L’educazione dei propri figli è una sfida continua che richiede quotidianamente notevoli sforzi da parte dei genitori. Nonostante ciò, capita spesso di trovarsi davanti a situazioni di stallo in cui sembra che nonostante i sacrifici compiuti i figli non vogliano proprio saperne di cambiare. In questi casi, la maggior parte dei genitori perde la calma e ricorre misure drastiche (punizioni, urla, ceffoni) che alla lunga non fanno altro che incentivare le occasioni di conflitto e il deterioramento del rapporto tra genitori e figli. Quando ci si trova in situazioni del genere appare difficile capire come comportarsi e, alla fine, molti genitori perdono le speranze e finiscono per rinunciare all’opportunità di tramandare ai propri figli regole e valori positivi, oppure s’irrigidiscono e per poi smarrirsi in un vortice di punizioni e sentimenti negativi. Per fortuna, nella maggior parte dei casi i sentimenti di affetto prevalgono e le dispute si superano, anche se con un po’ di risentimento. Alcune semplici regole possono agevolare il processo di risoluzione e, se vengono seguite quotidianamente, possono anche ridurre le occasioni di contrasto.

Prima regola: l’unione fa la forza

All’interno delle famiglie si trova spesso una differenza di opinioni per quanto riguarda le regole da impartire e i comportamenti da seguire. Si tratta di divergenze fisiologiche che dipendono dal diverso background educativo di ciascun genitore, dalle sue esperienze di vita e dal carattere. In poche parole ogni genitore ha un diverso livello di tolleranza e, di conseguenza, comportamenti problematici per la mamma potrebbero non essere altrettanto problematici per il papà. Ciò comporta che spesso un genitore viene considerato più severo dell’altro e, di conseguenza, i figli tenderanno a creare legami più stabili col genitore più “tenero” o a rivolgersi a lui per eludere le regole. La prima cosa da fare è dunque quella d’individuare regole condivise e impegnarsi insieme a farle rispettare. L’incongruenza può infatti generare confusione e disorientamento che, soprattutto nei bambini più piccoli, possono generare malessere psicologico. Se la mamma dice che non si può giocare a palla in cucina, ma il papà prende la palla e si mette a giocare col bambino, quale regola bisogna seguire? Quella di mamma o quella di papà? Il bambino non sarà in grado di capire come comportarsi e, probabilmente, nel dubbio sceglierà il comportamento a lui più conveniente (ovvero giocare a palla danneggiando la cucina). Se si vuole insegnare qualcosa ai propri figli bisogna essere coerenti, altrimenti si finirà per creare confusione e alimentare comportamenti disfunzionali.

Nonni, zii, parenti e amici che ruolo hanno?

Nella maggior parte dei casi, le regole dei genitori si scontreranno con quelle del resto della famiglia. Ogni nucleo familiare ha infatti regole e stili educativi propri, frutto di esperienze di vita specifiche e del periodo storico in cui ci si trova. Molte volte le famiglie di origine possono non approvare tali modelli e intervenire offrendo suggerimenti e consigli che possono anche essere in aperto contrasto con quelle dei genitori del bambino. Tali consigli nascono dal tentativo di essere utili alla coppia e di offrire la propria esperienza per il benessere dei propri nipoti/parenti/amici. Tuttavia ciò può generare ancora più confusione e spingere i propri figli a mettere in atto comportamenti inopportuni. In tal caso sarebbe opportuno l’intervento diretto dei genitori, volto a ricordare ai familiari che il loro ruolo, per quanto importante, deve limitarsi a fornire supporto quando richiesto (per esempio se entrambi i genitori lavorano o se hanno un dubbio e chiedono aiuto ai familiari), ma non dovrebbe mai essere antagonistico o sostitutivo al ruolo genitoriale (salvo casi specifici in cui, per esempio, i familiari siano nominati tutori o affidatari del bambino). In tal modo è possibile comunicare l’importanza di parenti e amici nello sviluppo del bambino, ma allo stesso tempo sottolineare che quando si tratta di educazione l’ultima parola spetta comunque ai genitori.

