I disturbi alimentari conoscono una maggiore diffusione nei paesi occidentali a partire dagli anni ‘70-’80 del secolo scorso.

L’anoressia nervosa in particolare, che pure era già conosciuta nel XIX secolo, aumenta la sua incidenza in tutti i paesi occidentali dagli anni ’70. Essa colpisce prevalentemente il sesso femminile ed ha esordio in genere in età adolescenziale.

Nel 1800 erano frequenti i casi di isteria conclamata, oggi pressoché scomparsi e sostituiti da altri disturbi come i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e i Disturbi d’Ansia. Già solo questo dato fa presumere che nella genesi dei disturbi citati intervengano non solo fattori psicologici, ma anche sociali.

L’adolescenza rappresenta una fase di transizione dalla fanciullezza all’età adulta, in essa il processo di crescita psico-fisico subisce una notevole accelerazione. Non è soltanto il corpo a cambiare e ad assumere i caratteri anche sessuali propri dell’adulto, ma anche la psiche, nei suoi aspetti cognitivi ed affettivi.

La maturazione cognitiva in particolare comporta l’acquisizione di capacità di “critica” sconosciute al bambino. L’adolescente “ricapitola” la realtà e la mette in discussione per elaborare una propria, personale visione di essa; da qui i frequenti fenomeni di contestazione. Tale maturazione comporta di conseguenza delle innovazioni nel pensiero e nella cultura e si accompagna forzatamente anche ad una modificazione delle relazioni genitoriali.

In conseguenza sia della maturazione sessuale che di quella cognitivo-affettiva, il processo verso l’autonomia e l’indipendenza, iniziato già subito dopo la nascita, subisce in adolescenza un’accelerazione e non potremmo definire riuscita questa fase se non conduce, al suo termine, ad una condizione in cui l’individuo è in grado di soddisfare i due principali istinti di conservazione propria e di conservazione della specie.

L’acquisizione di un’identità sessuale propria dell’adulto in questo periodo è pertanto solo una componente, anche se è un pre-requisito, da inserire nel più generale processo di “svincolo” dalla completa dipendenza economica e sociale propria del periodo infantile.

Si badi bene che tale processo di “svincolo”, per essere ben riuscito, non deve comportare un deterioramento dei legami affettivi con le figure genitoriali, ma una loro modificazione. Il legame affettivo con i genitori, così importante per la salute psichica dell’individuo, deve mantenersi ed anzi è proprio quando il normale processo di svincolo si inceppa, che esso corre i maggiori rischi di deteriorarsi, per ovvi sentimenti di insoddisfazione e frustrazione a carico soprattutto del figlio/figlia.

Questo processo di “svincolo” che negli animali solitamente avviene senza problemi, nella razza umana è reso più difficile da vari fattori: 1) la durata dell’allevamento dei piccoli, molto più lunga rispetto agli animali, il che comporta sentimenti di familiarità, attaccamento, dipendenza ed interdipendenza molto più forti 2) il numero dei figli per nucleo familiare, notevolmente diminuito nelle ultime decadi, per cui i fenomeni di attaccamento da parte dei genitori nei confronti dei figli hanno spesso acquisito una maggior forza, proprio perché focalizzati su una ridotta o ridottissima prole 3) la complessità e spesso la difficoltà dell’inserimento lavorativo che rende il passaggio da un ambiente “protetto” come quello familiare a quello della società più ampia a volte difficile, tanto più oggi per fenomeni di precarietà lavorativa e mancata valorizzazione del merito.

Se il processo di svincolo si inceppa si va ovviamente contro una legge naturale e le conseguenze sono in genere gravi. Problemi di tossicodipendenza o di salute fisica o psichica riconoscono spesso nella loro genesi difficoltà di “svincolo”.

L’anoressia rientra a mio avviso tra i disturbi che più tipicamente riconoscono alla loro base problematiche di svincolo familiare, con particolare riferimento alla figura materna.

La madre infatti per il suo ruolo tradizionale di accudimento e per fenomeni di identificazione con il figlio dello stesso sesso, è, tra i due genitori, quello più frequentemente implicato nelle problematiche discusse.

