'aiuto, Francesco

[#1]  
Dr. Silvio Presta

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Caro utente,
la sua descrizione è molto complessa ed è perciò difficile in questa sede fornirle indicazioni diagnostiche significative. Alcuni sintomi che lei riporta sono infatti presenti in numerosi disturbi psichiatrici, come la febbre è sintomo di vari tipi di infezioni. Il mio consiglio è quello di rivolgersi con fiducia a clinici competenti che possano indirizzare la diagnosi ed il trattamento, da effettuarsi probabilmente sul duplice versante farmaco-psicoterapia interpersonale.
Per quanto riguarda il distinguo tra 'organico' e 'psicologico', questo non ha senso: tutti i disturbi della sfera emozionale hanno sempre un'origine biologica, e chi, nel 2006, si ostina ad affermare il contrario, fornisce al paziente un'interpretazione antiquata e parziale. Mi riferisco in particolare a quel considerevole numero di psicoterapeuti che letteralmente inganna la persona sofferente con discorsi fatti di aria fritta, afferma che il farmaco toglie solo il sintomo ma che se si vuole giungere alla radice del problema bisogna fare un percorso interiore, assume addirittura un atteggiamento terroristico verso l'uso del farmaco: che sia la paura di perdere il paziente e quindi un significatico 'vitalizio', visto che queste 'psicoterapie' durano anni con incontri settimanali o plurisettimanali??...
Cari saluti
silvio Presta

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Silvio Presta

[#2] dopo  
Utente 163XXX

Gentilissimo Dr. Silvio Presta,
La ringrazio vivamente per la Sua risposta. Il fatto è che la mia esperienza con la psichiatria non è stata delle migliori. Il primo psichiatra a cui descrissi i miei sintomi, e in particolare questa caduta verticale degli interessi e del piacere di vivere, (persona anziana, docente universitario molto stimato), mi disse, dopo sole due sedute, che
ero una semplicemente una persona "vuota". Mai, in tutta la mia vita, penso di aver subito un'umiliazione più cocente! Infatti risposi per le rime. Se dentro di me ritrovo i valori che i miei genitori (persone buone, oneste e dall'altissima statura morale) mi hanno trasmesso, come mi si può definire un uomo "vuoto" (l'insulto più terribile che si possa fare ad un essere umano). In breve mi prescrisse Serenase, farmaco che mi dava sonnolenza e che accentuava il mio pessimo umore. Il secondo psichiatra, persona umana e molto gentile, mi prescrisse invece Seroxat. Il farmaco in breve tempo stabilizzò l'umore, riuscì ad intravedere, dopo tanto tempo, una meta. Ma dopo un po' anche il Seroxat mi abbandonò e lasciai definitivamente l'università. Io volevo tornare dal medico, ma mi vergognavo del mio stato d'inedia e di disinteresse. Avevo paura che anche lui pensasse di me quella cosa terribile. Oggi, salvo alcune episodi depressivi, rimango in uno stato intermedio, malinconico di cattivo umore, e, ripeto, non provo molto piacere a vivere. Per esempio: io voglio bene alle mie nipotine, provo per loro affetto e tenerezza, ma a volte mi succede di esserne indifferente. Questo mi getta nella disperazione più nera, perchè comincio a pensare di essere un poco di buono e di essere la pecora nera della mia famiglia.

Non so, forse occorrerebbe un farmaco che oltre sulla serotonina agisca anche sulla dopamina? Che ne pensa?

[#3]  
Dr. Silvio Presta

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Gentile signore,
qualche esperienza negativa non la deve abbattere. Mi dispiace ricordare che in Italia la competenza clinica moderna e l'aggiornamento in psicofarmacologia è purtroppo ancora spesso arretrato. Perciò sarebbe utile insistere e trovare un nuovo specialista con il quale impostare un lavoro clinico ben fatto. In merito al discorso serotonina-dopamina, questa è solo teoria e la teoria non sempre si applica in modo pedissequo alla clinica, che è fatta di uomini e non solo di molecole. Intendo dire che la combinazione, il dosaggio, i tempi dii trattamento devono necessariamente subire un processo progressivo di personalizzazione, ed anche che il fatto che un farmaco possa ad un certo punto agire meno non vuol dire che siamo al 'capolinea'. Se può servirle, a Milano è presente l'equipe del dr. Mario Savino (www.mariosavino.com), clinico molto esperto.
Cari saluti e buona fortuna
Silvio Presta

