Sesso biologico e identità di genere non sempre collimano e possono sovrapporsi in diversa misura.

Per sesso biologico si intende l’insieme delle caratteristiche genetiche e anatomiche che permettono di categorizzare gli individui come maschi, femmine o intersessuali.

Il termine “genere” invece comprende tutte quelle caratteristiche psico-socio-culturali che la società attribuisce comunemente ad ogni individuo in base al suo sesso biologico alla nascita.

Ne deriva che un individuo possa non riconoscersi negli stereotipi di ruolo e di comportamento che una determinata cultura assegna al sesso biologico che lo contraddistingue e che la sua “identità di genere” pertanto non corrisponda al proprio sesso biologico. Questa condizione è anche chiamata, in senso lato, transessualismo.

Per “identità di genere” si intende “l’esperienza personale, quella consapevolezza interiore della propria individualità maschile o femminile, vissuta come coerente e persistente” (F. Ferrari 2012/2013)

 

Categorie diagnostiche nel DSM IV e nel DSM V

Nel DSM IV la discrepanza tra sesso biologico e identità di genere veniva denominata Disturbo dell’Identità di Genere (DIG), l’ultima edizione del Manuale, il DSM V, sostituisce la precedente classificazione con “Disforia di Genere”, definita come una marcata incongruenza tra il proprio genere esperito/espresso ed il genere assegnato (derivante dal sesso biologico), sottolineando con il termine “disforia” la necessarietà di distress clinicamente significativo.

I criteri necessari per cui si possa parlare di disforia di genere negli adolescenti/adulti rimandano sia all’avversione per il proprio sesso biologico, sia al desiderio di ottenere caratteristiche di un diverso sesso e di appartenere ad un diverso genere, sia alla convinzione degli individui di avere sentimenti e reazioni tipiche di un genere diverso da quello assegnato. C’è poco spazio in questa definizione per l’esplorazione dei vissuti dell’individuo circa la sua valutazione degli aspetti psico-socio-culturali legati al genere comunemente associato al proprio sesso biologico.

Si riportano di seguito i suddetti criteri:

Criteri diagnostici per la Disforia di Genere in Adolescenti ed Adulti - 302.85 (F64.1)

  1. Una marcata incongruenza tra il proprio genere esperito/espresso ed il genere assegnato, con almeno 6 mesi di durata, come dimostrato dalla presenza di almeno 6 dei seguenti punti
  2. Una marcata incongruenza tra il proprio genere esperito/espresso e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o in giovani adolescenti, le previste caratteristiche sessuali secondarie).
  3. Un forte desiderio di sbarazzarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa dell’incongruenza con il proprio genere esperito/espresso (o nei giovani adolescenti, desiderio di impedire lo sviluppo delle attese caratteristiche sessuali secondarie).
  4. Forte desiderio di ottenere le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie dell'altro genere
  5. Forte desiderio di appartenere all'altro genere (o ad un genere alternativo diverso da quello assegnato).
  6. Forte desiderio di essere trattato come membro dell'altro genere (o di qualche genere alternativo diverso da quello assegnato).
  7. Forte convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici dell’altro genere (o di qualche genere alternativo diverso da quello assegnato).
  8. La condizione è associata a disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.

 

Cause e variabilità

Le cause della Disforia di Genere non sono ancora state accertate con chiarezza e sono per lo più invocate cause ormonali o psico-sociali che avrebbero influito a partire da età molto precoci nel periodo evolutivo. Tra le seconde sembra frequente l’esistenza di relazioni disturbate con uno o tutti e due i genitori.

L’identità di genere nei transessuali può assumere diverse sfumature: ci sono individui che desiderano transitare nel sesso biologico opposto anche con una riconversione chirurgica, altri che si limitano ad effettuare trattamenti ormonali, altri che non si riconoscono nel binarismo di genere uomo-donna e possono percepirsi come qualcosa di “altro”. Diversi perciò possono essere i desideri e i comportamenti di chi percepisce un’incongruenza tra sesso biologico e identità di genere.

Il DSM V riconosce la categoria Altra Disforia di Genere Specificata – 302.6 (F64.8) per tutti quei casi in cui i sintomi non soddisfano tutti i criteri della Disforia di Genere.

 

La valutazione psicologica nell’iter per la riattribuzione di sesso

L’iter medico di riattribuzione chirurgica di sesso (RCS), previsto dalla legge italiana e attuato secondo le linee guida dell’ONIG (Osservatorio Naz. Sull’identità di genere) e del WAPTH (World Professional Association for Transgender Health) prevede un’iniziale valutazione psicologica dell’individuo di 4-6 mesi prima che lo stesso venga inviato ai trattamenti ormonali e chirurgici.

Contemporaneamente ai trattamenti ormonali le stesse linee guida prevedono un periodo di 8-12 mesi, denominato RLT (Real Life Test) in cui l’individuo si impegna a vivere concretamente e continuativamente nel quotidiano un’esperienza di vita che lo collochi nel genere desiderato.

Durante il RLT lo psicologo continua a seguire e sostenere il soggetto nelle nuove esperienze e condizioni che si trova a vivere, determinate dai cambiamenti di aspetto e di umore a seguito dei trattamenti ormonali, in un processo in cui si concretizza maggiormente nella vita reale l’esperienza di appartenere all’altro sesso.

Logica vuole che l’individuo che inizia un percorso di cambiamento di sesso, non possa in precedenza conoscere, per non averle appieno sperimentate, tutte le implicazioni ormonali, psicologiche e sociali derivanti dall’appartenenza al sesso e genere desiderati e il periodo di RLT è una indiretta conferma di questo concetto.

L’allineamento tra sesso biologico e identità di genere attuato con l’ausilio di una RCS, tra l’altro, non potrà, per ovvi limiti fisici, essere completamente equiparabile a quello di una condizione di non-transessualismo.

Mi appare invece evidente in questi casi che ciò di cui l’individuo è pienamente consapevole è il desiderio di non appartenere al proprio sesso biologico e genere assegnato.

In altre parole a mio avviso l’accento “psicologico” nella definizione di transessualismo andrebbe posto non solo sul “sentire di appartenere all’altro sesso, diverso dal proprio biologico”, come comunemente e attualmente sottolineato da vari autori che si occupano del tema, e sui “desideri di appartenere a diverso genere”, come ripetutamente sottolineato anche dal DSM V, ma anche ed in primis sul “sentire di non voler appartenere o non appartenere al proprio sesso biologico e alle relative implicazioni di genere”.

Questa diversa focalizzazione dell’attenzione sul “sentire” del transessuale potrebbe essere rilevante e una più completa indagine sui vissuti sembra corretta nella prima fase di valutazione da parte dello psicologo nella RCS, perché sposta l’accento da una “condizione proattiva” (il cambiamento di sesso) agli aspetti psicologici della condizione “quo ante”, aprendo maggiormente l’indagine sui fattori psico-socio-culturali che possono aver influito nel manifestarsi del transessualismo.

 

BIBLIOGRAFIA

Federica Ferrari, Transessualismo e DSM: vicissitudini di una controversa categoria diagnostica a.a. 2012-2013

Baldaro verde, Graziottin, L’enigma dell’identità. Il transessualismo, 1991