Questo articolo descrive l'utilità dei programmi di Parent training di matrice comportamentale e spiega alcune tecniche insegnate in tali training, come la “token economy” ed il “time out”, che se apprese e applicate dai genitori di bambini con particolari difficoltà (handicap, deficit specifici di apprendimento, ecc.) o comportamento problematico, possono produrre un miglioramento nel comportamento del bambino e di conseguenza nel rapporto genitori - figli

Parent Training 

Quando parliamo di  “Parent Training” ci riferiamo ad un’ attività di formazione di gruppo, di solito condotta da psicologi esperti, destinata ai genitori di bambini con particolari difficoltà (handicap, deficit specifici di apprendimento, ecc.) o comportamento problematico, avente lo scopo di promuovere maggiore consapevolezza e competenza nella risoluzione di problematiche inerenti la gestione e l’educazione dei figli. L'applicazione di alcune tecniche educative, che vengono insegnate in tali training, producono un miglioramento del comportamento dei figli a casa e del rapporto genitori - figli.

Diventa quindi fondamentale formare il sistema parentale che, in ogni processo educativo familiare che sia in qualche modo positivo, sono guida e modello di pensiero, sentimento e comportamento per i propri figli fino alle soglie della tarda adolescenza, cioè fino ai 16 anni circa. Dopo quest’età sono ancora dei riferimenti importantissimi, ma non costituiscono più il modello per eccellenza, né tantomeno sono visti come capaci di guidare in modo soddisfacente il giovane alla scoperta del mondo esterno.

Un genitore, per essere modello di suo figlio, deve avere qualità desiderabili da imitare, deve mostrarle in modo opportuno e deve saper comunicare come sia possibile costruirle. Tanto per capirci, una madre disordinata, che non sa gestire gli appuntamenti della sua giornata, e un padre taciturno e introverso non possono pretendere che il proprio figlio impari da loro ad essere organizzato, comunicativo e socievole.

Cosa vogliamo trasmettere ai nostri figli? Che sappiano sintonizzarsi col mondo quel minimo indispensabile per non rimanere isolati? Che sappiano organizzare le loro risorse per far fronte alle difficoltà? Che sappiano gestire i momenti di rabbia e di sconforto senza farsene divorare? Se vogliamo trasmettere queste competenze ai nostri figli dobbiamo in primo luogo averle noi. Il primo passo del parent-training è quindi scoprire i propri limiti e porvi rimedio nel più breve tempo possibile; il modo in cui noi impariamo passo dopo passo a gestire il tempo, a risolvere i problemi, a prendere le decisioni, a gestire le nostre emozioni e a sintonizzarci con gli altri è lo stesso che dovremo far seguire ai nostri figli.

 

Come insegnare una procedura

Spesso accade che i genitori si sgolino e si disperino per costringere i figli a svolgere compiti casalinghi che danno per scontati, ma che i ragazzi non hanno idea di come si portino a termine.

Nei programmi di parent training si può formare il genitore su come insegnare una procedura ai loro figli. Cosa deve fare un genitore in tal caso?

Se un genitore vuole insegnare una procedura al figlio, deve per prima cosa descrivere l’obiettivo da raggiungere, poi spiegare le procedure per raggiungerlo, far vedere al figlio come le applica, farle eseguire sotto la sua supervisione e farle fare senza supervisione controllando il risultato. Ad esempio, se l'obiettivo del genitore è che il ragazzo impari a rifarsi il letto applicherà le seguenti fasi:

  1. fisserà l'obiettivo, dicendo ad esempio: “Prima di scendere a colazione, devi rifarti il letto”;
  2. darà le istruzioni per raggiungerlo, ad esempio dicendo: “Devi tirare su le lenzuola, stenderle, metterci il cuscino e poi stenderci sopra il copriletto”;
  3. farà da modello esecutivo, rifacendo il letto e spiegando al ragazzo cosa sta facendo passo dopo passo ponendo attenzione che il ragazzo lo stia osservando; 
  4. svolgerà da supervisore, facendo rifare il letto al ragazzo, osservandolo e correggendolo se necessario;
  5. e, infine, lo farò rifare a lui da solo verificando solamente il risultato finale (controllo).

