Ho pensato di scrivere queste riflessioni perché l’episodio di un recente naufragio ha messo in evidenza una situazione critica che molte persone hanno vissuto personalmente nel recente incidente. Le medesime condizioni si possono sicuramente ripetere in altri episodi simili diversa natura e la nostra responsabilità di psicologi negli ultimi decenni è stata quella, nella prospettiva della tutela della salute, di poter rispondere alle esigenze psicologiche (di sicurezza e di protezione) che si fondono con altre fondamentali come il bisogno di riparo e di cibo che possono facilmente manifestarsi. Vi sono aspetti sui quali ho personalmente riflettuto e che pur non essendo esaustivi entrano secondo me con successo a far parte delle caratteristiche delle terapie che si possono proporre in questi casi.

Il problema

Sintomi come pensieri ossessivi legati all’incidente, anormalità del ritmo del sonno, paure apparentemente irrazionali di uscire di casa o di frequentare luoghi affollati, tali di impedire il normale svolgimento della vita quotidiana non rappresentano solo uno spavento, ma un vero disturbo psicologico catalogato dai manuali di diagnostica.

L’obiettivo

Un primo aspetto importante è quello di darsi un obiettivo, possibilmente facile da osservare, per identificare il ritorno al benessere. Un esempio può essere quello di ritornare a praticare un hobby o semplicemente andare a lavorare.

Una reazione normale?

Mi sembra fin da subito utile leggere alcuni comportamenti come le fobie di uscire di casa, l’aumento della sonnolenza o l’impossibilità di concentrarsi e di riprendere il ritmo lavorativo come qualcosa di normale, come risposte della persona finalizzate a rallentare il proprio ritmo di vita per un determinato periodo. In altre parole quello che stiamo considerando come disturbo è una reazione normale ad un evento straordinario, comunicata dando segnali in modo anomalo. Una difficoltà dunque diviene quella di leggere da soli questi messaggi senza la paura di essere più malati di quello che in realtà si è.

Gli aspetti protettivi

La fragilità che la persona sente in questi frangenti è data in parte dalla difficoltà a riattivare i propri aspetti protettivi. Un importante aspetto dunque per tale recupero è quello di focalizzarsi sui personaggi o gli aspetti che hanno giocato un ruolo protettivo nella vicenda. Molti dei soccorritori o del personale dell’equipaggio rientrano in un modello di comportamento che ha favorito la sopravvivenza del passeggero, come anche i cittadini che hanno ospitato e ristorato i naufragi dopo l’accaduto. Caratteristiche come il coraggio o la capacità di mantenere il sangue freddo dello stesso paziente devono essere sottolineate quali risorse interne nel corso della vicenda. Anche la scelta di rivolgersi ad uno psicologo fa parte degli aspetti protettivi. Ciò è importante in particolare in occasioni in cui alcuni ruoli di responsabilità sono ricoperti da persone che sono state viste dai naufragi come negative o persecutorie. La persona si trova così libera di scegliere quali ricordi fare riferimento, senza ricadere esclusivamente in una versione drammatica dell’accaduto.

La grandiosità

Chiarito il punto precedente resta a nudo un nuovo processo del pensiero noto come “grandiosità”, cioè l’esagerazione di alcuni aspetti della situazione (anche delle colpe e dei ruoli delle persone in gioco). Un esempio potrebbe essere il pensare che non si sarebbe “mai immaginata una disgrazia del genere” (quando nel prendere una nave un rischio, seppur minimo, c’è) oppure che “capita tutto a me”. Il modo più efficace per riequilibrare questo aspetto è restituire una dimensione reale e non grandiosa a quanto accaduto. Un indice che questo passaggio è correttamente avvenuto può essere l’uso dell’ironia: dal momento in cui la persona è pronta quindi a sdrammatizzare quanto è accaduto (soprattutto se non ci sono state perdite gravi) si può pensare di avere svolto una buona parte del percorso di guarigione.

Quali conclusioni

Conclusioni: ogni vicenda che coinvolge fino a questo punto la nostra parte emotiva porta senz’altro a delle degne conclusioni. Sorprendentemente queste conclusioni potrebbero essere piacevoli. Spesso non è facile esplicitarle o iniziare a vedere aspetti buoni in una vicenda di questo tipo, ma si può scoprire di sapersi contentere nelle difficoltà, di avere coraggio, di sapersi fidare degli altri con successo o al contrario di affrontare situazioni critiche con le proprie forze. Ritengo che comunque valga la pena cercarli per riflettere su un processo di crescita che io associo a quello che lo psicologo Jean Piaget definisce di “assimilazione e accomodamento”. Da queste conclusioni si riparte per riprendere la propria vita in modo inevitabilmente diverso e per qualcuno più ricco.

Una riflessione a posteriori

Un’ultima domanda: Perché molte persone quindi sono rimaste traumatizzate da quanto accaduto e molte invece no? Io penso che si possa proporre al paziente questa riflessione e che la risposta vada cercata su più aspetti: il primo può essere puramente neuropsicologico, cioè l’avere una predisposizione a vivere in modo molto intenso determinati tipi di emozione. Il secondo è quello di una particolare sensibilità verso momenti in cui viene a mancare un appoggio da parte di persone che ricoprono, cioè una sensibilità acquisita verso le situazioni di mancanza di protezione. Un altro è legato sicuramente a quello che si ha in vita in quel momento e che si teme di perdere per i significati sospesi ed incompiuti.