Questo articolo è pensato per un pubblico ampio e che non possiede conoscenze mediche tecniche, mi perdonino i colleghi per l’eccessiva semplicità ma ho cercato di essere il più “comprensibile” e “generalista” possibile. 

I linfonodi sono degli organi che sono sparsi nel corpo e funzionano coma da “stazioni di controllo” del circolo linfatico. Oltre al circolo sanguigno il nostro organismo possiede anche un circolo linfatico che trasporta appunto la “linfa”, un liquido bianco-giallastro all’interno del quale troviamo i globuli bianchi. La funzione principale della linfa e del sistema linfatico è quello di proteggere l’organismo dagli agenti patogeni esterni, come ad esempio batteri e virus. Questi una volta nel circolo dovranno attraversare le stazioni di controllo che per l’appunto sono i linfonodi. All’interno di queste ghiandole, dette appunto ghiandole linfatiche o linfonodi, i microrganismi vengono “presentati” ai controllori del nostro organismo che sono i globuli bianchi e nello specifico ai linfociti e questi successivamente, se riconoscono come estraneo e “patogeno” il microrganismo o anche piccoli pezzetti di superficie di questo, scatenano la vera e propria reazione immunitaria di difesa. Questa può manifestarsi con tanti mezzi di difesa, ad esempio con la febbre che non dimentichiamo essere uno dei meccanismi di difesa del corpo che prova ad inattivare i virus ed i batteri con il calore, oppure con l’ingrossamento dei linfonodi coinvolti. Il motivo per cui si ingrossano i linfonodi è perché al proprio interno cominciano a moltiplicarsi i linfociti che successivamente distruggeranno i patogeni o direttamente o con l’ausilio degli anticorpi che essi stessi produrranno.

Questa in maniera molto elementare e schematica è la rappresentazione di una risposta immune che provoca un ingrossamento linfonodale. Quindi se l’ingresso del batterio o virus è avvenuto ad esempio dall’orecchio i primi linfonodi che si ingrosseranno saranno quelli del collo, si dice infatti che ad ingrossare sono i linfonodi che drenano la linfa da una determinata parte del corpo, come ad esempio quelli inguinali per le gambe.

Con questa premessa si capisce perché i nostri linfonodi si ingrossano, è per difenderci dagli attacchi esterni di patogeni come virus, batteri, funghi o parassiti.

Il problema si pone quando l’aumento di volume del linfonodo non avviene in risposta a nessuno stimolo infettivo/infiammatorio.

Ma come è possibile capire quando ciò avviene?

Questo percorso è spesso multi-disciplinare e coinvolge il medico di medicina generale insieme con l’infettivologo e con l’ematologo. Diciamo molto semplicisticamente che prima di “preoccuparsi” lo specialista esclude le cause di linfoadenomegalia (è così che si dice quando un linfonodo si ingrandisce) infiammatoria o infettiva cosiddette “reattive” o benigne.

Per fare questo è utile effettuare alcuni esami del sangue più approfonditi come ad esempio emocromo, VES, PCR, esame delle urine, elettroforesi proteica, o ad esempio alcuni esami sierologici per ricercare alcuni tipi di infezione virale. Successivamente bisogna ricorrere sia ad una buona ecografia, che già ci darà un’indicazione sulla natura del linfonodo ingrandito valutando alcuni parametri morfologici oltre che dimensionali, ed in ultimo bisogna fare la cosa più importante di tutte, cosa? Una visita specialistica. L’ematologo raccogliendo la storia personale ma soprattutto, grazie alla propria esperienza, visitando e quindi toccando il linfonodo in questione potrà farsi un’idea sul percorso da seguire. Dopo la visita l’ematologo potrà prescrivere ulteriori accertamenti radiologici, ematochimici o potrà addirittura consigliare di asportare chirurgicamente il linfonodo coinvolto per effettuare un esame istologico. È bene ricordare che in caso di sospetto di malattia ematologica l’escissione totale del linfonodo è da preferire ad eventuali aspirati linfonodali per esami citologici, o agobiopsie. Infatti bisogna valutare istologicamente il linfonodo nella sua interezza, nella sua struttura globale (tra le altre cose) per capire se siamo di fronte o meno ad una malattia ematologica.

Mi preme sottolineare come alcune volte la migliore strategia è quella di aspettare e rivalutare il linfonodo dopo qualche tempo, ma è bene che questa indicazione sia data dallo specialistae solo dopo avere visionato almeno l’ecografia di supporto.

Un consiglio secondo me prezioso, che rivolgo anche a molti miei colleghi, è di non usare il cortisone nelle fasi iniziali di approccio diagnostico alla linfoadenomegalia, questo perché non soltanto le patologie infiammatorie benigne rispondono allo steroide ma anche alcune neoplasie ematologiche lo fanno, quindi può non essere dirimente il fatto che il cortisone abbia fatto “scomparire” o rimpicciolire il linfonodo. Questo approccio rischia solo di confondere il quadro e ritardare la corretta diagnosi, gli antibiotici invece solo in caso di fondato sospetto clinico possono essere utilizzati, ad esempio se c’è febbre oltre alla linfoadenomegalia, e se questa è localizzata in zone ad alta frequenza di infezioni (ad esempio collo che drena orecchio, denti, gola).

Il consiglio quindi è quello di affrontare la presenza di linfonodi ingrossati con serenità, bisogna ricordare che la maggior parte delle volte questo processo avviene per il nostro bene e per la nostra difesa.

Consiglio comunque di rivolgersi sempre in caso di linfoadenomegalie al proprio medico di medicina generale che saprà indirizzarvi eventualmente verso uno specialista ematologo per valutare esami di secondo livello ed una visita più approfondita.

Spero di essere stato di aiuto ai lettori in questo ambito della medicina molto vasto e non semplice da sintetizzare.