“Mio figlio soffre di bassa autostima!!” Sempre più spesso mi succede di ascoltare la preoccupazione di mamme riguardo all’autostima dei propri figli, bambini o adolescenti. Ma cosa significa? Di cosa parliamo? Cosa si può fare?

Di cosa si tratta esattamente?

L’autostima è la considerazione che un individuo ha di se stesso, il valore e il giudizio che si attribuisce, ciò che pensa di contare come persona.

E’ uno dei nuclei che sostiene la personalità e il carattere dell’individuo, ed è un bagaglio dal quale tirare fuori il necessario nelle situazioni difficili.

L’autostima è composta da molti elementi:

1) Il grado di accettazione di se stessi che a sua volta dipende:

- dalla buona valutazione delle proprie capacità;

- dalla fiducia nelle proprie emozioni e sensazioni;

- da un buon rapporto con il proprio corpo;

- dalla sensazione di potersi fidare di sé.

2) La sensazione di poter agire e di avere alternative

3) Il sentirsi capaci, che scaturisce

- da successi e insuccessi vissuti;

- dalla modalità di affrontare le esperienze nuove;

- dal tipo di lettura data ai fallimenti.

Come si forma?

Non esiste il “gene” dell’autostima, né un suo uno sviluppo “naturale”. L’autostima va coltivata. La nascita psicologica dell’essere umano passa attraverso il rapporto con l’Altro (familiare in primo luogo, ma anche sociale e culturale) e l’autostima ne è una componente fondamentale.

Per i bambini il rapporto con l’Altro è indispensabile, è fondante. La cura dei bisogni fisiologici primari è necessaria, ma assolutamente non sufficiente.

Qual è l’ingrediente fondamentale per nutrire l’autostima nel bambino?

Sapere di avere un posto nell’Altro, sapere di essere amato e desiderato per il solo fatto di esistere, indipendentemente da quello che fa e che sa. Se passa questo messaggio, il nucleo dell’autostima del bambino è forte, stabile e tutto il resto viene da sé.

A parole è un concetto semplice e sembra scontato, quale genitore non lo sa? Invece è molto difficile trasmettere questo messaggio perché entrano in gioco molti meccanismi psicologici, comunicativi, educativi che lo rendono complicato.

Le aspettative

Presupposto indispensabile affinché il bambino possa credere in sé, è che i genitori credano in lui. E’ facile trasmettere al bambino che si crede in lui se è “bravo”, ma cosa succede quando sbaglia? Spesso di fronte ad un errore scolastico o di comportamento viene rimproverato e si confonde l’azione compiuta dal bambino con la sua persona. Dire “Sei cattivo!” è diverso da “Hai fatto una cosa cattiva”. Oppure pronunciare “Sei sempre distratto” è diverso da “Questa volta hai sbagliato perché ti sei distratto”.

Le aspettative dei genitori sui figli sono spesso condizionate dalle proprie paure: si “rivedono” sui bambini le proprie difficoltà pronunciando giudizi che invece non gli appartengono: “Non gli piace la scuola, proprio come ero io alla sua età”. Oppure si “proiettano” su di loro i propri desideri: “Diventerà un campione di basket”.

Gli adulti rappresentano uno “specchio” per i bambini: essi avranno un’idea di quello che sono sulla base di ciò che i grandi rimandano loro. Per lo meno fino all’adolescenza: in questa epoca della vita viene messo tutto in discussione. Per questo può accadere che un bambino in cui si è creduto poco, può diventare un adolescente timido insicuro e continuamente bisognoso di rassicurazioni. Oppure può trasformarsi in un piccolo genio poiché ha scoperto quali sono i suoi talenti e li ha messi a frutto, dimostrando ai genitori che si erano sbagliati su di lui.

Una buona norma generale da seguire è quella di riconoscere e valorizzare le doti e i talenti dei propri figli, cercando di distinguerli dai propri!

“Io non valgo niente”

Capita di sentire il bambino pronunciare queste parole: i significati sottesi possono essere diversi.

- E’ possibile che il bambino sia stato continuamente svalutato e non crede alle sue capacità.

- Il bambino ha varie difficoltà effettive, a scuola per esempio, e sente che il suo valore o meno, dipende solo da questo.

- Possono essere pronunciate da bambini o ragazzi molto capaci e bravi, a scuola o nello sport: è probabile che siano troppo perfezionisti, sentono di dover mantenere alti standard nelle prestazioni e temono che se non lo fanno possono perdere la stima conquistata fino in quel momento.

“ Sono un incapace”

Anche in questo caso bisogna analizzare cosa c’è dietro. Ci sono varie possibilità:

- Il bambino non accetta di sbagliare.

- Non prova neanche.

- Si arrende dopo una serie di insuccessi.

Cosa fare?

I genitori dovrebbero chiedersi a cosa è dovuta la reazione negativa di fronte all’insuccesso: se è causata da limiti oggettivi, oppure se il bambino sottovaluta le sue possibilità, o ancora, se chiede troppo a se stesso.

In ogni caso, la prima azione da svolgere è rassicurare il bambino sul piano emotivo. Non conta tanto “cosa” si dice, ma “come”: il messaggio che deve passare è “ti voglio bene lo stesso, tu vali comunque” . Ma bisogna esserne convinti!! Ai bambini non si può mentire!

Solo dopo averli fatti sfogare, dopo averli rassicurati affettivamente, e dopo aver dato all’insuccesso la giusta dimensione, si può affrontare il problema da un punto di vista pratico.