Regola numero due: uno stile educativo efficace

Lo stile educativo gioca un ruolo fondamentale nell’educazione dei figli. Alcuni genitori adottano stili educativi autoritari, in cui il genitore stabilisce le regole e il bambino deve limitarsi a seguirle senza potere esprimere eventuali dissensi. Altri invece preferiscono uno stile educativo permissivo, in cui al bambino viene data la possibilità di comportarsi come vuole. In entrambi i casi, si tratta di modalità disfunzionali che comportano molte conseguenze negative per la vita dei propri figli. Uno stile autoritario può infatti favorire comportamenti aggressivi, oppositivi e impedisce ai bambini di acquisire le capacità di autoregolazione e di scelta. Lo stile permissivo invece può portare i bambini a credere che tutto sia loro dovuto e ad atteggiamenti di arroganza e di bullismo nei confronti di chi li ostacola. Lo stile educativo che sembra fornire risultati migliori per l’educazione dei figli è quello autorevole. Si tratta di un modello basato sul rispetto reciproco delle esigenze dei genitori e dei figli. In questo modello, di solito, i genitori dopo aver stabilito insieme le regole le discutono con i figli, spiegando loro quale sia la funzione di tali regole e aiutandoli ad accettarle. Si tratta di famiglie in cui genitori e figli comunicano apertamente le proprie posizioni, giustificandole, e aiutando gli altri a trovare un punto comune che possa favorire la convivenza.

Regola numero tre: più le regole sono semplici e chiare, più è facile seguirle

Il successo di una regola nasce dalla sua chiarezza e dal modo in cui viene presentata. Molte regole, infatti, non vengono rispettate semplicemente perché il bambino non riesce a capirle, o perché le interpreta in maniera diversa rispetto ai genitori. Immaginiamo che si voglia insegnare a un bambino a rifarsi il letto, se la mamma, dopo avergli fatto vedere come si fa, si limita a dire: “Vai a rifare il letto!” il bambino probabilmente capirà che vale solo per quel giorno. L’indomani, dunque, la mamma troverà il letto disfatto e, probabilmente, si arrabbierà. Il problema però è che l’informazione fornita è ambigua e suscettibile d’indurre in errore chiunque. Se la mamma voleva che il bambino sistemasse il letto ogni mattina avrebbe dovuto dire: “Da oggi, ogni giorno dovrai rifare il letto!”, in tal modo la regola sarebbe stata più chiara. Per essere rispettate dunque le regole devono essere chiare, semplici e composte da poche parole. Il rispetto delle regole è legato anche al modo in cui esse vengono introdotte. Immaginate che una persona vi dica: “Devi buttare la spazzatura ogni giorno”. Come reagireste? Probabilmente, allo stesso modo in cui reagiscono i bambini, ovvero non lo fareste. Se invece la stessa persona avesse detto: “Per favore, mi fa male il ginocchio e non posso uscire. Potresti buttare la spazzatura mentre io sistemo la cucina?”, magari vi sareste sentiti più motivati a farlo. Il modo in cui comunicate con vostro figlio è importante, perché comunica l’opinione che avete di lui. Se trattate un figlio con rispetto, probabilmente rispetterà le vostre regole, se invece lo trattate come qualcuno che deve soltanto obbedire alle vostre regole, susciterete contrasti e opposizioni. Regole chiare, semplici e brevi non bastano se poi non vengono adeguatamente motivate. Ogni regola ha maggiori probabilità di essere rispettata se viene così formulata: regola + motivazione + conseguenza. Per esempio, tornando alla regola della spazzatura, si potrebbe dire: “Per favore, dopo pranzo dovresti buttare la spazzatura” (regola), “perché se devo andarci io, impiegherò più tempo per ripulire la cucina” (motivazione), “e faremo tardi al compleanno di Marco. Quindi avrai meno tempo per giocare” (conseguenza). In questo modo non solo si comunica la regola, ma si spiega al bambino quali siano le cause che l’hanno determinata e lo si motiva a rispettarla (dopo tutto, se andrà a buttare la spazzatura avrà più tempo per giocare con gli amici).

Regola numero quattro: impariamo a rimproverare

Nonostante i suggerimenti precedenti, i figli non sempre rispetteranno le regole e in quel caso potrebbe essere necessario rimproverarli. Non tutti i rimproveri però hanno la stessa funzione. Quelli che colpevolizzano, insultano o feriscono il bambino (per esempio: “Guarda cosa hai fatto! Sei un bambino monello!”) possono avere gravi conseguenze psicologiche e alimentare comportamenti negativi. I rimproveri efficaci, al contrario, dovrebbero offrire al bambino la possibilità di capire i propri sbagli e di crescere. Il rimprovero efficace dovrebbe seguire subito il comportamento (massimo entro 30 secondi da quando il comportamento si verifica), descrivere esattamente quale sia stato l’errore commesso (per esempio “Hai rotto il vaso. Potevi farti male”) e, soprattutto, esprimere le sensazioni del genitore (“Mi sento molto arrabbiata perché me lo aveva regalato la nonna”). Subito dopo il genitore dovrebbe fare un respiro profondo e cercare di cambiare atteggiamento. È poi necessario specificare il comportamento desiderato (“Vorrei che facessi più attenzione quando giochi in casa e che evitassi di correre”) e fornire conseguenze positive (“So che non lo hai fatto di proposito. Sei un bambino bravo e sono sicuro che non lo farai più, così la mamma sarà più contenta”). Infine sarebbe opportuno accertarsi che il bambino abbia davvero capito l’errore (“Hai capito perché ti ho sgridato? Cosa non devi fare quando giochi a casa?”). Questo metodo è molto utile perché aiuta il bambino a capire i suoi errori senza colpevolizzarlo e lo motiva a mettere in pratica il comportamento adeguato per ottenere i benefici che ne derivano.

