Il farmaco naturale ha una caratteristica che lo distingue dal farmaco dell’uomo: ha alle spalle la sperimentazione che la vita, intesa nel senso di sistema vivente, conduce su tutto ciò con cui essa viene a contatto. Ne verifica gli effetti, si avvale di quelli favorevoli e si difende da quelli nocivi, traendo inoltre dai secondi la spinta per rafforzarsi e crescere. È così che, passo dopo passo, la vita è evoluta in senso darwiniano, passando dal grumo primordiale di materia comparso sulla Terra alcuni miliardi di anni fa, a forme di vita sempre più complesse e organizzate, culminanti nell’uomo e nella sua civiltà. La storia di questo processo fornisce allo studioso insegnamenti e soluzioni sorprendentemente avanzati, applicabili anche alla medicina.

Prendiamo la resistenza agli antibiotici, ad esempio. L’OMS la considera una vera e propria emergenza di Sanità Pubblica Mondiale, al punto d’avere invitato gli Stati membri ad elaborare, entro la metà del 2017, piani d’azione nazionali. Perché cercare nuove soluzioni, quando la vita le ha già messe a punto alcuni milioni di anni fa? Gli antibiotici appartengono all’antibiosi, un sistema difensivo naturale, che funziona da circa un miliardo di anni, ma è relativamente grossolano. Si avvale di armi poco duttili, alle quali è facile resistere. Nel corso dell’evoluzione, a partire dai vertebrati sono state sopravanzate dagli anticorpi del sistema immunitario, che li produce di volta in volta non solo a misura del singolo aggressore, ma sapendone anche neutralizzare le eventuali contromisure convolte nella resistenza agli antibiotici (Silvestrini, 2014).

A differenza dell’antibiosi, che è confinata a forme di vita relativamente primordiali, la risposta immunitaria appartiene alla fisiologia dell’uomo. È una differenza fondamentale, la stessa che passa tra una milizia mercenaria, al soldo di chi la paga meglio, e l’esercito regolare, composto da soldati che combattono per il loro paese e le loro famiglie. Se avessimo tenuto conto di questa lezione, avremmo puntato maggiormente sui vaccini curativi (Silvestrini, 2013), riservando agli antibiotici le situazioni d’emergenza, che non è possibile affrontare diversamente.

Purtroppo noi stiamo a fatica uscendo da una stagione durante la quale la ricerca ha dato importanza alle invenzioni dell’uomo, più che a quelle della natura. Quando chiedo ai miei colleghi quali sono stati i maggiori successi della medicina moderna, la risposta più frequente è: “I sulfamidici e gli antibiotici, ovviamente. Poi sono venuti gli psicofarmaci, gli antipertensivi, gli antiulcera e gli altri grandi farmaci moderni.” Come è possibile che abbiano dimenticato le vitamine e i vaccini? A differenza dei sulfamidici e degli antibiotici, che risolvono i singoli casi clinici, questi farmaci naturali hanno sconfitto per sempre intere classi di malattie. Molti giovani medici non incontrano più, nell’intero arco della loro attività professionale, un solo caso conclamato di scorbuto, di rachitismo, di tetano o di poliomielite, per citare solo alcuni esempi. Il vaiolo è addirittura scomparso dalla faccia della Terra. Quando lo ricordo ai miei colleghi, mi guardano interdetti. Qualcuno scrolla le spalle, poi borbotta, quasi a malincuore: “Sì, forse hai ragione.

Per apprezzare le vitamine e i vaccini occorre avere l’animo del naturalista, ma c’è dell’altro. La maggior parte dei vaccini protegge da una minaccia potenziale, che potrebbe non concretizzarsi mai. Al massimo, quando hanno anche un effetto curativo, funzionano nelle infezioni lente, cui in qualche modo ci si abitua. Le vitamine agiscono senza clamore: più che combattere le malattie, le prevengono. Alcune sono aggiunte agli alimenti, dove pochi fanno caso alla loro presenza. I sulfamidici e gli antibiotici, invece, intervengono in situazioni drammatiche, su persone febbricitanti, prostrate, spesso in bilico tra la vita e la morte. Agiscono nel giro di poche ore. Il malato si riprende, si guarda intorno, chiede da bere e da mangiare, rifiorisce. A teatro, lo definiremmo un colpo di scena.

Il farmaco di sintesi esordisce nel 1800, sostituendo i principi precedentemente estratti da piante medicinali, come la morfina, i salicilati ed altri ancora.  È come raggiungere una città non più a piedi o a cavallo, ma in treno o in aereo: la città di destinazione non cambia, ma il viaggio è più rapido e spesso anche più economico. Poi i chimici hanno realizzato l’impresa che gli alchimisti inseguivano da secoli: trasmutare la materia, modificandone la composizione natura e conferendole proprietà nuove. È un passaggio epocale, che merita una riflessione.

