L’Ordine degli psicologi della Lombardia, dopo un iter durato un anno, ha sanzionato il mese scorso con la sospensione dall’Albo uno psicologo Specialista in Psicoterapia, reo di aver risposto con un consulto on-line alla domanda di un utente posta su un sito di psicologi, citando tecniche con le quali era, a suo avviso, possibile “curare” l’omosessualità.

Alla domanda di un utente del sito - «È possibile uscire dall'omosessualità?» - questa è stata la risposta fornita dal professionista:

«Quando l'omosessualità era considerata una malattia (prima del 1991) dal Manuale diagnostico del disturbi mentali redatto dall'APA gli psicoterapeuti cognitivo comportamentali utilizzavano un efficacie protocollo terapeutico con buon successo. Lo stesso protocollo può essere utilizzato anche oggi con altrettanto successo - all'interno dell'approccio cognitivo comportamentale - solamente nel caso che la persona avverta un evidente disagio nel suo comportamento sessuale o in pensieri rivolti a persone dello stesso sesso e chieda esplicitamente di passare da una posizione di orientamento omosessuale verso pensieri e pratiche eterosessuali.»

Le richieste di rettifica del consulto, reclamate da altri psicologi intervenuti, non sembrano essere state ascoltate. Da parte di un collega è dunque scattata la segnalazione all’Ordine degli psicologi, sino all’epilogo della sospansione dall'attività professionale. A nulla è valso il successivo tentativo di difesa dello psicologo che ha fornito il consulto “incriminato”, nonostante questi abbia prodotto documentazione, a suo parere da considerarsi scientifica, che avrebbe avvalorato quanto da lui sostenuto, e che però evidentemente non è stata accolta favorevolmente dall’Albo, che ha invece ritenuto di procedere con la severa sanzione.

«Qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l'eterosessualità o verso l'omosessualità è contraria alla deontologia professionale ed al rispetto dei diritti dei propri pazienti». Con queste parole, il Presidente dell’Ordine Psicologi della Lombardia Riccardo Bettiga, esclude categoricamente la possibilità per gli psicologi di intervenire per “modificare” l’orientamento sessuale di un individuo. La “terapia riparativa” è deontologicamente inammissibile anche nel caso in cui il paziente non sia in sintonia con la propria identità sessuale, o avverta disagio nell’espressione della propria sessualità.

Questa netta presa di distanze da parte dell’ordine degli psicologi, verso tutte le forme di terapia tese a ripristinare una presunta “normalità”, chiudono definitivamente il discorso sull’idea che l’orientamento omosessuale possa definirsi in qualche modo patologico “a seconda dei casi” o "rispetto a quanto il soggetto avverta come un disagio il proprio orientamento".

Queste erano sino ad oggi le obiezioni più comuni di quanti si ostinavano, nonostante tutte le chiare prese di posizione da parte degli Ordini Professionali, a voler in qualche modo giustificare interventi tesi alla "normalizzazione" delle condotte omossessuali. 

L’omosessualità non è dunque mai da considerasi patologica, così come non lo è l’eterosessualità e nessuna evidenza può essere portata quale "prova scientifica" in modo da giustificare, abusando in tal modo della definizione stessa di scienza, pratiche che la comunità degli psicologi ritiene unanimemente aberranti.

Persino la richiesta “esplicita” del paziente non è dunque, una motivazione da ritenersi plausibile per effettuare questo tipo di terapia. Quest’ultima evidenza impone una seria riflessione sull’importanza di effettuare una approfondita "analisi della domanda" rispetto alle richieste dei pazienti. L’analisi della domanda è un processo che può essere incluso in ogni orientamento psicoterapico e prevede uno spostamento dell’attenzione dai sintomi dichiarati dal soggetto, i disturbi, le sofferenze esplicite, alla motivazione spesso ancora inconsapevole che ha condotto il paziente a richiedere il nostro aiuto.

 

 

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