Psicologia transfert e controtransfert non gestito?

Buongiorno, ho bisogno di una valutazione sul percorso psicoterapeutico che sto facendo da circa 9 mesi.

La mia terapeuta (CBT) è sempre stata accogliente ma attenta alle regole del setting.
Nel corso dei mesi il rapporto si è fatto più informale.
Sentivo nascere una vicinanza speciale sapevo che riusciva a leggermi dentro, e questo mi ha aiutato ad affrontare traumi infantili sentendomi accompagnato.

Sentivo attrazione verso di lei e questo mi turbava.
Capii che forse derivasse dal transfert materno, e pensai di parlargliene.
Ma quando provai, lessi nel suo sguardo un disappunto, come se mi dicesse "fermo, questo non dirlo".
Lasciai perdere.

La terapia funzionava: molta meno ansia, affronto la quotidianità in modo più sano.
Ma del transfert non trovavo modo di parlarne sentivo sempre quel "non dirlo" nell'aria.

Un giorno le scrissi una mail calda di ringraziamento forse si intuivano i sentimenti che venivano dal transfert.
Lei rispose dopo una settimana, di notte, con una risposta calda, quasi personale.
In seduta non tornammo mai su quanto scritto.

Da lì il rapporto cambiò.
Passai al tu.
Alcune sedute sembravano incontri tra amici che flirtavano: commenti sui miei vestiti, sguardi intensi.
Ma fuori seduta manteneva formalità rigida.
In una seduta mi fece rivelazioni personali sulla sua vita e le sue ferite.

Mi accorsi che il mio modo di fare era un corteggiamento.
Lei invece di affrontarlo, mi assecondava.

Poi scoprii che guardava il mio Instagram di nascosto senza seguirmi.
Me ne accorsi perché in seduta mi riportò diverse cose che avevo condiviso solo lì.
Cominciai a chiedermi se evitasse il discorso sul transfert per difendere i suoi sentimenti.

Di colpo tutto cambiò: tornò professionale, distante.
Poi successe che mi mentì su una situazione.
Le scrissi che avevo bisogno di parlarle, ma non anticipò la seduta.
Quando la affrontai, passò la seduta a spiegarmi che avevo letto male.
Sembrava una lite di coppia, non una seduta.

Sono io che fraintendo o ci sono elementi che richiedono attenzione?
Ho l'impressione che ci sia un enorme elefante in quella stanza, e che non sia tutto dovuto a me.

Grazie.
Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 140 9
Gentile utente,

da quello che racconta, lei sta cercando di capire se ciò che è successo in terapia fa parte del percorso oppure se qualcosa, oggi, la sta mettendo in difficoltà. È una domanda comprensibile, anche perché da una parte sente di stare meglio, ma dall’altra è rimasto confuso dal rapporto con la terapeuta.

Per come lo descrive, nel tempo il rapporto è diventato più informale e il tema di ciò che provava per lei non ha trovato uno spazio chiaro per essere detto. Questo sembra averla lasciata con il dubbio di non poterne parlare davvero.

Qui non si tratta di trovare un colpevole, ma di guardare a come lei si è sentito: confuso e non del tutto libero di dire ciò che stava vivendo.

Un possibile passo, se se la sente, è provare a portare apertamente questo disagio in seduta: non per stabilire chi abbia sbagliato, ma per capire se c’è spazio per parlare anche di questo. Se dovesse invece sentire che quello spazio non è possibile o non la fa sentire tutelato, fermarsi a riflettere su come proseguire il percorso è legittimo.

La sensazione dell’ elefante nella stanza che descrive può essere vista come un segnale che qualcosa per lei è importante e ha bisogno di chiarezza.

Un caro saluto

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941

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Utente
Utente
La ringrazio per avermi risposto Dr Capretto. Sono oggettivamente confuso. So che la prossima seduta non voglio farmi fermare, ma non voglio nemmeno metterla con le spalle al muro. Purtroppo la situazione è complicata dal fatto che conosco almeno parte delle sue ferite, ( che somigliano molto alle mie) e quindi è per me difficile, non voglio farle male, non voglio rovinare quello che c'è stato di buono in questo percorso. Poi c'è sempre la paura di ricevere " ti sei immaginato tutto" è stato solo il tuo transfert ...ma io so che non è così. Però mi dico, che la verità è fondamentale, se non porto il mio vissuto anche su quello che vedo nella relazione terapeutica ( e non ) la terapia si blocca e diventa sterile immagino. Quindi in un modo o nell'altro questa terapia dovrà finire...se ammette che è coinvolta finisce...se non lo ammette penso che menta e quindi finisce.. mi sto rispondendo da solo... e mi sento dilaniato. "Secondo Lei, c'è un modo per affrontare questa conversazione che mi permetta di avere chiarezza senza distruggere tutto? O è inevitabile che faccia male?" Grazie
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Dr. Vincenzo Capretto Psicologo 140 9
Gentile,

da quello che scrive si sente quanto sia confuso e diviso: da una parte il bisogno di chiarezza, dall’altra la paura di fare male e di distruggere ciò che di buono c’è stato. È comprensibile sentirsi così.

Forse il punto non è ottenere una ammissione o una verità definitiva, ma portare il suo vissuto così com’è, senza accusare né chiedere conferme. Dire che si sente confuso, che ha percepito segnali che per lei sono stati importanti e che oggi questo la blocca nel lavoro, quindi sincerità.

Lei dovrebbe capire se esiste uno spazio in cui il suo vissuto può essere ascoltato e pensato ancora insieme. Se quello spazio c’è, la terapia può andare avanti; se non c’è, questo le dirà qualcosa di importante sul percorso.

Alla sua domanda finale: probabilmente non sarà indolore. Ma anche tacere, per come sta ora, le sta già facendo molto male.

Un caro saluto

Dr. Vincenzo Capretto, psicologo.
Ricevo a Roma e on line.
www.vincenzocapretto.com
3356314941

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Utente
Utente
la ringrazio molto per la sua risposta. Mi ha aiutato a mettere a fuoco quello che devo fare: portare il mio vissuto senza cercare ammissioni, e vedere se c'è ancora spazio per essere ascoltato.
Ha ragione tacere mi sta già facendo male. Almeno ora so che parlare è la strada giusta, qualunque cosa succeda.
Grazie ancora.
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