In precedenza l’uomo si limitava, solitamente, a portare alla luce e perfezionare qualcosa che già esisteva. Gli abiti hanno un corrispettivo nelle pellicce, le abitazioni nelle caverne, la metallurgia nei vulcani, la pila di Volta nella carica elettrica delle nuvole, le centrali nucleari nella fucina del Sole. Le molecole sintetiche, invece, sono entità nuove, create per la prima volta dall’uomo e prive di alcun riferimento in natura. A rigore di termini, le prime sono “scoperte”, le seconde “invenzioni”. Nel 1800 sono viste come un’impresa straordinaria, che conferisce fama ed autorevolezza a chi le realizza. Paul Ehrlich elabora il concetto di chemioterapia e cura la sifilide con gli arsenobenzoli. Robert Kock, lo scopritore del bacillo della tubercolosi, effettua un tentativo di trattamento farmacologico di questa malattia, ma i risultati sono disastrosi. Poi, durante il 1932 nei laboratori di un’industria farmaceutica si effettua un esperimento decisivo: alcuni topi trattati con un colorante sintetico, chiamato Prontosil rosso, sopravvivono a un’infezione sperimentale di per sé letale. Nel 1935 Gerhard Domagk pubblica un articolo su questo farmaco, che è prontamente introdotto in commercio in Germania e diventa il capostipite dei sulfamidici. Per questa scoperta gli sarà assegnato il Premio Nobel. Tre anni dopo un gruppo di ricercatori dell’Istituto Pasteur di Parigi scopre che il Prontosil non agisce come tale, ma perché nell’organismo si scinde, liberando una molecola più semplice, chiamata sulfanilamide. Uno degli artefici di questa scoperta è Daniel Bovet, che in seguito si trasferirà all’Istituto Superiore di Sanità di Roma dove sarà insignito del Premio Nobel.

In seguito, nel corso di quella che sarebbe poi stata chiamata l’età d’oro della medicina, le scoperte si moltiplicano. La medicina ne è rivoluzionata. Praticamente, non esiste più una sola malattia priva di cure efficaci, dalle infezioni ai tumori, dalle forme cardiocircolatorie a quelle mentali, dalle forme acute, a quelle croniche.

Purtroppo il farmaco sintetico è un’entità nuova, priva della sperimentazione cui la vita ha invece sottoposto il farmaco naturale. È un salto nel buio, gravido d’incognite e pericoli. I segnali d’allarme sono scattati precocemente, ma all’inizio sono stati sottovalutati. L’antipirina, sintetizzata nel 1884 da Ludwig Knorr, ha rivelato una pesante tossicità renale dopo essere stata diffusamente impiegata contro i piccoli dolori che affliggono l’esistenza quotidiana, come la cefalea e la dismenorrea. Lo stesso danno è emerso con diversi dei suoi congeneri, che prima d’essere ritirati dal commercio si sono lasciati alle spalle una sinistra sequela di malati condannati all’emodialisi. Sono seguiti altri episodi analoghi, ma il problema è esploso con la talidomide, un blando sedativo che si è dimostrato teratogeno solo dopo che ne erano state vendute milioni di confezioni. Le immagini dei neonati focomelici, con le loro tenere manine direttamente attaccate al torace, fecero il giro del mondo, suscitando un’enorme emozione. Da allora le autorità sanitarie hanno imposto controlli tossicologici severi, in vitro e in vivo. Parallelamente è esploso il ricorso alla sperimentazione sull’animale, anche nella forma cruenta chiamata vivisezione.

Io sono dalla parte degli antivivisezionisti che si battono contro questa pratica, ma per ragioni diverse dalle loro. Le ho espresse in un Documento del Comitato Nazionale della Bioetica con queste parole: “Occorre promuovere una cultura della ricerca scientifica di base ricordando che molti farmaci, a cominciare dalle vitamine e dai vaccini, sono nati dallo studio di processi naturali, anziché dalla sperimentazione sull’animale e sull’uomo” (CNB, 1992).

