Imparare a conoscere le emozioni è fondamentale per poterle meglio gestire soprattutto per gli operatori sanitari e socio-assistenziali e per i caregiver famigliari, ma non di meno per le persone che stanno affrontando un importante percorso di cura.

Ogni operatore che lavora con persone gravemente ammalate o con importanti disabilità, ogni individuo che si deve far assistere e ogni caregiver famigliare, cioè ogni persona che si prende cura in modo continuo del proprio caro ammalato,  vivono continuamente emozioni intense e diverse.

Per la psicologia, le emozioni sono stati affettivi acuti che si manifestano come un’esperienza complessa, cioè mediante variazioni sia psicologiche che fisiologiche da cui scaturiscono vissutiche, nella malattia, vanno dalla tristezza per il senso di solitudine alla gioia per un miglioramento, dalla rabbia per un insuccesso all’ansia verso il domani, solo per fare alcuni esempi, e che coinvolgono in modo differente tutti gli individui che partecipano al percorso di cura e di assistenza.

Le variazioni psicologiche dovute alle emozioni

L’apporto psicologico alla risposta emotiva è molto articolato e comprende tre importanti settori psicologici fra di loro interagenti: quello del vissuto interiore, quello dell’elaborazione cognitiva e quello della modificazione del comportamento.

Il vissuto interiore riguarda tutte le sensazioni emotive consapevoli e inconsapevoli della persona e le dinamiche intrapsichiche che si attivano. Succede, a volte, che una persona si commuova per un determinato argomento stupendosi lei stessa di quanto lo stia sentendo emotivamente e non comprendendone il motivo. Un altro esempio è il meccanismo di difesa della regressione attraverso cui la persona ammalata, che vive una forte sofferenza, regredisce a livello psicoaffettivo ai bisogni infantili di accudimento e contatto con vissuti emozionali inerenti.

L’elaborazione cognitiva concerne il pensiero, le cause e i significati che la persona assegna a quella data emozione. Essa rappresenta il modo attraverso il quale viene interpretata la situazione attivando così la specifica emozione. Per esempio, il paziente che si arrabbia, perché crede di essere trascurato dall’operatore, sta provando quell’emozione (rabbia) a causa del modo col quale interpreta il comportamento dell’altro (trascuratezza nei suoi confronti).

La modificazione del comportamento riguarda le azioni che le emozioni influenzano nella persona, come il camminare in fretta per il timore di non riuscire a parlare col medico oppure il “saltare” dalla gioia. Fanno parte del comportamento anche la gestualità del corpo e del viso come gli occhi e la bocca spalancati per la sorpresa o le mani nei capelli dalla disperazione.


Le variazioni fisiologiche dovute alle emozioni

Ogni cambiamento emotivo  comporta momentaneamente delle variazioni fisiologiche: l’ansia può aumentare la percezione del dolore fisico, la paura può far irrigidire i muscoli,  e questa rigidità può ripercuotersi negativamente sulla sensazione del dolore e sull’umore, e la rabbia può far aumentare la pressione sanguigna.  

Alcune variazioni fisiologiche possono risultare altamente disagevoli soprattutto se si presentano insieme, come nel caso delle alterazioni del respiro, dei disturbi del sonno, delle cefalee, della tachicardia che possono essere tutti prodotti dall’ansia.

Ci sono emozioni che hanno una tipologia di reazione fisiologica talmente preponderante da renderla tipica per quella emozione, come il rossore al volto per l’imbarazzo, lo “sbiancarsi” del viso per la paura o la voce stridula della rabbia.

Conoscere le reazioni fisiche delle emozioni è importante per comprendere meglio come aiutare quella persona. Se, per esempio, influenziamo positivamente le emozioni dell’altro possiamo influire sul suo stato psicologico e fisico aiutandolo ad essere più rilassato e a vivere in modo meno intenso le emozioni negative. Basti pensare alle ricerche fatte sui Clown di Corsia che hanno dimostrato gli effetti benefici della “terapia del sorriso” sui livelli di ansia dei pazienti oltre che su una migliore risposta alle cure mediche.

Ciò non significa che bisogna sempre far ridere le persone ammalate, a volte è importante farle sorridere, altre ascoltarle e altre ancora stimolarle a contattare e a tirare fuori le proprie risorse.


Le motivazioni alla base delle diverse reazioni emotive

Ognuno reagisce alle situazioni in base alla propria personalità, alla propria storia clinica ed esistenziale, al tipo di rapporto che ha con gli altri diretti interessati e al contesto ambientale in cui si trova in quel momento.