Il bambino ha dei limiti oggettivi dovuti all’età? Lo si aiuta e gli si spiega che crescendo migliorerà.

Se il problema è che sottovaluta le sue possibilità e non tenta neanche, allora bisogna trovare il modo di trasmettergli il gusto, il piacere e il divertimento alla scoperta di cose nuove.

Invece, se il problema è il perfezionismo, bisogna insegnare al bambino la tolleranza alla frustrazione che deriva dagli insuccessi.

Ma ancora una volta bisogna essere sinceri con se stessi come genitori: si è disposti ad accettare i fallimenti dei figli quando non si accettano i propri? Anche il concetto di fallimento va spiegato meglio: sbagliare è lecito, quando si impara qualcosa di nuovo, o quando si vuole perfezionare qualche abilità acquisita: gli errori sono le prove per arrivare ad un risultato soddisfacente. Il problema non sono gli errori, ma il significato che gli attribuiamo. Se li consideriamo parte del percorso, e se trasmettiamo questo messaggio ai bambini, è come piantare il seme della sicurezza in sé che porterà dei frutti importanti: il coraggio di tentare e di sbagliare, accettare se stessi nel trionfo, ma anche nella sconfitta.

Un errore pedagogico classico è questo: sottolineare ai bambini ciò che sbagliano e non valorizzare i successi perché si teme che possano ‘montarsi la testa’. E’ esattamente il contrario. Evidenziare continuamente ciò che il bambino non sa fare, favorisce la costruzione di una immagine personale al negativo “Io non so fare questo…io non riesco in quello…”

Il desiderio più grande dei bambini è quello di essere riconosciuti, vogliono attenzioni: premiare quello che fanno di buono ed ignorare un comportamento non gradito, rappresenta un ottimo modo per consolidare ciò che si desidera insegnare, ed alimenta l’autostima!

Il rapporto con il corpo

E’ un altro bersaglio classico della scarsa autostima: è molto frequente che il bambino o l’adolescente sostengano di non piacersi. Il rapporto con il proprio corpo è problematico ad ogni età, seppur in modo differente. C’è sempre uno scarto tra l’immagine ideale del proprio fisico e il corpo reale, con le sue caratteristiche e le sue pulsioni, che non sono facilmente controllabili. C’è molta differenza a seconda dell’età. Molti genitori si saranno confrontati con la rabbia dei figli di fronte all’evidenza di non riuscire a svolgere qualcosa, un gioco ad esempio, perché non c’è stato il completo sviluppo della motricità fine; oppure con il dispiacere di essere “meno belli” di un compagno o di una compagna. In adolescenza il conflitto con il corpo è più forte: questo è normale perché i ragazzi devono fare i conti con dei repentini cambiamenti fisici e psicologici, e integrare la nuova immagine nel concetto di sé è un percorso difficile.

Anche in questo caso, che fare?

Rassicurare è la parola d’ordine. E in seguito valorizzare in modo positivo ciò che li distingue dagli altri. Capita che siano proprio i genitori, a volte, ad evidenziare qualche difetto nei loro figli. Bisogna fare molta attenzione a questo, perché le parole della madre e del padre hanno un peso enorme, vengono interiorizzate e risuonano sotto forma di giudizio interiore. Questo non vuol dire che bisogna pesare ogni parola che si dice ai propri figli, però è bene rendersi conto in tempo, se si insiste troppo su una caratteristica non proprio positiva. Basta ascoltarli e osservarli bene per capire se si sta sbagliando.

Per concludere

Queste sono alcune riflessioni che propongo sulla base della mia esperienza. Il ruolo di genitori e adulti significativi che hanno a che fare con i bambini è fondamentale e determinante, ma non bisogna mai dimenticare che non si può controllare tutto dell’educazione: esiste la soggettività, ovvero la libera interpretazione degli avvenimenti. Per questo i genitori non devono stupirsi se il figlio diventa diverso da come se lo aspettavano o da come lo hanno cresciuto.

Vorrei evidenziare un ultimo aspetto: molti genitori, leggendo, avranno pensato: “E’ sempre colpa nostra!”

Freud scriveva che ci sono due mestieri impossibili, governare ed educare.

Allora mi piace sottolineare la differenza che c’è tra responsabilità e colpa.

Si tratta di ‘colpa’ se si compie un errore deliberatamente, per colpire, per fare male. La ‘responsabilità’ è un’altra cosa: si tratta di rispondere per le azioni e le scelte che vengono fatte. I genitori sono responsabili per le scelte che compiono, devono chiedersi quali sono le conseguenze. Non è possibile non fare errori, ma è possibile riconoscerli, correggerli, cercare di non compierli più tanto spesso.

Si tratta di mettersi in discussione. E se vi siete interessati a questo articolo e l’avete letto, sicuramente siete molto propensi a farlo.

 

 

Alcuni riferimenti bibliografici:

S. Freud, Introduzione al narcisismo (1914), in Opere, vol. VIII , Bollati Boringhieri Torino, 1976-1980

J. Lacan “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’”Io”, in Scritti, Einaudi Torino, 1974

P. Santagostino, Crescere un bambino sicuro di sé, Red Edizioni, Milano 2000

Frascarolo-Moutinot France, L' autostima nei bambini, Vallardi editore, 2012

Michele Giannantonio, Mi vado bene? Autostima e assertività, Edizioni Erickson, 2010