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Silvio Presta

[#4]  
Dr.ssa Flavia Ilaria Passoni

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Gentile Francesco,
in effetti lo stato di malessere descritto è molto articolato sia in costellazione sintomtologica sia in evoluzione cronologica. E' necessaria pertanto un'approfondita indagine medica per sondare le cause organiche e un'accurata psicodiagnosi possibilmente con l'ausilio dei test (potrebbere essere utile nel tuo caso la somministrzione di una nota scala psichiatrica SCID II). A livello clinico sembra non essere coinvolta solo l'area nevrotica e si delinea un possibile disturbo di personalità. Per quanto riguarda l'annnosa questone "organico" e " psicologico" una precisazione anche in risposta al dott Presta: è assolutamente vero che putroppo un numero consistente di psicoterapeuti è ancora fermo sulla sterile posizione di demonizzazione del farmaco, sostituito con intermeninabili sedute di dubbia utilità clinica, fortunatamente però spesso si tratta di "datati" esponenti soprattutto del campo psicoanalitico: la "nuova generezione di psicologi" non contesta assolutamente una possibile causa organica ai disturbi psicologici ( alcune già dimostrate scientificamente, altre in corso di ricerca)e considera l'utlizzo del farmaco parte integrante e fondamentale della terapia tanto quanto il lavoro psicologico (tenendo sempre presente che il rispettivo effetto delle due componenti è diverso caso per caso).Quello che contestiamo piuttosto è un atteggiamento diffuso di medicalizzazione indistinta della malattia psichica per cui dottori e ancora più spesso pazienti pensano che sia sufficiente sempre e comunque una banale prescrizione farmaologica per risolvere qualsisasi tipo di disturbo, indipendentemente dalla cronicità e gravità, vero solo se il disturbo è riconducibile esclusivamente a una causa organica.Più spesso va effettuata una congiunta psicoterpia la cui durata dipende dal disturbo sebbene, per indirizzo scelto, auspico sempre essere breve e focalizzata.
Nel caso del nostro utente sarebbe consigliabile proprio questo lavoro di equipe: una corretta prescrizione farmacologica " su misura" per il paziente allo scopo di stabilizzare l'umore e un lavoro psicoteraputico di rinforzo dell'autostima e reinvestimento delle energie positive sulla realtà esterna.

Con i miglior auguri
F.I.Passoni
studiopsicologia1@libero.it
F.I.Passoni
Dir. di SYNESIS, Centro di Consulenza Psicologica, Psicoterapia & Ipnosi Clinica

studiopsicologia@hotmail.it

[#5] dopo  
Utente 163XXX

Carissima Dottoressa Passoni,
La ringrazio per il suo consiglio e per la sua attenzione. Ringrazio anche il dott. Presta.
Cio' che mi frena è l'esperienza negativa che ho avuto con entrambe le discipline. Devo però sottolineare che l'unico momento di reale benessere, in cui mi sembrava di aver ripreso il controllo della mia vita, è stato in corrispondenza della terapia farmacologica.
Spesso allo psicoterapeuta che mi diceva che io, inconsciamente volevo tenermi questo disturbo, facevo notare che la mia condizione non era affatto piacevole, e che se venivo in terapia era proprio perche VOLEVO risolverlo, ma NON NE ERO CAPACE!Perchè mi sento IMPOTENTE, mi sembra chiaro il termine IMPOTENTE. Che cosa me ne frega a me del mio subconscio? Non è ho
notizie, posso parlare solo dei miei pensieri, posso parlare di ciò che provo, ma non posso parlare di ciò che non conosco. Di ciò che si ignora bisogna tacere, diceva Wittgenstein. Io mi sono rassegnato per anni a questa esistenza mutilata. Ma perchè deve essere così? Io vedo la mia esistenza naufragare, sento che ne sto perdendo il controllo e MI SENTO IMPOTENTE.
Qualche cosa, tanti anni fa, si è incrinato, nella mia emozionalità. Io mi sento come se il mio mondo emozionale fosse chiuso in una stanza attigua. Per dare un'immagine, è come se io fossi in una stanza a guardare un televisore con l'altoparlante rotto, e in una stanza attigua, separata da una porta di vetro smerigliato, ci fosse un altro di fronte ad un televisore con lo schermo rotto ma con l'altoparlane funzionante. Se io tendo l'orecchio, sento l'audio del mio vicino, un suono smorzato ma che c'è. Se faccio attenzione lo sento, o meglio, sento che le onde sonore fanno vibrare il vetro della porta. Mentre un tempo ad uno stimolo (esempio: vedevo una bella ragazza) reagivo emotivamente (nel esempio:provavo trasporto) oggi mi succede di non provare nulla, al momento, e di sentirmi il giorno dopo turbato e trasportato. Cosa strana: fino a sedici anni avevo il problema opposto: avevo una esagerata emotivita, quasi fastidiosa. Allo psichiatra che mi ettichettò come vuoto chiesi se questa specularità significasse qualcosa, se fossero le due faccie dello stesso Giano bifronte.
- "coltivi più interessi, deve porsi una meta" e io : "secondo lei se ne fossi stato in grado sarei venuto qui a parlarle con un estraneo dei fatti miei? Pensa che sia un idiota? Pensa che sia divertente stare in questa condizione? Quanto le devo?"

