L'articolo discute il significa del termine "dipendenza" in relazione agli psicofarmaci. Si distinguono la dipendenza "temuta", quella legata alla cronicità della malattia, e quella che può essere generata dai farmaci stessi.

Una delle preoccupazioni principali dei pazienti che si avvicinano al mondo della psichiatria è la paura di poter "diventare dipendenti da psicofarmaci".
Altre branche della medicina hanno timori analoghi: alcuni temono gli antibiotici perché pensano che facciano genericamente "male al fegato" o siano debilitanti, in altri casi c'è il terrore delle terapie oncologiche per i loro effetti che, seppur transitori, sono vissuti in maniera umiliante (il vomito, la perdita dei capelli).

La "dipendenza da psicofarmaci" è una paura diversa.

Non è soltanto aver paura, è pensare che in fondo il cervello non può essere veramente malato, e che quindi ricorrere ai farmaci sia un "vizio" o una tentazione al benessere artificiale che si dovrebbe evitare.

Chi prende gli psicofarmaci (nome generico e privo di senso medico) rischia -secondo questo ragionamento- di inteferire con un processo che avrebbe anche soluzioni più "naturali" e definitive. Lo psicofarmaco quindi non sarebbe curativo ma cronicizzerebbe la malattia.

Ma allora esiste la dipendenza da psicofarmaci?

Passiamo in rassegna alcune situazioni.

A) Dipendenza può voler dire che quando si prova a sospendere un farmaco assunto a lungo, non si riesce a farlo in maniera facile perché al calo di dose subentrano subito i sintomi "temuti", per esempio ansia o insonnia, cosicché la persona riprende subito il farmaco alla dose di prima e ci rimane attaccato per mesi o a volte per anni.
Questo fenomeno è caratteristico di alcuni farmaci, come le benzodiazepine, alcuni sonniferi e anche qualche antidepressivo.
Il problema della loro sospensione è però un falso problema: nei soggetti ormai assuefatti la sospensione brusca o riduzione di questi farmaci produce la cosiddetta astinenza, che consiste in sintomi opposti a quelli indotti in origine dal farmaco (quindi l'astinenza da ansiolitico-sonnifero comporterà ansia e insonnia).
L'astinenza è un fenomeno passeggero, ma può essere pericoloso perché può comportare crisi epilettiche, potenzialmente letali. La riduzione graduale della dose, lentamente nel tempo, evita questo tipo di rischio e consente di non soffrire di astinenza.
Se nonostante questo le condizioni peggiorano in maniera progressiva, o se neanche una riduzione graduale è possibile senza disagio, probabilmente "sotto" cova un disturbo psichico che, stuzzicato dalla riduzione dell'ansiolitico, fa capolino immediatamente, anche scendendo di poche "gocce" o di mezze compresse.
In teoria questa situazione potrebbe essere evitata con un corretto uso dei tranquillanti e dei sonniferi, che mai dovrebbero essere prescritti a tale scopo per mesi, pena lo svilupparsi della assuefazione e quindi del problema della sospensione graduale.
Inoltre il paziente ansioso assuefatto all'ansiolitico che cerca di ridurlo, è spaventato dal riemergere dell'ansia, e rimane convinto - sbagliando - che il farmaco sia necessario per tenere a freno l'ansia. Mentre invece è solo vero che l'ansia ricompare alla sospensione, ma a cose normali è meglio controllata per un equilibrio spontaneo del cervello, che per fortuna si è ristabilito.