Se una di queste fasi non riesce, si ricomincerà la procedura dalla fase precedente a quella fallita, finché il ragazzo non dimostra di saperlo fare da solo. Solo a questo punto il genitore potrà ragionevolmente pretendere da suo figlio lo faccia. 

 

L’importanza di una buona comunicazione

In questo processo di modellamento bisogna fare attenzione alla comunicazione utilizzata. Modi di dire sarcastici, toni rabbiosi, spazientiti, affermazioni critiche, atteggiamenti rassegnati vanno completamente banditi dallo stile comunicativo dei genitori, altrimenti non saranno in grado di insegnare niente. La comunicazione ad un figlio con problemi comportamentali dovrà essere sempre chiara, breve e diretta agli obiettivi che si vuole fargli raggiungere. L’atteggiamento dovrà essere calmo e sereno; se un genitore stanco e nervoso vuole evitare di cadere in interminabili discussioni, pianti e capricci, sarà meglio che rimandi gli scambi di modellamento a quando sarà un po’ più tranquillo.

I messaggi diretti al bambino devono essere formulati con poche parole, semplici, e devono riferirsi a contenuti oggettivi ed evidenti. Asserzioni che rispettano questi criteri sono, ad esempio: “La mattina alle 8 devi vestirti”, “Non devi alzarti durante la cena”, “Prepara stasera la cartella per domani”. È importante accertarsi che il messaggio inviato sia recepito, e per questa ragione è consigliabile stabilire con il ragazzo un contatto oculare mentre si parla. Inviato il messaggio, se si nutre qualche dubbio sul fatto che sia stato recepito, basta semplicemente dire: “Ripeti, per favore” e aspettare la ripetizione del messaggio. Se questa non viene, senza spazientirsi, si ripete nuovamente la frase.

 

Pazienza

Il modellamento del comportamento deve essere un processo graduale, e non si può pretendere che il ragazzo cambi completamente dall’oggi al domani. Le competenze che si vogliono insegnare dovranno essere scomposte in tante abilità che mirano a risolvere problemi specifici e ad ottenere precisi obiettivi. Non si può insegnare, ad esempio, a “studiare” tutto in una volta; si insegnerà dapprima a controllare i compiti sul diario, poi a liberare la scrivania, quindi a prepararsi il necessario per lo studio, e infine si insegneranno le strategie di studio adatte alle singole materie.

Si selezionano quindi gli obiettivi più importanti che il ragazzo deve raggiungere, glieli si scompone in parti e gli si propone una parte alla volta, aggiungendo una nuova meta solo quando la precedente è stata raggiunta.

 

Motivazione attraverso i rinforzi

Perché un bambino o un ragazzino dovrebbero rifarsi il letto, lavarsi i denti, portare i libri a scuola quando la vita scorre molto più facilmente senza occuparsi di queste cose? Tanto ormai i rimproveri dei genitori e della maestra nemmeno li sentono più, la bocciatura è un concetto troppo vasto o troppo in là nel tempo perché lo prendano in considerazione, e comunque, alla fine, l’accesso alla televisione, la paghetta, i giochi per il computer e i regali settimanali della nonna sono sempre garantiti.

Per definizione, chi ha problemi di comportamento impiega una grande quantità di risorse per riuscire ad autoregolarsi; spesso non ha nemmeno le risorse necessarie per farlo e, in ogni caso, vive questo tentativo come uno sforzo estremamente spiacevole, a volte doloroso. Non stupisce quindi che preferisca sorbirsi brutti voti, insulti, minacce e anche percosse piuttosto che impegnarsi in un tentativo di controllo del proprio comportamento. Perché un processo di modellamento possa funzionare, il beneficiario deve essere motivato a imparare e mettere in atto i comportamenti che gli vengono proposti; lo sforzo importante che richiede quindi questo apprendimento dovrà essere sostenuto da un piano di rinforzo, cioè dall’uso intelligente di premi e punizioni.

