Disturbo Bipolare e consapevolezza. Rileggere gli eventi alla luce della cura.

Faccio riferimento per queste righe ad un episodio recente della trasmissione “Storie Maledette”, in onda su Rai3, visibile sul sito Rai Replay

Si racconta in questo caso della storia di vita di Daniela Werner, cantante lirica di origine tedesca che ha trascorso un periodo in ospedale psichiatrico giudiziario per il “tentato omicidio” del compagno Claudio del Monaco, impresario e figlio del celebre tenore Mario.

La cantante, che nutriva una fascinazione per la storia del tenore, si lega prima all’altro figlio, senza concludere granché né in campo sentimentale, né in campo professionale; poi si innamora e si lega a Claudio. I due si “buttano” nel progetto azzardato di lanciare Lei come cantante, con una mossa paradossale, che vede il compagno impresario lasciare la sua posizione per divenire impresario esclusivo di lei, partendo sostanzialmente dal nulla e confidando nella sua autorevolezza e nel “nome”.

Il tutto si risolve presto in una vita difficile, per l’esaurirsi delle risorse economiche dei due. Lui vende oggetti di valore e diritti d’autore di famiglia per pochi soldi, e il progetto rimane completamente arenato. I due finiranno a dormire per mesi sulle panchine della stazione, in una vita da senza tetto. I due affrontano la povertà e la vita di strada anziché ricorrere al sostegno delle famiglie, che non vedevano di buon occhio la storia, pur di continuare a dividere la vita.

Nel frattempo la Werner è stata ricoverata più volte in clinica psichiatrica, per quello che si intuisce essere una sequenza di fasi psicotiche. Durante l’ultima, la donna accoltella al collo il compagno, che sopravvive, e, giudicata inferma di mente al momento dei fatti, è detenuta in ospedale psichiatrico giudiziario.

La ricostruzione avviene in forma d’intervista, dal punto di vista della donna, le cui risposte rivelano come, anche in condizioni di equilibrio mentale complessivo, la visione dell’accaduto mantiene ancora alcuni “punti morti”.

Innanzitutto la sopravvalutazione degli eventi esterni: le fasi psicotiche, la “perdita della lucidità”, sono imputate alla delusione per il mancato successo, alla rabbia per l’apparente rinuncia del compagno al progetto, la povertà, i frequenti litigi, lo sradicamento dell’ambiente d’origine.
In realtà queste condizioni sono la conseguenza di alcune scelte compiute in una precisa fase (ipomaniacale), tutta protesa verso un grande scopo e trainata da una convinzione umorale della bontà e del destino delle proprie scelte. Quando la situazione precipita, i segni di questa fase ci sono ancora: ad esempio la donna continua a confidare in un’occasione creata dal compagno a cui si è affidata, più che cercar lavoro a qualunque livello per sostentarsi. In altre parole è rigidamente legata al “grande” progetto tanto da ridursi in povertà nell’attesa, senza adattarsi e cercare autonomamente le occasioni disponibili.

Alla fine, è evidente un residuo di “maniacalità” nel rifiuto di sfuggire alla vita di strada tornando in Germania dalla famiglia, cosa che avrebbe interrotto, senza peraltro annullarlo, il progetto del successo con il compagno. Certamente in questo c’è qualcosa di “grandioso”, e anzi la tragedia e la grandiosità di questo atteggiamento della scommessa che non si deve abbandonare vanno a braccetto, ma il disturbo bipolare si affaccia chiaramente in questa scommessa, come colonna portante, e non come conseguenza ultima.

Il secondo passaggio è quello dei ricoveri, attributi ad una generica “depressione”.

La donna non ritiene i ricoveri, uno in particolare, atti sanitari che l’hanno rimessa in sesto in momenti di estrema crisi mentale, ma costrizioni architettate dal compagno, mal consigliato, e da medici che non conoscevano la sua storia di sofferenza e delusione. Altra classico “fraintendimento”, che molti pazienti esprimono quando riferiscono dei trattamenti obbligatori che hanno subito. In parte possono ammettere che sono stati utili, ma fondamentalmente li ritengono un abuso, un eccesso, un equivoco.

“Perché il TSO?”
“Perché non dormivo”,
“Non lo so, avevamo litigato e mi hanno mandato a prendere”,
“Perché non mi volevano fare uscire di casa”
,
e così via.

Queste le spiegazioni sorprendenti di chi, anche a distanza di anni, non ricostruisce la crisi psicotica avuta come tale, ma come un momento di concitazione in cui tutti si sono agitati e chi ci ha rimesso è stata la persona più vulnerabile o agitata, scambiata per pericolosa.

Lo stesso accade quando la donna racconta l’episodio del ferimento.
La cosa sembra un “classico” da manuale: la persona, già in fase psicotica, si sente in qualche modo in pericolo, sotto l’occhio malevolo di qualcuno, sospetta che ci sia una trama contro di sé. Le sembra che i gesti di chi le sta intorno non siano casuali, che stia per accadere qualcosa. Ad un certo punto un gesto qualsiasi (il marito che prende un coltello, forse semplicemente per tagliare il pane, o forse per farlo sparire vista la situazione) è interpretato come un pericolo imminente e scatta una reazione automatica. Lei dice “non ho aggredito, mi sono difesa”.

 

Non è dato sapere se e quale terapia farmacologica la donna abbia e stia seguendo, l’accento è posto sull’ambiente e sul fattore “umano”.
Il primo fattore umano in realtà è trattare un paziente secondo la scienza medica, e non seguirlo nella sua visione delle cose, irrigidita dal disturbo in una versione che è “cieca” di fatti e nessi fondamentali. L’ipotesi che si tratti di disturbo bipolare è rafforzata dal fatto che la donna fa riferimento alla sua vita come ad una storia di fasi estreme, o di grande carica o di caduta totale, e che non ha mai saputo cosa significhi essere “normale”, proprio perché ha vissuto solo in maniera estrema.

La Werner ora si occupa di canto, e insegna, insieme al compagno, che ha compreso la sua malattia. La storia per come è raccontata suggerisce che l’arte e l’amore abbiano salvato dalla deriva mentale questa donna, perché erano i pilastri su cui aveva investito e su cui poteva rinascere. La storia vera non cambia il finale, ma è meno poetica. Il cervello è stato curato, la persona può riappropriarsi della propria vita, quando va bene riesce anche a recuperare e continuare quello a cui teneva e che poteva aver perso per sempre.

 

E’ però importante, per chi esce dalle fasi psicotiche, per chi attraversa sconquassi di questo tipo, con o senza eventi cruenti, che per proteggersi dalle ricadute serve una cura, non l’arte e l’amore, e che per volersi davvero bene, e realizzare se stessi, ci si deve proteggere dalle leggi della malattia. Per questo è importante capire cosa è successo e sciogliere i nodi degli equivoci, nati quando si viveva la realtà da malati.

 

La depressione accompagna i fallimenti, ma la mania li prepara. La mania impedisce di chiedere aiuto, più della depressione. La psicosi non ha un perché, la ragione che c’era “in quel momento” è come la logica che c’è nei sogni o negli incubi, e che svanisce al risveglio, quando cambia lo stato di coscienza. I trattamenti obbligatori spesso salvano la vita.