“Impossible is nothing”. Proprio così: tutto è possibile, ma solo per chi crede in sé stesso e negli altri.

Infatti la nostra mente è strutturata in maniera tale da poter essere allenata a credere, pensare ed agire positivamente, ad avere fiducia. Quindi ci si può allenare a pensare ed agire in modo positivo riguardo a qualunque situazione: basta sapere cosa si vuole e fare tutti i passi necessari per attuarlo.

Inoltre durante il proprio cammino si possono trovare resistenze, sensi di colpa che impediscono il raggiungimento dei propri obiettivi, ma se analizzati e compresi, si può trasformarli a proprio vantaggio.

Se un atleta non spera di finalizzare azioni e strategie positive, come le esercitazioni provate in allenamento, e teme la vittoria degli altri, allora significa che la sua aspettativa è la sconfitta. Questo è un problema grosso perché quando la mente genera un dubbio, questo influirà sulla prestazione.

Pensare in termini di sconfitta, o al massimo di pareggio in alcuni sport, determina un processo mentale ed emotivo inibitorio, in molteplici ambiti come la muscolatura, la creatività, la fantasia, lo spirito d’iniziativa e questo comporta influenze sulla coordinazione del gesto motorio.

Come migliorare allora? Bisogna credere il meglio, ovviamente secondo le proprie capacità individuali, ma con convinzione: se l’atleta è determinato, ha degli obiettivi ben chiari in mente e crede nel proprio allenatore e alla sua filosofia di intendere la corsa, allora la difficoltà si ridimensiona e la possibilità di evitare conflitti, dubbi aumenta.

Proprio per questo risulta fondamentale e cruciale il ruolo dell’allenatore.

Lui per primo deve pensare ed agire in positivo, per poterlo trasmettere ai suoi atleti, senza contraddizioni. Perché questa ottica comporta l’abitudine del collettivo, e di conseguenza del singolo, a dare sempre, in allenamento e in gara, tutto sé stesso.

E la passione è quel fattore che riesce a far esprimere un’atleta e una persona in questa direzione. Nello sport e nella vita.

Purtroppo però le persone veramente passionali sono poche. E quindi l’allenatore si può ritrovare atleti che riservano una parte di sé stessi ogni settimana, ogni gara, perché voglio esserci anche la gara dopo, oppure non danno il 100% per paura di sbagliare, di infortunarsi; ciò fa si che singolarmente non raggiungeranno mai i risultati ottimali e massimali secondo le loro capacità e potenzialità, e loro stessi ne risentiranno in prima persona, dando mediocrità ai risultati.

Questo è il principio del fallimento.

 

Dr. Paolo Tirinnanzi

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