Ogni volta che il ragazzo rispetta la regola e mette in atto il comportamento desiderato, deve ricevere un rinforzo. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Quelli positivi sono degli effetti piacevoli che seguono il comportamento, cioè dei premi: caramelle, soldi, tempo libero, giocattoli. I rinforzi negativi sono delle ricompense in cui vengono tolte conseguenze spiacevoli: “Se fai bene questi tre esercizi, potrai saltare gli altri”, “Se rimetti in ordine la stanza, stasera non dovrai sparecchiare la tavola” e simili sono tutti rinforzi negativi. Dopo che una sequenza di azioni ottiene un rinforzo, essa sarà emessa nuovamente in ogni altra occasione dove la persona ipotizza che potrà ottenere quella o un’altra ricompensa.

Perché un rinforzo sia efficace, il valore che il soggetto gli attribuisce deve essere proporzionale all’impegno profuso e il tempo che intercorre fra il comportamento e il rinforzo deve essere il più breve possibile: è inutile ricompensare una persona con qualcosa che non desidera il giorno dopo che ha compiuto l’atto meritevole. Il tipo di premio dovrebbe quindi variare anche con l’età del soggetto: un bambino sotto i 10 anni dovrebbe ricevere tanti premi tangibili di poco valore, come figurine, caramelle, o il permesso di giocare dieci minuti col computer (ovviamente si presuppone che il genitore abbia il controllo e la gestione di queste risorse!), mentre un ragazzo più grande dovrebbe ricevere meno premi, ma più sostanziosi.

 

Un sistema di rinforzi e punizioni: “l’economia dei gettoni”

Non c’è sistemi di premi che sia efficace senza l’uso intelligente di conseguenze negative che seguono i comportamenti dannosi per sé o per gli altri. In primo luogo, le condizioni che comportano una punizione, così come le condizioni che comportano ricompense, devono essere stabilite e negoziate in anticipo, in modo che il ragazzo sappia quali sono le specifiche conseguenze che seguiranno determinati comportamenti. In secondo luogo, le punizioni non devono mai riguardare l’affetto o la stima, che devono essere sempre garantiti a priori, e non devono essere mai somministrate con rabbia, ma con serena fermezza.

Un sistema per rendere rinforzi e punizioni ancora più efficaci consiste nell’organizzarli in un piano di rinforzo, il più comune e il più noto fra i quali è “l’economia dei gettoni”.

L’economia dei gettoni prevede, prima di iniziare ad emettere ricompense, che tutta la famiglia si sieda intorno ad un tavolo e stabilisca in una lista gli obiettivi da raggiungere e il loro valore in gettoni, proporzionale all’impegno richiesto al ragazzo e ai suoi fratelli o le sue sorelle per raggiungerlo. Avremo quindi una lista di azioni da ricompensare di valore crescente; quando i ragazzi porteranno a termine queste azioni, riceveranno il corrispettivo numero di gettoni. Fatto questo, si stabilisce una lista di azioni che non devono essere fatte, cioè di comportamenti che sono soggetti a punizioni, con il relativo valore in gettoni; quando i ragazzi commettono queste azioni perdono il corrispondente numero di gettoni, che viene sottratto dal loro montepremi. Questa perdita di gettoni è ciò che si chiama “costo della risposta”.

Il sistema deve essere pensato in modo tale che, per quanto compromessa possa essere la capacità di autoregolazione del ragazzo, a fine giornata possa guadagnare sempre un po’ di gettoni.

Oltre alla lista dei comportamenti premiati e la lista di quelli puniti, si costruirà infine una lista di premi e benefici (rinforzi positivi e negativi) e il corrispettivo valore in gettoni. In questo modo i ragazzi potranno “comprare” con i gettoni accumulati quello che desiderano.

Riportiamo una tabella esemplificativa:

Lista degli obiettivi

 Gettoni

Lista delle proibizioni

 Gettoni

Lista dei premi

 Gettoni

 

 

 

 

 

 

Rifarsi il letto

10

Urlare per casa

5

Gelato

5

Sparecchiare

5

Picchiarsi

20

Pacchetto di figurine

5

Prepararsi la cartella

5

Darsi fastidio con pizzichi, spinte

10

Gioco per Playstation

200

Rimettere in ordine la stanza

20

Usare tv/computer senza permesso

5

15 minuti di gioco con la Playstation

40

 

Una variante del sistema dei gettoni prevede un premio settimanale di entità variabile in base al punteggio accumulato durante la settimana.

