Utente
Sono stata in terapia per circa tre anni da uno psicoterapeuta uomo per superare una dolorosa perdita.
Durante la terapia mi sono resa conto di provare attrazione verso lo psicoterapeuta, ho aspettato molto prima di dirglielo perchévolevo esserne sicura.
Sono riuscita a dirglielo in modo forse un po' vago, lui è rimasto praticamente indifferente e nelle sedute successive ha praticamente fatto finta di niente, non ne ha più parlato.
Evitava però di parlare di "questioni amorose".
Non ce la facevo più e così un giorno ho interrotto con l'idea di contattarlo per vedeci fuori.
Lui mi ha detto che non può assolutamente uscire con i pazienti e che noi possiamo parlarci solo all'interno del suo studio.
Poiché non ero sicura di quanto aveva compreso la situazione, gli ho scritto una mail dove ho confessato chiaramente che credo di essermi innamorata di lui.
La sua risposta è stata che prende atto che la terapia da parte mia è finita e quindi non ci possiamo vedere più nemmeno nel suo studio.
In altre parole, si è rimangiato anche il fatto che potevo rivolgermi a lui per eventuali problemi, non mi vuole più nemmeno come paziente.
Sto soffrendo molto, sono disperata, non so cosa fare né cosa pensare.
Mi potreste aiutare a capire meglio la situazione e a provare ad uscirne?
Vorrei ricontattarlo per chiedergli se posso tornare a essere sua paziente.
Mi sento sola e abbandonata.
Mi aveva detto che si poteva dire tutto ma non è così a quanto pare...
Grazie infinite in anticipo per il vostro prezioso aiuto...vi prego

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Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente,
mi dispiace che non ci sia stato, con il suo terapeuta, un chiarimento circa il fenomeno chiamato "transfert" studiato già da Freud, per cui proiettiamo sul nostro curante i sentimenti provati verso le figure principali della nostra vita (genitori, caregiver) che vengono per così dire "riaccesi" dal dialogo terapeutico.
Specie se si intraprende la terapia in un periodo di sofferenza per una perdita, si ha l'impressione da lei sperimentata che il terapeuta sia oggetto di un amore esclusivo, l'unico che può aiutarci, la persona più significativa, la sola desiderabile.
Questa forma scambiata dal paziente per "amore" ha la caratteristica di divampare ignorando del tutto la mancanza di segnali di analogo interesse da parte dell'altro. Vengono scambiate per segni d'amore l'attenzione che il terapeuta riserva alle nostre parole, ai nostri stati d'animo, e la sua sollecitudine per il benessere che ci sta aiutando a riconquistare.
In queste azioni però non c'è altro che l'impegno professionale del curante.
Una vera relazione d'amore tra adulti non si presenta così dispari, e nemmeno vorremmo che lo fosse: infatti il transfert è la replica inconscia dell'affetto provato verso i genitori nell'infanzia.
Un affetto adulto non nasce e non cresce in questi termini. Provi ad immaginare sé stessa prima della sua perdita, nella relazione con un collega, un conoscente o un amico: anche se provasse interesse, attrazione, lei cercherebbe dei segnali di reciprocità, prima di alimentare in sé stessa l'innamoramento, non si accontenterebbe certo di una disponibilità accogliente e paterna.
Forse il suo terapeuta non le ha spiegato tutto questo perché è giovane e non sa ancora gestire questa fase della terapia, oppure praticando una terapia non psicoanalitica sperava che questo effetto non si producesse. Che modello di terapia stavate attuando?
In ogni caso, se il suo curante non è certo di poter disinnescare in lei questo sentimento, è perfettamente corretto che non prosegua la terapia. Lo prevede il codice deontologico, le indicazioni terapeutiche, e anche il semplice buon senso: se vogliamo ricondurre un paziente alla salute, non possiamo torturarlo con un sentimento che non può e non deve essere ricambiato.
Auguri di cuore.
Dr.ssa Anna Potenza (RM) anna.potenza@medicitalia.it