Regola numero cinque: il castigo

Se nonostante il rimprovero efficace il bambino continua a mettere in atto comportamenti pericolosi per se stesso o per gli altri, la soluzione più adeguata potrebbe consistere nell’allontanare il bambino dalla situazione scatenante in modo da allontanarlo da tutto ciò che potrebbe rinforzare un’ulteriore escalation comportamentale inadeguata. Per esempio, se un bambino continua a picchiare gli altri nonostante i rimproveri dei genitori, sarebbe opportuno isolarlo per il tempo necessario a farlo calmare. Anche in questo caso però esistono delle accortezze da seguire. In primo luogo si tratta di un intervento drastico che andrebbe applicato solo in casi estremi (comportamenti dannosi che non possono essere fermati in altro modo). In secondo luogo, il bambino dovrebbe essere collocato in un luogo privo di stimoli che possono ulteriormente motivarlo (giocattoli o altri oggetti per lui piacevoli). Infine, il tempo d’isolamento dovrebbe essere breve (circa cinque minuti) in modo da far tranquillizzare il bambino, fargli capire che ha sbagliato, senza però traumatizzarlo. Quando il bambino viene allontanato dalla situazione problematica, dovrebbe essere condotto in un luogo tranquillo e invitato a stare fermo per un massimo di 5 minuti. Se il bambino non rispetta la punizione, il tempo dovrebbe essere incrementato di un minuto alla volta (fino a un massimo di 2-3 minuti). Se il bambino si lamenta, piange o protesta durante la fase di punizione bisogna ricordarsi che generalmente lo fa per attirare l’attenzione dell’adulto, il quale però dovrebbe evitare di rispondergli. Dopo la fine della punizione, il bambino ha tutto il diritto di essere arrabbiato o imbronciato e non bisogna assolutamente rimproverarlo. Lo scopo è quello di allontanarlo da situazioni potenzialmente dannose, ma non deve arrecargli un danno psicologico. Trattandosi di una tecnica drastica, il suo utilizzo dovrebbe essere sporadico e limitato a specifiche problematiche. Abusare di questa tecnica potrebbe infatti avere conseguenze dannose per lo sviluppo del bambino.

Regola numero sei: alcune cose non si possono cambiare

La maggior parte dei genitori si aspetta che i figli somiglino a loro e vorrebbero che crescessero con gli stessi valori e gli stessi interessi. Per quanto ciò possa essere considerato legittimo, bisogna tenere conto che non sempre è possibile. I figli hanno la loro personalità, i loro gusti e fanno parte di una cultura specifica, frutto del tempo in cui crescono. Per questo motivo non sempre (soprattutto nell’adolescenza) i gusti e le preferenze genitoriali rispecchieranno quelle dei figli. Dopo tutto, la più grande sfida educativa non consiste tanto nel cercare di cambiare ciò che non funziona, ma piuttosto nell’avare il coraggio di accettare che alcune cose non possano proprio essere cambiate. Si tratta dei gusti, delle mode, delle preferenze, dei valori e di tutto ciò che riguarda l’unicità della persona. Dopo tutto, se vostro figlio indossa una maglia verde o gialla a voi cosa cambia? Alcuni aspetti della persona sono tratti distintivi che possono essere cambiati solo dalla persona stessa. Cercare dunque di modificare i gusti dei figli, affinché si adattino a quelli dei genitori, non solo non è possibile, ma è anche controproducente in quanto si ripercuote sul rapporto che avete con loro. Imparate ad amarli così come sono, affinché loro possano imparare ad amare voi così come siete.

Avvertenze

I suggerimenti forniti si basano su metodi psicologici specifici, condivisi da alcuni orientamenti teorici, ma non condivisi da altri. Si tratta di consigli generali che possono essere applicati alla maggior parte delle situazioni, ma potrebbero non funzionare in situazioni specifiche. L’unicità del comportamento umano è legata a diversi fattori e alcuni di essi possono interferire con la messa in pratica delle strategie indicate.