B) Dipendenza può voler dire che tutte le volte che sospendo o riduco la terapia, senza avere fenomeni di astinenza o fastidi durante la sospensione, dopo un pò ritorno ad avere i sintomi.
La maggior parte dei pazienti che lamenta questo problema è concentrata sulla necessità di "togliere i farmaci", mentre evita di prendere in considerazione la natura della propria malattia.
Le ricadute dopo sospensione della cura di regola non sono "nuovi episodi" di malattia, ma semplicemente l'andamento della malattia.
Niente di strano che a periodi si stia in equilibrio al punto di non aver bisogno "attuale" delle medicine, ma che in loro assenza dopo un pò il disturbo di ripresenti. Alcuni pazienti pensano che assumendo a lungo dei medicinali il cervello non vada mai "a posto da sé", come succederebbe se si fosse atteso senza iniziare a prenderli. Una falsità.
E' se mai evidente il contrario, cioè che le terapie consolidate da un'assunzione continuata a dosi efficaci lasciano una possibilità maggiore di poterle un giorno sospendere senza ricadute.
Ma il primo fattore rimane sempre la diagnosi, cioè il tipo di malattia per cui si iniziano a prendere i farmaci.
Pensare che "se si iniziano a prendere i farmaci non si smette più", è un pensiero che non prende neanche in considerazione l'esistenza dei disturbi mentali: c'è il malato, ci sono i farmaci, e il rapporto che stabiliscono, ma non un pensiero va alla ragione per cui si iniziano ad assumere, cioè la malattia.
E' certamente più rassicurante pensare di non avere nessuna malattia, e che quando si parla di cervello si parla di malattie "per modo di dire". Più utile è invece farsi spiegare bene in cosa consistono le malattie e farsi fare una prognosi.
Anche perché chi più si cura meno si cura, alla fine dei conti. Assumere le cure da subito, per lungo tempo e a dosi consistenti significa ridurre le ricadute e la cronicizzazione dei sintomi: di conseguenza significa meno rischio di avere forme resistenti o ricadute particolarmente pesanti, che necessitano di cure più complicate e più "massicce".
Dipendere da una terpaia non signfica altro che poter contare sul suo effetto curativo in maniera stabile nel tempo. Così ragionerebbe un diabetico che assume l'antidiabetico, un infartuato che assume il farmaco per prevenire un nuovo infarto, il trapiantato che deve evitare il rigetto dell'organo.
Il pensiero che "il mio benessere dipende da un farmaco" dovrebbe essere motivo di sollievo, perché significa che ho a disposizione una soluzione stabile per la mia malattia. Non dovrebbe essere motivo di demoralizzazione o vergogna, come se ci fossero altre strade intentante o ormai perdute con le quali si sarebbe potuti guarire una volta per tutte o semplicemente uscire da un "brutto periodo" che sembrava una malattia...

C) Dipendere può infine voler dire trovarsi senza più libertà di evitare di usare una sostanza, che può anche essere un farmaco legalmente in commercio, per una spinta impulsiva a usarlo spesso e a dosi elevate, alla ricerca di un effetto gratificante. Questa condizione è la cosiddetta tossicodipendenza, o tossicomania, ed è diversa dalle precedenti: non è un legame per paura o per coprire un qualche malessere quando la sostanza è tolta o ridotta; e non è neanche un uso che serve a qualcosa, da cui dipende una condizione di benessere.
Si tratta di un legame ad una illusione di benessere che si tenta di riprodurre con l'uso di un farmaco, spesso in condizioni di assuefazione dovuta all'uso massiccio e regolare.
Questa è l'unica forma di dipendenza veramente temibile, si sviluppa soltanto con alcune molecole, che posseggono questa proprietà, e va trattata come un problema a se stante. Per approfondimento vedi articolo sulla "dipendenza da benzodiazepine".
 

In sintesi la dipendenza può significare:

  • difficoltà a smettere una medicina a cui si è assuefatti ma che non svolge alcuna funzione terapeutica;
  • essere affetti da una malattia che può essere controllata a patto di assumere continuativamente e a certe dosi una medicina per periodi lunghi, talvolta indefiniti (a vita);
  • subire le conseguenze di una spinta incontrollabile a usare una medicina come fonte illusoria di benessere (tossico-dipendenza).

Nelle terapie con farmaci specifici non esiste quindi la dipendenza intesa come legame con un farmaco che trasforma un disturbo guaribile in disturbo cronico, perché il cervello si abitua a star bene soltanto con il farmaco anziché riorganizzarsi da solo. Un problema del genere deriva soltanto da un legame psicologico con i tranquillanti, che infatti si raccomanda di assumere per periodi limitati.