Il bite notturno per il dolore alla mascella: perché quelli più efficaci si portano solo di notte
Il bite dentale è uno dei dispositivi più utilizzati per il dolore alla mandibola e il bruxismo, ma una delle domande più frequenti è: va portato di notte o tutto il giorno? E perché a volte non funziona come ci si aspetta?. Non si dovrebbe discutere solo se i bite funzionino o non funzionano ma soprattutto di come debbano essere fatti.
Un lavoro di ricerca pubblicato su una delle più importanti riviste odontoiatriche del mondo, ha affermato che le impronte prese digitalmente sono affidabili, ha osservato un dato curioso: bite con un aumento verticale molto contenuto (intorno a 1 mm) sembrano dare risultati migliori, mentre quelli più alti funzionano meno o in modo meno prevedibile. Sembrerebbe che questa fosse l’altezza “giusta”, ma non è semplicemente così! Se ci si ferma al dato numerico si rischia di perdere il quadro generale.
Indice
Impronte digitali o tradizionali?
Talvolta si tende a sovrastimare la metodica di presa delle impronte preferendo quelle “nuove” digitali rispetto a quelle tradizionali, ma non è un criterio su cui deve basarsi la scelta. Nello studio recentemente pubblicato, gli autori scrivono: "Digital impressions exhibited slightly lower mean values at the crown cervical finish line compared with conventional silicones, though all values remained within clinically acceptable limits" [1].
Ossia che le impronte digitali hanno mostrato valori medi leggermente inferiori a livello della linea di finitura cervicale della corona rispetto ai siliconi tradizionali, sebbene tutti i valori siano rimasti entro i limiti clinicamente accettabili.
Non è solo una questione di millimetri
Nel mio commento pubblicato sulla stessa rivista [2], successivamente allo studio, è stata proposta un’interpretazione diversa: il problema potrebbe non essere l’altezza del bite in sé, ma se riesce davvero a deprogrammare il sistema muscolare che nei disordini temporomandibolari è alterato. Non conta solo quanto separiamo i denti.
La deprogrammazione: la usiamo tutti, ma la definiamo poco
Parliamo spesso di deprogrammazione, ma raramente ci chiediamo cosa significhi davvero nella pratica.
Se proviamo a tradurla in termini più concreti, vuol dire modificare:
- il modo in cui i muscoli lavorano;
- le informazioni che arrivano al sistema nervoso;
- la posizione mandibolare che il paziente “sente” come naturale.
A questo punto cambia anche la lettura dei dati:
- un bite basso può non fare abbastanza
- un bite alto non è detto che faccia quello che serve se il rapporto muscolare tra mandibola e mascella non produce davvero un cambiamento corretto.
Muscoli e trigemino: cosa cambia davvero?
Quando aumentiamo la dimensione verticale, i muscoli lavorano in stretching (allungamento) e questo modifica l’attività dei recettori propriocettivi (i fusi neuromuscolari) che inviano informazioni attraverso il trigemino.
Non è che “funzionano meglio” in senso assoluto, se la posizione tra mandibola e mascella non è corretta.
E questo è il punto chiave: il bite efficace è quello che riesce a modificare questo equilibrio in modo utile per il paziente.
Forse stiamo guardando troppo i denti
Per anni il bite è stato visto come uno strumento per sistemare l’occlusione.
Ma nella pratica clinica spesso ci si accorge che:
- il rapporto tra i denti è una cosa;
- il comportamento dei muscoli è un’altra.
E non sempre coincidono.
Spostare l’attenzione verso il benessere muscolare aiuta a capire meglio perché alcuni bite funzionano e altri no.
Più sensibilità non significa sempre meglio.
C’è però un aspetto meno intuitivo.
Se il sistema diventa più “sensibile” dal punto di vista della sensibilità al dolore, il paziente può:
- adattarsi meglio;
- ma anche percepire di più le disarmonie tra le arcate.
È qualcosa che si vede nella pratica: alcuni pazienti iniziano a “sentire” di più i contatti.
Per questo motivo non basta inserire un bite: serve saper gestire questa fase.
Il problema pratico: quando facciamo portare il bite?
C’è poi una questione molto concreta.
Alcuni colleghi fanno portare il bite tutto il giorno, ma si tratta esclusivamente di bite più bassi, che non interferiscono con le attività diurne. I bite con una dimensione verticale più alta, quelli che verosimilmente hanno un effetto deprogrammante più marcato, vengono invece portati quasi sempre solo di notte.
Il motivo è pratico: i bite più alti interferiscono con il parlare, la deglutizione e la vita sociale, rendendo difficile, se non impossibile, il loro utilizzo durante il giorno. Se hai già provato diversi bite senza risultati soddisfacenti, vale la pena chiedersi: erano più alti o più bassi? erano pensati per l’uso diurno o notturno? La risposta può cambiare molto l’efficacia del trattamento.
Per questo, nella pratica clinica, i bite con dimensione verticale aumentata vengono quasi sempre usati solo di notte: non è un limite, è la modalità d’uso corretta.
Serve esperienza, non solo tecnica
Questo tipo di approccio non è immediato.
Richiede:
- una certa sensibilità clinica;
- un periodo di adattamento per il paziente;
- la capacità di leggere segnali che non sono solo “occlusali”.
In altre parole, c’è una vera curva di apprendimento.
Forse la domanda sull’altezza del bite è posta nel modo sbagliato. Più che chiederci qual è il millimetro giusto, dovremmo chiederci: quando un bite riesce davvero a cambiare il funzionamento del sistema? Perché alla fine il punto non è solo dove stanno i denti. È come il sistema neuromuscolare li utilizza e li percepisce.
Fonti
- Yunpeng Wei MDS, MS, et Al. Evaluation of digitally fabricated occlusal devices in the treatment of temporomandibular disorders: A pilot study. The Journal of Prosthetic Dentistry Volume 135, Issue 1, January 2026, Pages 86-96
- Tonlorenzi D, et Al. Comment on “Evaluation of digitally fabricated occlusal devices in the treatment of temporomandibular disorders: A pilot study” by Wei et al. J Prosthet Dent 2026; 135:86-96