Se, per esempio,  il caregiver famigliare riceve la notizia di un peggioramento clinico del proprio caro ammalato in un contesto ambientale in cui è solo o con un altro famigliare di riferimento, probabilmente potrà reagire a livello emotivo più liberamente che se fosse in presenza del paziente o insieme ad altre persone sconosciute.

Per quanto riguarda invece la personalità, essa influenza il vissuto emotivo poiché è attraverso il proprio carattere che la persona media le scelte, i vissuti psicologici e le reazioni comportamentali.

Il paziente reagisce a determinati turbamenti con modalità proprie che possono concernere, per esempio, la passività o l’intraprendenza, il controllo o l’evitamento, la condivisione o l’introversione, l’aggressione con i silenzi o con le parole.

Anche la storia clinica personale e famigliare può influenzare il vissuto emotivo e l’approccio alle cure del paziente,  due esempi possono essere: fiducia e buona aderenza al trattamento medico, per esperienze positive in famiglia nei confronti di quella malattia, con livelli minori di ansia e sofferenza. All’opposto può riscontrarsi sfiducia oppure difficoltà ad accettare il percorso di cura con livelli elevati di ansia, rabbia e dolore, quando il paziente per esempio ha una recidiva. 

La propria storia di vita è anch’essa importante per il vissuto psicologico, se la persona non ha mai avuto bisogno di nessuno, ma al contrario è sempre stata un riferimento per tutti e ora la malattia la fa sentire estremamente inutile, ciò può produrre atteggiamenti diversi e scatenare emozioni come impotenza, rabbia, tristezza, dolore, per il sentirsi non più valido come individuo, non più attivo e abile nella gestione della quotidianità.

Tra l’altro, la malattia può capitare in un momento di vita già abbastanza provato da una separazione o dalla perdita di un proprio caro, da un fallimento lavorativo o da un trasferimento di residenza in un contesto ambientale vissuto con disagio. In questo caso, in psicologia, si parla di più lutti che vengono vissuti contemporaneamente e che vanno a rendere più difficile il percorso di elaborazione del dolore.

In base a quanto appena espresso e alla tipologia,  gravità e prognosi della malattia, il vissuto del paziente è ulteriormente influenzato dalla qualità del rapporto già in essere col caregiver famigliare primario e dalla relazione instaurata col personale sanitario.

Nel caso del caregiver famigliare, la presenza di rapporti relazionali conflittuali con il proprio congiunto malato possono riversarsi nell’accudimento, con atteggiamenti di caregiving negativo.

Riguardo, invece, alla interazione fra paziente e operatori professionali, un rapporto di fiducia reciproco migliora la compliance (adesione ai trattamenti), la percezione positiva del proprio percorso di cura e riduce i livelli di stress.


Il contagio emotivo

Un’emozione quando viene provata molto intensamente può coinvolgere lo stato emotivo delle persone presenti in quel momento.

Philip Zimbardo, psicologo sociale americano, in un’intervista descrisse una ricerca degli anni ’70 in cui un soggetto inconsapevole dell’esperimento veniva accompagnato in una sala d’attesa assieme ad altri individui, che in realtà erano attori, e nella quale veniva poi simulato un incendio attraverso del fumo fatto filtrare da sotto una porta. Il risultato fu che l’incuranza e la serenità  di tutti gli altri soggetti presenti (gli attori) influenzò il soggetto sperimentato a non preoccuparsi e a sottostimare il rischio. Infatti, nella maggior parte delle volte, in cui fu ripetuto l’esperimento, l’ignaro protagonista rimase tranquillo, assumendo così un comportamento che in caso di rischio reale lo avrebbe messo in serio pericolo.

Questo è un esempio in cui una situazione diviene contagiante sia a livello emotivo (la tranquillità degli altri mantiene sereni ed evita di impaurirsi) che di comportamento (se gli altri non scappano, non c’è motivo di scappare), ma ci sono anche episodi singoli in cui, per esempio, se entrando in un bar incontriamo un gruppo di persone che stanno ridendo di cuore, a meno che non siamo di umore fortemente opposto, è probabile che ci smuovano un sorriso.

Nel caso della situazione di malattia, il contagio emotivo è spesso presente poiché si attivano vissuti emozionali molto forti, sia nella gioia che nel dolore. Un caregiver famigliare  che, in un momento di serenità e contentezza per un avvenimento positivo in famiglia, entra nella stanza del proprio caro ammalato per comunicargli la bella notizia e lo trova riverso nel letto a piangere, molto probabilmente “assorbirà” quella tristezza e quel dolore e cambierà la qualità del suo umore.