Grazie per il vostro tempo, Francesco.

[#6]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Gentile utente,

al di la' della querelle che si instaura tra psichiatri e psicologi ed in questa sede mi sembra inopportuna,
la sua condizione clinica merita una attenzione notevole soprattutto per i tanti sintomi e la necessita' di effettuare una accurata diagnosi psichiatrica che ha lo scopo di farle intraprendere la terapia farmacologica piu' adatta alla sua situazione.
E' fondamantale che si rivolga ad uno psichiatra che possa dare una risposta a tutti i suoi quesiti ma che allo stesso modo possa stabilire una terapia farmacologica da valutare nel tempo.
le terapie che ha effettuato potrebbero non essere state adatte per numerosi motivi che ovviamente non possiamo discutere qui.
Successivamente potra' farsi indirizzare da uno psicoterapeuta se del caso o se ne sentira' la necessita'.

Cordiali Saluti

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[#7] dopo  
Utente 163XXX

Gentili dottori, vi ringrazio per i vostri consigli. Rifletterò, nonostante la vergogna e lo scoramento, se sottopormi nuovamente ad una cura psichiatrica.
Cordiali Saluti,
Francesco.

[#8]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Se parte con vergogna e scoramento anche questa volta non avra' successo.
Deve considerare che la possibilita' di sottoporsi ad una cura adeguata le puo' dare la prospettiva di migliorare molti aspetti della sua vita che attualmente sono disfunzionali.

Cordiali Saluti
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[#9]  
Dr. Claudio Lorenzetti

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Gentile Utente,
concordo pienamente con quanto detto dal collega Dr. Presta e condivido anche la posizione della Dr.ssa Passoni. Personalmente (sono uno psichiatra di prevalente indirizzo psicofarmacologico)lavoro benissimo con gli psicologi ed ho con questi molti rapporti di fattiva collaborazione sia in Lombardia che in Toscana; insomma, c'è spazio per tutti nell'ottica di aiutare il più possibile i nostri pazienti. Quello che le posso dire è di non scoraggiarsi e di non essere prevunuto sia nei confronti degli psichiatri che degli psicologi. L'anedonia è una dimensioni psicopatologica frequente nei disturbi dell'umore e possiamo dire quasi tipica. La sua sua domanda circa la possibilità di usare farmaci che agiscono sulla dopamina è tutt'altro che peregrina: alla base dell'anedonia c'è sicuramente un deficit dopaminergico; tuttavia questo approccio è estremamente complesso e non scevro da pericoli in quanto i farmaci ad azione dopaminergica possono indurre sintomi psicotici e dipendenza fisica. Esistono comunque delle molecole che hanno una debole azione in questo senso e che può essere sfruttata con una certa serenità. Un approccio psicoterapico cognitivo comportamentale o interpersonale breve potrebbe senz'altro dare dei vantaggi supplementari.
Cordiali saluti.

Dr. Claudio Lorenzetti
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