 

Il time out

È possibile che il ragazzo metta in atto comportamenti che non si placano con il costo della risposta. Per questi atteggiamenti è necessario utilizzare una procedura di time-out. Il termine time out indica sospensione di ogni attenzione, gratificazione o soddisfazione e consiste nell’allontanare il ragazzo dalla situazione in cui si verifica il comportamento indesiderabile, collocandolo in un luogo tranquillo, privo di qualsiasi interesse o stimolazione, entro 10 secondi da quando si è verificato il comportamento.

Il time out va utilizzato con bambini tra i 3 e i 12 anni e deve essere rispettato un certo rapporto tra età del bambino e numero di minuti che dovrà passare in time out: è consigliabile far rimanere il bambino in time out un minuto se ha tre anni e, successivamente, aggiungere un minuto per ogni anno. Riportiamo un elenco di passi da seguire per l’applicazione del time out:

  1. Scegliere un comportamento-bersaglio per il quale usare il time out.
  2. Scegliere un posto noioso e monotono per il time out.
  3. Spiegare al ragazzo in che cosa consiste il time out; il messaggio che il bambino dovrebbe percepire è: “Questo tuo comportamento è inaccettabile; è necessario che tu stia per qualche minuto isolato, per interrompere subito questo comportamento e perché tu possa pensare a un modo diverso di comportarti”.
  4. Quando il comportamento-bersaglio si verifica, collocare immediatamente il bambino nel posto scelto per il time out, non impiegando più di 10 parole e 10 secondi.
  5. Portare il timer, impostare la suoneria e collocarlo a una distanza tale che il bambino possa sentirlo.
  6. Rimuovere ogni attenzione dal ragazzo e fare in modo che egli non trovi alcuna distrazione finché il timer non suona.
  7. Chiedere al bambino, dopo che è suonato il timer, il motivo per cui è stato mandato in time out, e impedire che la stanza del time-out venga abbandonata finché il ragazzo non dà la risposta corretta.

 

 Conclusioni

I programmi di Parent training si differenziano per l’approccio teorico e metodologico di riferimento. Quelli di matrice comportamentale teorizzano che molti dei comportamenti disfunzionali messi in atto dai bambini dipendano fortemente da una gestione inadeguata di quest’ultimi da parte dei genitori, che in tal modo possano favorire il mantenimento di tali condotte nel bambino fino all’instaurarsi di un circolo vizioso, che Patterson definisce ciclo di coercizione. Se ad esempio, di fronte ad un bambino che si rifiuta di terminare i compiti perché vuole giocare a pallone, il genitore, stanco dei suoi capricci, alla fine lo asseconda, si producono due conseguenze:

  1. Un rinforzo positivo del comportamento indesiderato messo in atto dal bambino, ovvero il figlio impara che piangendo, o comunque persistendo nel suo rifiuto di obbedire, potrà ottenere ciò che desidera;
  2. Un rinforzo negativo del comportamento del genitore ovvero il genitore impara che se asseconda il bambino, seppur momentaneamente, ottiene la cessazione del pianto da parte del figlio, e ciò condurrà il genitore a smettere via via di fare richieste al figlio.

Se invece, di fronte ai capricci del figlio, un genitore emette un comportamento punitivo di tipo aggressivo, in caso di successo (il bambino smette di piangere e si mette a finire i compiti) verrà rafforzato questo tipo di soluzione, e il modello aggressivo risulterà vincente per il bambino che, di conseguenza, potrà riprodurre in altre circostanze per raggiungere i propri scopi.

In un programma di Parent Training si insegna ai genitori come bloccare questi circoli viziosi spiegando loro come si instaurano e come vengono mantenuti e fornendo loro delle alternative più funzionali rispetto alle modalità disfunzionali di intervento impiegate. Negli incontri vengono presentate le diverse tecniche educative (rinforzo, punizione, costo della risposta, ecc.) anche attraverso dimostrazioni pratiche. I genitori possono applicare la tecnica appena appresa sia in classe, attraverso giochi di ruolo, che a casa tramite gli homework (compiti) assegnati per quella specifica abilità. 

 

Bibliografia

  • G. Martin, J. Pear, SRATEGIE E TECNICHE PER IL CAMBIAMENTO, ed. Mc Graw Hill , 2000
  • C. Cornoldi et al. IMPULSIVITA’ E AUTOCONTROLLO, ed.Erickson, 1996