Da quanto sopra discende che l’anoressia è un disturbo “sistemico” dell’intero nucleo familiare e che non hanno nessun senso e rischiano di essere inefficaci trattamenti psicologici che fossero focalizzati solo sull’adolescente. In un’ottica sistemica è notevole ricordare che già Charcot nel XIX secolo si era reso conto che l’anoressia migliorava ospedalizzando le giovani e pertanto “staccandole” materialmente dal nucleo familiare.

La famiglia ovviamente non va colpevolizzata, ma aiutata ad affrontare e portare a compimento questa difficile fase della sua evoluzione.

Una figura paterna poco presente può aggravare il problema, ma in ogni caso, per il fatto di far parte integrante del “sistema familiare” difficilmente sarebbe in grado di contrastare forze abnormemente coesive. Ciò vale anche se il padre, per essere stato filogeneticamente il genitore più a contatto con il mondo esterno, appare la figura più idonea a proiettare i figli verso l’autonomia e l’indipendenza.

Occorre una figura esterna al sistema familiare, come lo psicologo psicoterapeuta, per scardinare i meccanismi patogenetici dell’anoressia e promuovere un migliore adattamento del nucleo familiare.

In virtù di quanto esposto, può accadere, come la mia esperienza clinica mi conferma, che quando tra i fattori abnormi di coesione familiare prevalgono quelli a carico dei genitori, l’anoressica possa essere trattata con successo senza che lo psicoterapeuta la veda nel suo studio e interagisca con lei, ma concentri i suoi sforzi unicamente sulla coppia genitoriale.

Una volta individuata e trattata la problematica che ostacola il naturale processo di “svincolo”, anche solo agendo sul genitore o i genitori interessati, lo sblocco dei sintomi e della malattia può richiedere tempi brevi. Tale risultato è coerente con l’aspettativa di una maggiore autonomia di azione e di pensiero nei membri “adulti” del sistema familiare, che sono in uno stadio più avanzato di sviluppo e di indipendenza, anche economica, e sui quali pertanto l’azione dello psicoterapeuta risulta più efficace.

Di più, in una malattia grave come l’anoressia, l’invischiamento dell’adolescente nel sistema familiare è particolarmente tenace e corrispondentemente ridotta la sua capacità di agire, motivi per cui l’intervento sugli altri membri del sistema, dotati di maggiore autonomia, risulta particolarmente necessario. Tale approccio risulta inoltre particolarmente vantaggioso e imprescindibile quando l’adolescente rifiuta la terapia psicologica e persino di consultare uno psicologo. 

Si è accennato a terapie individuali o della coppia genitoriale, ma presumibilmente hanno pari o maggiore efficacia interventi di terapia familiare. Tuttavia, nonostante si sia detto che l’anoressia nervosa è un disturbo sistemico, non necessariamente la terapia deve essere ad indirizzo sistemico-relazionale. Altri indirizzi possono essere ugualmente efficaci ed anche più veloci; cito, tra gli altri, la Strategica Breve e la Gestalt.

Coerentemente, anche con quanto sopra ricordato a proposito dei possibili ostacoli al processo di “svincolo”, mi sembra molto plausibile che tra i fattori sociali implicati nell’aumento dell’anoressia sia da considerare di notevole rilevanza la diminuzione della natalità per nucleo familiare.

Da ultimo occorre ricordare che quanto detto a proposito dei ruoli materno e paterno è una considerazione di carattere generale e che perciò tali ruoli potrebbero essere invertiti in casi specifici.

 

    BIBLIOGRAFIA

  1. Clerici F. Lugo R. Papa G. Penati Disturbi alimentari e contesto psicosociale. Bulimia, anoressia e obesità in trattamento ospedaliero 1996 Ed Franco Angeli
  2. Costantino L'anoressia Storia, psicopatologia e clinica di un'epidemia moderna, 2008 Ed. Liguori 
  3. Lutte Psicologia degli adolescenti e dei giovani, 1987 Il Mulino
  4. Dall’individuo al sistema Manuale di psicopatologia relazionale, a cura di M. Malagoli Togliatti e U. Telfener, 1991 Bollati Boringhieri