In altre situazioni è il caregiver famigliare che con la sua forza e in un momento di ironia può contagiare il paziente facendolo diventare meno triste e più sereno.

Gli scambi emotivi che avvengono continuamente fra paziente e caregiver famigliare vengono trasmessi direttamente o indirettamente all’operatore presente.  Se, per esempio, come operatori entrando nella stanza troviamo il famigliare del paziente nervoso che si arrabbia con noi, per quanto potremo riuscire ad evitare di reagire allo stesso modo, difficilmente quel comportamento ci lascerà impassibili. Perfino nel caso che riuscissimo a gestire quel clima emotivo, evitando di aderire pienamente alla rabbia, con molta probabilità il nostro umore potrà risentirne.

Ovviamente anche l’operatore può contagiare emotivamente sia il paziente che i caregivers famigliari. Quando questo avviene può assumere una forte rilevanza poiché l’operatore tende ad essere una figura di riferimento, infermiere, medico o altro professionista che sia. Soprattutto nei contagi emotivi disagevoli, il paziente o il famigliare possono riscontrare maggiori turbamenti poiché essendo l’operatore una figura istituzionale, con cui generalmente non c’è molta confidenza o non ce ne è affatto, difficilmente riescono ad esternare liberamente il proprio malcontento.

In questo caso, la figura dello psicologo può fungere da spazio mentale in cui la persona può esprimere il proprio malessere e trovare una chiave di lettura più profonda e produttiva.


La gestione delle emozioni

Imparare a conoscere le emozioni è fondamentale per poterle meglio gestire soprattutto per gli operatori sanitari e socio-assistenziali e per i caregiver famigliari, ma non di meno per le persone che stanno affrontando un importante percorso di cura.

Gestire un’emozione significa comprendere il vissuto psicologico e fisiologico di quella persona, aiutarla validando quell’emozione, facendole quindi capire che può provare paura, può provare rabbia, può provare imbarazzo, per poi relazionarsi in modo empatico e attento utilizzando delle tecniche relazionali e corporee (come la respirazione, il rilassamento, lo scarico fisico) che servono a riequilibrare il proprio stato emotivo e a migliorare l’approccio situazionale.

Gestire le emozioni vuol dire utilizzare un ascolto empatico, cioè mettersi nei panni dell’altro per comprendere appieno i suoi vissuti e il perché di quella reazione emotiva che magari per noi è esagerata o mancante. Non dimentichiamoci mai che siamo due mondi diversi, con storie di vita diverse, anche se possono sembrare simili, e caratteri diversi, per questo ciò che impaurisce noi può far sorridere l’altro e ciò che a noi intristisce all’altro addolora.

Ascoltare significa anche pensare che l’altro potrebbe aver ragione, sospendere quindi il nostro giudizio e soffermarsi attentamente su ciò che ci sta dicendo invece di pensare subito alla nostra possibile risposta.

Se vogliamo gestire una emozione, rabbia, ansia, paura o dolore che sia, dobbiamo partire dall’ascolto attento ed empatico dell’altro e dall’assenza del giudizio. Solo se comprendiamo veramente ciò che prova il nostro interlocutore e gli rimandiamo la nostra considerazione possiamo sapere come rapportarci nel modo migliore con lui, come gestire la nostra emozione e provare a gestire la sua.


Il supporto psicologico

Quando il vissuto emozionale di ogni persona coinvolta nel percorso di cura non riguarda una determinata situazione, ma uno stato di disagio continuo, è bene rivolgersi ad uno psicologo ricordandosi sempre che chiedere aiuto è segno di forza ed è un passo importante per iniziare a stare meglio.

Nel caso del paziente con patologia organica grave può essere molto utile un approccio psicologico preventivo, attraverso un sostegno alla persona durante tutte le fasi di cura: dalla diagnosi, all’intervento chirurgico, al trattamento medico.

Parlare di sostegno in psico-oncologia significa “esserci”, essere con quella persona per accompagnarla in un momento molto difficile della sua vita, esserci per aiutarla a contattare e a utilizzare le sue risorse e perché possa trovare un proprio senso a ciò che le sta accadendo.


Ringraziamenti

Si ringrazia vivamente l’artista Andrea Crostelli, di Ostra (An), per aver concesso di utilizzare la sua opera come immagine di riferimento.


Bibliografia

La conoscenza e la gestione delle emozioni del paziente, del caregiver famigliare e dell’operatore Pedrinelli Carrara Laura  Ed. Semplicissimus Book Farm  2016 E-BOOK

Le emozioni Anolli L. Ed. Unicopli 2002

Sillabario delle emozioni  D'Urso V. , Trentin R.   Ed. Giuffrè, 1992