La medicina ufficiale sta reagendo, ma lo ha fatto finora più per la pressione delle cose, per la saggezza di chi la guida e governa. I collaudi imposti dalla tragedia della talidomide si sono rivelati talmente complessi e costosi da rallentare il flusso dei farmaci sintetici. Sebbene il brevetto che premia la novità chimica non sia stato ancora riformato, oggi chi investe nel farmaco naturale ha una maggiore garanzia che nel passato di poter raccogliere i frutti del proprio lavoro grazie a una serie d’incentivi d’ordine amministrativo. Perfino le norme per la registrazione delle specialità medicinali stanno cambiando, seppure lentamente. Quelle ad immagine delle molecole di sintesi, che imponevano una lunga serie di controlli sull’animale e sull’uomo sano e malato, rimangono come punto di riferimento, ma se ne stanno formulando altre, che prevedono un percorso semplificato per i farmaci naturali. Si comincia a capire che il succo d’agrumi di James Lind non è paragonabile ad un farmaco sintetico. Seppure a fatica, qualcuno avverte la differenza tra il farmaco mercenario, che combatte le malattie sostituendosi all’organismo, e quello fisiologico, che ne ripristina e mobilita le difese interne.

Si sta parallelamente ridimensionando il ricorso alla vivisezione nell’animale e alle sperimentazioni di Fase I su persone che fungono da cavie, non traendone alcun beneficio terapeutico diretto. La ricerca di terapie contro l’AIDS sta spostando il tiro, seppure lentamente, dai chemioterapici ai vaccini, che attingono alle risorse naturali del nostro organismo. La chimica sta ritornando a quando non puntava solo sulla novità chimica ad ogni costo. Con la biochimica, inoltre, si è specializzata nello studio della vita.

Questi progressi sono innegabili, ma rimangono molte zone d’ombra. La classifica dei big brand, ovvero dei marchi più venduti, vede tuttora nelle prime posizioni i farmaci di sintesi. Ugualmente arretrati appaiono, almeno in parte, la pratica medica quotidiana, la politica del Sistema Sanitario Nazionale e la ricerca biomedica. Le incongruenze a questo proposito non mancano. Ne fornisce un esempio la Direttiva 46/02 della Comunità Europea relativa agli integratori alimentari: all’articolo 2 li definisce come “prodotti destinati ad integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze, quali le vitamine e i minerali, aventi un effetto nutritivo o fisiologico”, mentre all’articolo 6 esclude che a questa classe di rimedi possano essere attribuite “capacità di prevenzione o cura delle malattie umane.” Che dire, allora, dell’efficacia del succo d’agrumi nello scorbuto, della dieta dell’Ammiraglio Takaki nel beriberi o, ritornando a Ippocrate, del fegato fresco nella xeroftalmia, nel rachitismo e nell’anemia perniciosa? Si può forse negare che questi integratori alimentari prevengano o curino una malattia?

Il “Codice comunitario relativo ai medicinali ad uso umano” (Dir. Com. 83/01), stabilisce quanto segue: “In caso di dubbio, se un prodotto, tenuto conto delle sue caratteristiche, può rientrare contemporaneamente nella definizione di medicinale e in quella disciplinata da un’altra Direttiva comunitaria, si applicano le dispositive riguardanti i medicinali”. La Corte di Giustizia della Comunità Europea si è espressa negli stessi termini: “A un prodotto che soddisfi sia i requisiti per essere una derrata alimentare, sia quelli per essere un medicinale, si applicano le disposizioni del diritto comunitario specificamente concernenti i medicinali”. Il problema è che l’inserimento di un integratore alimentare nella classe dei medicinali comporta adempimenti complessi e costosi, che l’industria farmaceutica non è sempre disposta o in grado sostenere.

Qualche tempo fa sono stato membro di una commissione governativa incaricata della distribuzione dei fondi pubblici destinati alla ricerca. L’attenzione dei miei colleghi era tutta rivolta a progetti sviluppati in laboratori lontani dal mondo naturale, dove la vita conduce ogni giorno miliardi di miliardi di esperimenti, mettendo a punto soluzioni e rimedi avanzati, che attendono solo d’essere portati alla luce e valorizzati. Ascoltarono in silenzio le mie osservazioni, qualcuno borbottò che forse avevo ragione, ma poi la discussione riprese esattamente da dove era stata interrotta. Mi sarei potuto dimettere, ma a cosa sarebbe servito?

Ecco perché, pur senza trascurare il consueto circuito dei congressi e delle riviste scientifiche, mi trovo a più agio rivolgendomi alla platea del Web. Non possiede le competenze scientifiche dei miei colleghi, talvolta reagisce in maniera sgradevolmente aggressiva, ma nella mia esperienza è più recettiva e aperta al dibattito.

Bibliografia

  • CNB (Comitato Nazionale per la Bioetica). La sperimentazione dei farmaci. Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1992
  • Silvestrini, B. (2014). Il farmaco moderno.  Un patto esemplare tra uomo e natura. Carocci Ed.
  • Silvestrini, B. (2013), Immunokinetics: A New Approach to Vaccines, Ann Ist Super Sanita. 2013;49(3):306-8.